Della sua nobiltà d'animo è da addurre un'altra prova. Nelle trattative dell'armistizio che preannunziò la pace di Firenze, il comandante repubblicano — Gioacchino Murat — pretese che il Re di Napoli licenziasse il suo ministro Acton. Ma il Damas, quantunque avesse poca ragione di lodarsi di costui, ricusò di ascoltare ogni altra condizione finchè quella non fosse ritirata: «Rigettai formalmente un articolo che offendeva direttamente la persona del Re; osservai che la scelta dei ministri, depositarii della confidenza sovrana, era riservata ai monarchi, e che per nessun motivo un governo straniero poteva immischiarvisi. Murat non ne parlò più....» E l'Acton, per tutta dimostrazione di gratitudine, fece di lì a poco una tale scenata al Damas, che il generale, dopo avergli detto il fatto suo, presentò le dimissioni al Re tra il plauso di quanti — ed erano tanti, a Napoli! — non potevano tollerare lo sgoverno del ministro. «Lasciai Napoli sfigurata dalle sciagure prodotte dal suo ministro e tremante sotto il suo flagello oppressore. Augurai che il tempo riparatore mi mettesse un giorno in grado di rendere nuovi servigi ad un paese e ad un esercito che mi avevano sempre dimostrato confidenza ed usato benevolenza.»
II.
L'occasione si presentò tre anni dopo. Richiamato dai sovrani all'approssimarsi della nuova crisi, egli lasciò Vienna, dove si era ritirato, e giunse a Napoli il 5 gennaio 1804. Ebbe a sopportare nuove prove della nemicizia dell'Acton e passò nove mesi nel Regno da semplice spettatore; ma il 12 ottobre fu nominato ispettore generale dell'esercito. Non secondato come e quando occorreva nei suoi disegni di riordinamento, mentre l'Acton dava al Re false cifre delle truppe disponibili, non fu colpa del Damas se le Due Sicilie si trovarono impreparate al nuovo assalto francese. Russi ed Inglesi dovevano aiutarle; ma anche quegli alleati mandarono forze molto minori delle promesse; peggio ancora: aggravarono la mano su Napoli con le esorbitanti esigenze e le oppressive imposizioni — e al momento buono decisero di ritirarsi! Le loro esitazioni avevano disgustato il Damas, il quale aveva dato ragione ai suoi soldati, scontenti e disgustati degli ordini e dei contrordini e delle sofferenze a cui le marce e contromarce inutili li avevano esposti. Il rigetto della sua proposta di tentare la difensiva sul Volturno era stato definito dallo stesso generale russo Anrep «un'infamia»; e la fuga degli alleati portò al colmo lo sdegno del prode Francese. «Al loro arrivo, mi ero proposto di offrirli come modelli ai miei soldati poco agguerriti, ed eccomi invece ridotto a sperare che dimenticassero il vergognoso esempio!...» Disgraziatamente essi non lo dimenticarono a Campotenese, dove pure il Damas fece il possibile per salvare la situazione e si battè, a testimonianza dell'universale, con coraggio «da leone».
Un centinaio di lettere inedite di Maria Carolina, raccolte in appendice alle Memorie, attestano la fiducia che, nonostante il rovescio, egli continuò a godere da parte della Corte: a Vienna, dove si ritirò ancora una volta, servì la Regina, per desiderio di lei, da consigliere e da informatore. Ma la gratitudine che egli le portò non gl'impedì di giudicarla secondo coscienza. Certo, non è da stupire se il Damas insiste spesso, segnatamente in principio, sulle buone qualità di Maria Carolina; ma poi comincia a distinguere, e la dice provveduta «più d'immaginazione che di carattere, più di bisogno d'agire che d'abitudine di lavorare», ed anche di «troppa diffidenza», di «troppa effervescenza» e di troppo poca «perseveranza». Riconoscendone l'ingegno, le attribuisce il genio degli «intrighi», ed osserva che ha agito nel modo più pregiudizievole alla sua reputazione ed al Regno. «La vanità, l'inconseguenza, la petulanza sconsiderata, l'ambiguità dei pensieri le hanno fatto perdere il Regno di Napoli. Gli stessi inconvenienti, difetti ed indomabili impulsi le fanno ora (nel 1812) perdere il governo della Sicilia.» Mai cotesta donna, «a cui nessuno può negare ciò che si chiama disgraziatamente spirito, ha avuto abbastanza giudizio da governare il suo cervello, le sue azioni e le sue stesse parole. Ha esasperato e doveva esasperare Napoleone; ha esasperato e doveva esasperare gl'Inglesi, e se il cielo le avesse accordato l'impero del mondo e mille anni di vita, lo avrebbe perduto a poco a poco senza che una sola volta una sciagura avesse esercitato tanto effetto su lei da fargliene scansare un'altra. È nata per imbrogliare, per ostacolare tutto ciò in cui si mescola, e morrà disgraziata, dopo aver fatto tanti disgraziati da una parte quanti ingrati dall'altra, con un cuore eccellente e le migliori intenzioni del mondo. Io sono per buona sorte esente dal rammarico di non aver potuto moderarla negli ultimi sei anni, perchè la ragione, la buona fede, la lealtà, l'amicizia non hanno avuto mai il minimo impero su lei. Chiunque contraria la sua folle vivacità comincia tosto a divenirle sospetto....» Anche nell'esilio, «quantunque spenta moralmente, fisicamente e politicamente», egli non dubita che «cerchi ancora d'intrigare».
III.
Il giudizio del Damas conferma dunque, in fondo, con qualche riserva e qualche concessione ammissibile, quello della storia, ed in un solo punto è pienamente favorevole alla Regina, alla donna: in quanto concerne i suoi costumi. Contrariamente all'opinione comune, il Damas dice che, se pure, dopo il matrimonio, Maria Carolina ebbe sempre qualche amante, «nessuno di costoro, fino a quando ella non fu più in età di procreare, ottenne da lei gli estremi favori, e nessuno godette mai dell'intera sua confidenza: ecco ciò che non si crederà, e di cui ho la certezza».
È doveroso notare questa testimonianza, che farà molto piacere all'ultimo storico inglese della Regina. Nei due volumi su Lord Nelson and Lady Hamilton e negli altri due intitolati The Queen of Naples and Lord Nelson, John Cordy Jefferson si è studiato di rivendicare la fama dell'Austriaca. Come donna, egli la giudica «supremamente buona»; politicamente, attribuisce a lei tutti i meriti che finora gli storici nostri avevano assegnati al Tanucci, e va fino a dire che, proponendo l'accordo degli staterelli italiani per far argine ai Francesi, la Regina absburghese «anticipò il grido garibaldino per l'unità d'Italia!...»
Questa apologia della sovrana non sarebbe riuscita possibile se non fosse stata preceduta dalla riabilitazione della sua sviscerata amica Emma Lionna; ed il Jefferson, senza spingersi fino a paragonare l'ex-cortigiana londinese, come fece il Paget, a Giuditta ed a Giovanna d'Arco, tenta scagionarla dalla maggior parte delle accuse e di metterla nella miglior luce compatibile con le traversie della sua vita.
Intimamente connesso a questi due tentativi doveva esser quello di cancellare la macchia che il sangue dei Napolitani del 1799 stampò sulla divisa, per l'innanzi immacolata, di Nelson. Secondo il Jefferson, la condotta dell'ammiraglio fu tutta ammirevole; la capitolazione stipulata dai Partenopei col Ruffo, luogotenente del Re, e controfirmata dai rappresentanti esteri, compreso l'inglese, fu «scandalosa» ed «infame», e Nelson, annullandola, non fu «minimamente influenzato dalla passione per lady Hamilton»: egli non fece altro che obbedire agli ordini impartitigli dal suo governo; esercitò anzi «una savia discrezione» e non commise «nessuna mancanza contro l'umanità» mandando il «traditore Caracciolo dinanzi alla corte marziale: i provvedimenti presi per recuperare Napoli furono «terribili», ma «non abbastanza severi»; è anche «ridicolo» insistere nell'osservare che Ferdinando avrebbe dovuto concedere un'amnistia generale; e se la San Felice addusse la gravidanza perchè ritardassero il suo supplizio, il pretesto non poteva stupire «venendo da una donna così bene provvista di amanti....» In poche parole: tutto quanto si disse in difesa delle vittime e contro il Re, la Regina, la Hamilton e Nelson, fu «menzogna», fu «velenosa invenzione dei libellisti liberali».
Ruggero di Damas non era liberale; era, come abbiamo visto, nemico acerrimo della Rivoluzione di Francia, paladino dei Borboni di Francia e di Napoli, alleato degli Austriaci, dei Prussiani, dei Russi e degli Inglesi nella lotta contro la Repubblica e l'Impero. E Ruggero di Damas, testimonio oculare, esce dal sepolcro attestando che «Nelson aveva molto da fare per riscattare le sciagure da lui cagionate a Napoli perchè si dimenticassero quelle alle quali ha contribuito nella riconquista del Regno.... Egli aveva associata milady Hamilton agli onori del trionfo; l'ambizione di lei divenne rivale della gloria di lui, e la gloria ne andò di mezzo.... Tutto si ridusse comune tra loro: denaro, difetti, vanità, torti d'ogni specie. Nelson non era più altro che una caricatura di Rinaldo, schiavo d'una sciocca Armida senza pudore e senza magia....»