LE DUE FACCIE DELLA MEDAGLIA.
L'egoismo, se dobbiamo esser sinceri, è il sostrato costante di tutti i nostri molteplici sentimenti; nè, per verità, esso dovrebbe venirci rimproverato, dipendente com'è da un'illusione di ottica morale comune ad ogni uomo. Poichè tutti gli esseri e tutte le cose in tanto esistono in quanto sono pensati da noi, è naturale che ciascuno di noi si creda il centro intorno a cui gravita l'universo, e che le ragioni dell'io siano considerate come le sole attendibili. È presumibile che se lo specchio avesse una coscienza, esso affermerebbe soltanto la esistenza di ciò che vi si riflette; ma, siccome facendo riflettere uno stesso oggetto in due o più specchi, ciascuno di questi lo vedrebbe sotto un angolo necessariamente diverso, i giudizii che essi darebbero sulla forma dell'oggetto non potrebbero mai essere identici. Così è dei giudizii nostri. Per la doppia influenza del temperamento iniziale e dell'educazione acquisita, il modo di vedere di ogni uomo è, a proposito di tutto, nel mondo fisico e nel morale, più o meno diverso da quello di ogni altro uomo; quando poi l'interesse personale è in giuoco, il dissidio diventa ancora più grande.
Nella pratica della vita, per le necessità stesse del consorzio sociale, l'accordo sembra farsi sotto la vernice dell'ipocrisia, o si fa realmente, qualche rara volta, per lo spirito di sacrificio; accade però spesso, quando gli interessi impegnati sono troppo forti, che il contrasto scoppii violentemente, e nulla è più curioso, per l'osservatore spassionato, della ingenuità con la quale da ciascuna parte si crede di essere solamente ed interamente nel giusto.
Ridotta ad una espressione rigorosa e si potrebbe quasi dire scientifica, questa era la tesi che la signora Auriti sviluppava, con le incertezze e le ripetizioni inevitabili della conversazione, dinanzi ad Eugenio Darsi, e che trovava invece in costui un avversario deciso.
I due erano soli nel grazioso salottino giapponese dove la signora Auriti riceveva le sue visite; un silenzio assoluto regnava in quell'estremità dell'antico palazzo prospettante in una via erta e solitaria; e la conversazione, iniziata sopra un futile soggetto, l'approssimarsi della stagione dei bagni, era caduta sulle cose del sentimento.
Caduta non è forse la parola conveniente; poichè il Darsi, attraversando, nei suoi rapporti con la signora Auriti, quel periodo pericoloso in cui il secreto e vago desiderio che ogni uomo prova in presenza della donna sia pure la più rispettata, comincia, date certe circostanze, ad ingigantire e quindi a manifestarsi, aveva egli stesso preparata la via a più intime espansioni.
Se non che, una virtù severa, o meglio forse le scettiche persuasioni dell'esperienza, corazzavano la signora Auriti contro ogni seduzione anche più potente di quella che tentava di spiegarsi sopra di lei; e il freddo ragionamento, la logica inflessibile con cui ella aveva risposto alle professioni di fede, un po' troppo vivaci per esser tutte sincere, del Darsi, avevano ben presto fatto temere a quest'ultimo che il suo gioco non venisse scoperto. Perfino la chiara, la viva luce penetrante dalle finestre e temperata appena dalle tendine tenuissime, gli procurava un certo fastidio, abituato com'egli era alle propizie semi-oscurità dei salottini delle signore alla moda.
—Io le domando scusa—tentava nondimeno di insistere—ma lei non mi persuaderà che due esseri non si possano comprendere, che l'accordo sia impossibile, che il disinteresse non esista; non mi potrà persuadere che sotto la spinta delle grandi passioni il nostro io non scomparisca, non si annulli, per farci vedere, per farci sentire, per farci vivere di un altro io….
—Sì, sì,—interruppe la signora Auriti, prendendo da un minuscolo tavolinetto uno svelto calice di cristallo e odorando le violette di Parma che vi suggevano nuova vita,—glielo concedo; ma fino a quando quest'altro io ci seconda. Aspetti però il giorno che sorgono le contrarietà!… E poi, crede lei che l'accordo sia vero, o non è più tosto apparente? Non è il nostro interesse che ci spinge a passar di sopra ai malintesi quotidiani nell'attesa di un vantaggio avvenire, fin quando questi malintesi non sono così grandi da nuocerci immediatamente?…
—Si direbbe un professore di morale!—esclamò il Darsi, non senza una piccola punta di ironia.