23 novembre 1915.

II. LA FAMIGLIA VALADIER.

Leggere le prime pagine ed i primi capitoli delle Heures de guerre de la Famille Valadier di Abele Hermant è provare l'impressione che la guerra mondiale, o almeno quella dei Francesi contro i Tedeschi, sia finita da un pezzo. Sarebbe altrimenti possibile scherzare intorno all'argomento tremendo? Come trovare materia di sorriso e di riso nell'ora paurosa del pericolo, nell'ora sublime dell'olocausto? Chi avrebbe l'animo di indugiarsi a rilevare i lati comici della tragedia immane?... Quando udiamo il professore Valadier ordinare al figlio di staccare dal muro la cornice dove, «come una reliquia», è serbato un pezzetto di pane del 1870; quando vediamo il giovane Valadier, in costume di boy-scout, mettersi sull'«attenti», eseguire l'ordine «a passo accelerato», e porre «sotto il naso» dell'ospite, del narratore, «l'orribile crosticina che i suoi quarantatrè anni d'età non hanno resa nè più nè meno appetitosa», noi pensiamo che anche la nuova guerra, durante la quale il professore recita un suo ingegnoso discorso sulla carestia del grano e la «virtù delle mortificazioni», ma confessa che «la mollica riesce mortale al suo stomaco dilatato», noi pensiamo che anche la guerra del Quattordici e del Quindici, come quella del Settanta, dev'esser passata al dominio della storia. Se fosse attuale, se in una parte notevole del territorio francese lo straniero restasse ancora accampato, se tutti gli sforzi della nazione fossero ancora intesi a scacciarlo, potrebbe il narratore riferirci che il suo personaggio, dopo la quotidiana «variazione» sul pane, udendo il quotidiano squillo di campanello annunziante l'arrivo della quotidiana gazzetta, si mette a cantare, sull'aria della Bella Elena:

Ce coup de tonnerre

Annonce à la terre.

Un communiqué...?

C'è veramente qualche passo nel quale il lettore prova quasi il bisogno di portar la mano agli occhi per accertarsi di non aver travisto o frainteso. L'umore e il buon umore del romanziere sembrano un'irriverenza, quasi una profanazione....

Quando si procede nella lettura l'impressione di anacronismo e di sconcerto si attenua: quando si voltano le ultime pagine è già vinta, cancellata, dispersa. Uno scrittore di professione, un lavoratore della penna, non avrebbe trovato difficoltà a comporre sulla guerra un romanzo con dentro una tesi, un libro di predicazione patriottica, di propaganda nazionale; Abele Hermant ha composto invece la Famiglia Valadier perchè così portava l'intima e singolare natura dell'ingegno suo. «Ai giorni che corrono», dichiara in un certo luogo, «tutto ciò che non è sincero mi riesce odioso». Si può aggiungere che non oggi soltanto, ma in ogni tempo la sincerità è doverosa ed amabile. L'ironico osservatore della vita, il delizioso autore di quei Transatlantici che non udremo più nella mirabile recitazione di Alberto Giovannini, non poteva smettere l'abito suo; anche avendone la possibilità gliene sarebbe mancata la ragione; perchè, con la sua ironia, col suo umorismo, la Famiglia Valadier è anch'essa l'opera di un patriotta: opera d'arte dove le ragioni dell'arte sono rispettate, dove la moralità e l'insegnamento non sono inclusi con artificio, per forza, a furia di retorica, ma scaturiscono invece naturalmente come dalla stessa vita.

I.

I Valadier sono una famigliuola borghese composta del padre, della madre e di tre figli, tutti in preda alla passione del teatro. Ha cominciato la primogenita, Emma, entrando al Conservatorio drammatico ed uscendone premiata agli esami finali. Valadier padre, professore di storia afflitto dal nome di Arturo, non volendo ostacolare la vocazione della figliuola, ma sentendo incompatibile la dignità professionale con la qualità di genitore d'una commediante, ha lasciato l'insegnamento, ed a furia di udire e di leggere opere teatrali, parla e gestisce ora anch'egli come dalla ribalta. I due figli minori, Luciano e Luisa, familiarmente chiamati Lulù e Lilì, contraggono il contagio a loro volta, e si tirano l'uno per attor comico, l'altra per attrice tragica. La signora Valadier, agli occhi della quale il marito è stato ed è un oracolo, incoraggia da parte sua quelle tre vocazioni ripromettendosene gloria e ricchezza, ed acquista intanto l'aspetto, il fare e le mosse del madro. In questa casa, subito dopo gli esami di Emma, e qualche settimana prima dello scoppio della guerra, ha cominciato a prendere i suoi pasti uno degli esaminatori della giovinetta, un autore drammatico, un prestanome dello stesso autore, il quale narra in prima persona ciò che vede e ode.