DUOMO — PORTA DELLA CAPPELLA DEL CROCEFISSO.
(Fot. Franco).
SACRESTIA DEL DUOMO — L'ERUZIONE DEL 1669. AFFRESCO DEL MIGNEMI.
(Fot. Castorina).
Se questa singolare decorazione dell'ingresso principale dell'antico Duomo dev'essere oggi cercata al Santo Carcere, un'altra porta della cattedrale rifatta è rimasta al suo posto e possiede anch'essa un suo proprio valore. Attribuendola ad Antonello Gagini, figlio di quel Domenico che, trasferitosi da Bissone, «delle parti di Lombardia», in Palermo, sollevò, con l'opera propria e dei valenti eredi, la scultura siciliana ad altezze prima ignorate, gli scrittori catanesi credettero di attribuirle il massimo pregio; ma non s'accorsero di ledere nello stesso tempo le ragioni della cronologia. L'iscrizione della porta dice infatti che questa fu eretta nell'anno 1577, ed allora Antonello Gagini era morto non da sette anni soltanto, come avvertì il già citato Musumeci, ma da quaranta, come nota il di Marzo, che registra nel 1536 la morte dello scultore palermitano. Escluso dunque il Gagini come autore dell'opera, sorge un'altra questione: è essa tutta d'una mano e d'una età, oppure risulta composta dall'accozzamento di pezzi greci o romani con altri di moderna fattura? Il Musumeci giudica antichi, e provenienti probabilmente dalle decorazioni dell'Odeo, il bel fregio del cornicione e le colonne composite, nei piedistalli delle quali si vedono scolpiti a mezzo rilievo gruppi di Tritoni e Nereidi di squisito lavoro, e graziosi Ippocampi nello zoccolo; solo l'architrave e gli stipiti sarebbero moderni. Oltre che per la differenza del tratto, il Musumeci giudica antichi i pezzi dianzi mentovati anche perchè hanno un carattere mitologico poco adatto alla destinazione sacra della porta; ma l'Hittorf, architetto del re Carlo X venuto a studiare i monumenti siciliani, nega l'antichità di questi ornamenti, e con lui la nega il di Marzo, rammentando che il classicismo del Cinquecento ricorse liberamente a soggetti pagani nella ornamentazione di opere cristiane. Ad ogni modo, sia tutta cinquecentesca la porta in quistione, o sia composta di frammenti antichi e di pezzi moderni, sopra un punto non può cader dubbio: sull'artefice che la eseguì, tutta o parte. La somiglianza fra gli ornati a risalto e delle mensole di questa porta esterna con quelli della porta interna per la quale si penetra nella cappella del Crocefisso, eretta quattordici anni prima, nel 1563, attesta che uno solo fu lo scultore delle due opere. Ora, se anche questa porta interna fu indebitamente attribuita al Gagini, il Musumeci dimostrò, coi documenti trovati nell'archivio della chiesa, che fu eseguita da Gian Domenico Mazzola; e il di Marzo, confermando il fatto, corregge soltanto la desinenza del nome e la patria dell'artefice: il Mazzolo o Masolo — e non Mazzola — figlio di un Battista da Carrara, non fu «Scarpellino catanese»: nacque invece anch'egli a Carrara e dimorò in Messina donde venne in Catania procuratore del padre a riscuoterne i crediti, ed a lavorare questa porta, la quale è giudicata fra le migliori sue opere, fra le più delicate e perfette.
Ancora e sempre del Gagini è stato creduto il piccolo lavacro di marmo della sacrestia: attribuzioni che dimostrano come da quell'artista geniale o dalla sua scuola uscisse quanto di buono possiede la Sicilia in fatto di scultura. Di forma rettangolare e simile ad un sarcofago, questo lavacro ha una decorazione a mezzo rilievo di puttini, cornucopie ed altri motivi ornamentali. Che sia leggiadra, basta aver occhi per accertarlo; a chi veramente appartenga non si può dire; e del resto Catania ha, per buona sorte, opere non dubbie del Gagini, delle quali sarà tenuto parola più tardi.
Per ora, restando nella cattedrale, anzi nella stessa sacrestia, il grande affresco del Mignemi merita una breve menzione, non già perchè abbia valor d'arte, ma per la scena storica, grandiosa e terribile, che rappresenta: la spaventosa eruzione del 1669, la più formidabile dei tempi moderni. In fondo al quadro l'Etna solleva la gigantesca sua mole; nel secondo piano, ai fianchi del monte, si erge il nuovo cratere dei Monti Rossi, dal quale un fiume di fuoco scende per le più basse pendici fino alla città, ne investe e scavalca le muraglie occidentali, ne invade ed incendia i sottoposti quartieri, ne circuisce e diminuisce il castello, per gettarsi finalmente in mare, restringendo il porto dal quale escono a forza di vele e di remi le navi cariche di atterriti fuggiaschi.
Tornando dalla sacrestia nella chiesa, le absidi che rivelano dalla parte esterna l'antica ossatura normanna, attraggono anche all'interno l'attenzione, non tanto per la decorazione a fresco, eseguita dal romano Corradino nel 1628, quanto per i sarcofaghi regali murati in quella del centro. Il meridionale contiene le ceneri di sette personaggi augusti: Federico II d'Aragona, re di Sicilia; suo figlio Giovanni, Lodovico, Federico IV, Martino, Maria ed il figliuoletto di lei Federico; nel sarcofago della parete settentrionale dorme l'eterno sonno, tutta sola, Costanza, la figlia del quarto Martino aragonese. Ma, come disse l'epigrafe di Mario Rapisardi quando fu restituita da Parigi alla natale Catania la salma di Vincenzo Bellini, «questa basilica in cui dormono dimenticate le ossa di tanti re, diverrà da questo giorno famosa per la tomba di Vincenzo Bellini». La quale è posta sotto il secondo pilastro di destra, ed è ornata di un piccolo monumento del fiorentino Tassara.