—Franz, tu sei ammutolito?
—Non ci racconti la tua?
—Che cosa volete che io vi racconti?—rispose egli, con lo sguardo un po' smarrito pel contrasto della chiara luce diffusa al largo e la penombra della stanza, dalla quale il sole si era già ritirato.—Per cercare che io faccia, non mi riesce di trovare in fondo alla mia memoria nessun fatto che sia degno di interessarvi come i vostri hanno interessato me. I casi più notevoli che mi sono capitati sono di quelli che, con parola espressiva, si chiamano fiaschi. Ora, i fiaschi è meglio vuotarli che raccontarli!—e nel ripetere il volgare doppio senso v'era qualcosa d'amaro nell'espressione della sua fisonomia.
—Egli è che voi ne avete già vuotati parecchi—osservò Ludwig Kopfliche, che non beveva quasi vino—e sarebbe prudente di cambiar sistema!
—Conciliamo! conciliamo!—rispose Fritz Eisenstein porgendo un bicchiere a Franz von Rödrich.—Vuota prima… Ora racconta!
—Volete? E sia! Ma non vi stupirete se nel mio racconto non v'è molto nesso?… Io lascierò che i ricordi si svolgano da loro; e se vi annoio, siamo intesi? la colpa è vostra. Voi avete conosciuta la Cabianchi?
Fritz e Ludwig si guardarono.
—Quello splendore?… Quella maestà?…
—Sì, quello splendore, quella maestà di bellezza, completa, perfetta, ideale! Quella bellezza che non si concepiva di poter ammirare altrimenti che in ginocchio, dal basso all'alto, colle mani giunte, nell'attitudine di un prete dinanzi all'idolo! Quella bellezza pura, serena, intangibile e intatta! Io l'ho amata… Parlo con persone che intendono che cosa si racchiuda in questa parola: Amore; quali eterogenei elementi entrino a formarne il significato. Fra tutti i secreti moventi che esercitavano la loro azione su di me, la curiosità di leggere in fondo a quel cuore, di risolvere l'enimma di quegli sguardi di sfinge tranquilla e superba, non era il meno forte…. Ma io l'amavo con più semplicità; la desideravo, anima e corpo, e tanto più intensamente, tanto più dolorosamente, quanto più scoraggiante era la leggenda che correva su quella Groenlandia ghiacciata. Chi potea vantarsi di aver avuto con quella donna una conversazione intima, sulle cose del cuore e dell'anima? La sua intimità, io voleva conquistarla. Ciò che mi arrestava di più in lei, era la sua serenità divina, di creatura superiore, a cui gli omaggi, il culto, sono dovuti, naturalmente; che nulla può commuovere, che nulla può interessare, E la frase di Spinoza mi tornava alla memoria; «Chi ama Dio non può far nulla perchè Dio lo ami in ricambio…» Vi era in questa indifferenza dinanzi alle prove della mia più fervida adorazione, della mia devozione più umile, qualche cosa che feriva il mio amor proprio, acutamente; non pertanto mi facevo forza, e persistevo, malgrado mille piccole amarezze, felice di sorprendere, di tanto in tanto, qualche barlume nella freddezza metallica di quegli sguardi. Alcune volte gli spiriti s'intendono, meglio che per via di lunghi discorsi, in un minuto di silenzio eloquente…. Noi eravamo alla terrazza del villino, verso il tramonto di una giornata autunnale. Il cielo dell'orizzonte era d'un rosa tenero che, per gradazioni delicatissime, sfumava in un verde impossibile a definire… Io ero riuscito a farle leggere un romanzo d'amore; ne avevamo parlato; mi era parso di scoprire, nel suo accento, qualcosa di tremante, di commosso, al ricordo del dramma…—Che cosa è la vita senza passione?…—Io ero stupito ancora delle mie parole; mi aspettavo di vedermi guardato con occhio curioso, come si guarda un originale, uno stravagante…. Ella guardava l'orizzonte, quel rosa e quel verde che infondevano una grande dolcezza nel cuore. Vista così di profilo, immobile, ai toni caldi del tramonto, ella era schiacciante di bellezza ieratica…. Tacevamo, e l'ora fuggiva, adorabile…. Lentamente, io avevo cavato il guanto dalla mia destra, e pigliando a un tratto congedo da lei, tenni, per la prima volta, la sua mano nuda nella mia. Era il freddo della sera? Un brivido mi passò pel corpo a quel contatto soave. Quanto tempo si può stringere una mano? Due, cinque secondi? A me parve che quella stretta durasse indefinitamente. Alla sensazione di freddo che mi aveva scosso, ora succedeva un tepore dolcissimo che, a ondate, dalla mano mi saliva pel braccio e mi serpeggiava per tutti i nervi…—Ci rivedremo presto?…—Martedì, al viale dei Platani.—Che scoppio d'allegrezza nell'anima!… Io mi sorprendevo, per le strade affollate, ad esclamare: È mia! È mia! Quanti mi avranno preso per pazzo?… Con quale ansia aspettavo che il tempo scorresse, che arrivasse quel martedì, quando avrei… che cosa! Non lo sapevo io stesso!… Io ero lì, a percorrere il viale coperto d'un tappeto di foglie morte, spiando la sua comparsa, sussultando ad ogni rumore, ad ogni forma lontana… Ella non veniva ancora…. Degli amici m'incontravano, mi trattenevano; io avrei voluto strozzarli…. Il tempo passava, le ore suonavano una dopo l'altra all'antico convento di San Domenico, le ombre si allungavano…. Ella non veniva…. Il freddo della sera mi pungeva, le gambe mi si piegavano…. Ella non veniva… Perchè? Che cosa le avevo fatto?… Ma insomma, non era quella mia disperazione puerile? Un contrattempo fa presto a sorgere… Però io provai una puntura acutissima, lancinante, quando, uscito di lì, nella baraonda della via, la scorsi, serena, indifferente, incedere tra la folla con lo sguardo fisso dinanzi a sè, senza guardare nessuno. Tu hai pratica del magnetismo, Ludwig?… Io la chiamavo imperiosamente, cogli occhi, e come ella si voltò a guardarmi, lo feci l'affronto di non salutarla. Avevo voglia di piangere. Mi sentivo umiliato, avvilito da quella indifferenza, da quella serenità. Mi rivedevo, ridicolo, lì, in quel viale dei Platani, ad aspettare chi non veniva; a desiderare chi il desiderio non aveva mai compreso… Io stetti quindici giorni senza cercarla; meglio, evitandola. Poi la passione fu più forte. Ella pareva non essersi accorta di nulla; mi accolse come l'avessi lasciata il giorno prima. Le repulse decise, una dichiarata ostilità non mi avrebbero fatto tanto male quanto quella incoscienza serena che offendeva la mia passione d'amante e la mia dignità di uomo… Mi allontanai ancora; poi tornai nuovamente a lei… Vado per le lunghe? Un giorno, era sola. Come mi lasciai trascinare dalla piena dell'affetto? Che cosa le dissi? Io ero stupito della mia eloquenza; le frasi mi sgorgavano dalle labbra facili, incalzanti, come in certi momenti di dormiveglia, quando ci sembra di parlare con la stessa facilità con cui si legge in un libro stampato…—Voi non credete all'amore? Che cosa bisogna fare per convenirvi? Come dimostrarvi di che miracoli l'amore è capace? Come provarvi che non ostante l'accumularsi del ghiaccio, tra i rigori iperborei, le fiamme d'un vulcano possono erompere?…—Io ero al suo fianco, vicino, molto; sentivo il suo profumo penetrante salirmi al cervello; la guardavo supplicante… Nulla!… Non importa!… presi la sua mano nelle mie mani scottanti… Ella la ritirò… Non importa!… non volevo che mi sfuggisse, contavo di vincerla… Ah!… quella mano che ella mi aveva tolto, ora me la porgeva!… Come? Come si fa l'elemosina ad un miserabile, ad un fastidioso miserabile che vi stia dattorno, inevitabilmente!… Nel suo sguardo, l'impassibilità del Dio… No! Tutto il mio orgoglio dimenticato, soffocato, calpestato per l'amore di quella donna, si ridestò gigante, irresistibile. No!…. Se io avessi preso quella mano, sarei stato probabilmente l'amante della signora Cabianchi. Quella mano, io non la presi….
—Ah! Tu non l'amavi!—esclamò Fritz Eisenstein, picchiando sulla tavola e facendo col capo vivi segni di denegazione.