MUSEO DEI BENEDETTINI — INTARSIO. (Fot. Giuffrida).

MUSEO DEI BENEDETTINI — BASSORILIEVO DI ANDROMEDA.
(Fot. Giuffrida).

MUSEO DEI BENEDETTINI — ERCOLE SUL MONTE OETA.
(Fot. Giuffrida).

Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, offerse, nella Catania feudale dei suoi tempi, un esempio piuttosto unico che raro. La città fu bensì, allora, — «un fonte inesausto della più fiorita nobiltà, ed una scaturiggine del sangue più illustre» — a detta del nostro spagnolesco Muglielgini, il quale è tutto felice di poter citare uno Spagnuolo puro sangue, don Sebastiano Cabarruvias Orosio, secondo il quale «en Italia llaman Catanes, y Valvasores, a los que en España llaman Infanzones», essendo Infanzones «termino antiguo, y vocablo que aora no se usa», il quale «vale tanto come caballero noble hijo de Algo señor de vassallo, pero no de tanta autoridad, come el titulado, o Señor de titulo». Ma l'Accademico Infecondo, se porta al cielo la nobiltà cittadina, non va fino a sostenere che i signori catanesi si distinguessero nell'età sua per un eccessivo amore alle lettere ed alle arti. Tanto più notevole fu quindi che un gran signore come il principe di Biscari le onorasse e ne facesse lo scopo e la passione della sua vita. Tutte le persone di riguardo che passarono per questo estremo lembo d'Italia ebbero onesta ed intelligente accoglienza nel suo palazzo, costruito verso la fine del Seicento sulla cortina delle vecchie mura, alla Marina; e non dovettero provare poca meraviglia trovando nella piccola e povera Catania di quella età una dimora tanto magnifica, ricca di sale sontuose e d'un salone che per architettura e decorazione è anche oggi mirabile. Con una profusione di lacche, di ori, di stucchi e di affreschi rappresentanti la storia di don Chisciotte — opera del catanese Pastore — , il cielo d'una cupola impostata sul centro della vôlta e illuminata da finestre invisibili gli dà una luce ed una elevazione straordinaria; nella loggia coperta sulla quale esso si apre a mezzodì, una leggiadrissima scala a giorno, leggiera e rabescata come un merletto, dalla quale par che debba discendere una incipriata marchesa, porta al quartiere superiore. Nell'ornamentazione esterna delle finestre il barocco imperante in città è d'una ricchezza straordinaria: le cariatidi, i puttini, i festoni, tutti i motivi decorativi vi sono profusi. Il principe aveva anche costruito in casa sua un teatro che fino ai principii del secolo scorso fu, con la sala degli spettacoli dell'Università, il solo della città; ma il maggior titolo di questo signore al rispetto dei posteri fu lo zelo col quale fece scavare a proprie spese il sottosuolo di Catania e di altri luoghi dell'isola e del continente, ed il gusto che lo spinse ad acquistare molte opere d'arte: con gli oggetti ritrovati e comprati egli mise insieme, in un edifizio appositamente costruito accanto al suo palazzo, un museo ad uso dell'Accademia degli Etnei e di tutti gli studiosi. Una bella medaglia fu coniata nell'occasione della solenne cerimonia inaugurale, avvenuta nella primavera del 1758, ed il principe stesso recitò allora, dinanzi a una dotta adunanza, una sua canzone:

Per secondar talun l'innato sdegno
D'irato Re si fa ministro all'ira,
Marte seguendo sanguinoso e fero.
Per serbar d'altri il Regno
Anelante si mira
Sotto il grave cimiero;
Ma da nemica man pugnando offeso,
O vinto, o al suol disteso
Estinto, o prigioniero
Rimane alfin dopo l'altrui vittoria
Senza onore di tomba, e senza gloria.
Io non così; di Giove infra le figlie
Meno di vita lieti i giorni, e l'ore
In bella pace alla virtute amica....