Mi crederà se io le dico che, prima ancora del giudizio dei critici, prima ancora del Suo ammonimento, io avevo previsto la sorte—senza giuochi di parole—che era riserbata al mio volume? Se avessi potuto farmi illusione, l'esperienza dei miei maestri ed amici mi avrebbe aperto gli occhi. Parlo di Giovanni Verga e di Luigi Capuana, di due scrittori nei quali i critici della Sorte hanno trovato i miei modelli, facendomi con questo il più grande elogio che io potessi ambire. E rimontando ancora più su, al maestro dei maestri, ad Emilio Zola, che cosa non gli era toccato di sentirsi dire? Per poco non lo avevano fatto passare come un bevitore di sangue! Figuriamoci quel che avrebbero detto a me!
Nondimeno, malgrado ogni sorta di scettiche previsioni e di immediate difficoltà, io mi ostinai a metter fuori quelle novelle. Questo potrà forse dimostrarle che io ero guidato da una chiara idea e che sapevo quel che facevo—o per lo meno quello che avevo avuto l'intenzione di fare… Io avevo avuto l'intenzione di fare un'opera d'arte. Descrivendo una società repugnante? mettendo in iscena dei personaggi odiosi? riuscendo ad un'impressione di pessimismo?… Che importa! L'interessante, ciò che costituisce il valore specifico dell'opera d'arte, non mi pareva la qualità del soggetto preso a trattare o dell'impressione da conseguire, bensì il modo con cui il soggetto era trattato e l'impressione conseguita.
Sapevo che mi avrebbero fatta una colpa del mio naturalismo, ma credevo—e credo tuttavia—che tutte coteste antipatie e simpatie di scuola dovrebbero essere perfettamente estranee al giudizio critico. L'arte è una, come una è la realtà che essa si propone di riprodurre; i metodi e gli obbiettivi sono diversi, come diversi sono i temperamenti degli artisti che li scelgono. Accade un fatto; cento persone vi assistono, nessuna di esse ne darà una versione del tutto corrispondente a quella del vicino. Se in mezzo vi è un morto, uno esclamerà: «Che disgrazia!» un altro sentenzierà: «La solita storia!» un terzo dirà: «Vi è un morto,» senza commenti.
La vita che i romanzieri e i novellieri si propongono di ritrarre, è quella che è; la diversità consiste nell'organismo che la osserva. Quando una persona qualunque compie un'azione purchessia, non si sente una voce, dall'alto o dal basso, che giudica quell'azione, inappellabilmente; ognuno di noi si forma invece di quell'azione un concetto relativo ai proprii mezzi d'indagine, al proprio carattere ed al proprio interesse.
In arte, si vogliono distinguere due scuole: la naturalista e l'idealista. Non badiamo, se le piace, ai nomi; i nomi sono sciocchi, dicono molto di meno e molto di più di quel che dovrebbero dire. Badiamo ai fatti. Nel fatto, i naturalisti sono accusati di veder tutto nero, di deprimere tutto; gl'idealisti di veder roseo e di esaltare ogni cosa. So benissimo che tanto gli uni quanto gli altri si ribellano a queste accuse, che tutti sono convinti di veder la vita com'è; ma non ci occupiamo di questo. Io dico che la realtà non avendo caratteri specifici, non essendo definibile assolutamente, le visioni contraddittorie delle due scuole sono egualmente legittime. Voi dite invece che la realtà ha dei caratteri definiti, che essa è, per sè stessa, in un certo modo determinato? Allora tanto chi disprezza per partito preso, quanto chi ad ogni costo accarezza, sono, per esagerazione, nel falso. Quindi: se naturalisti e idealisti sono, per il loro modo di vedere, o entrambi nel vero, o entrambi nel falso, il loro modo di vedere è una qualità sopprimibile, come quantità sopprimibili, nei due membri di un'equazione, sono i termini eguali. Che cosa resta? Resta il quid artistico, l'x da trovare.
Lasciamo stare l'algebra. Molte persone dicono: «Sta bene, riconosciamo il valore artistico delle opere naturaliste; siamo anche disposti ad ammettere la superiorità di questo metodo; ma, in ragione di questa stessa superiorità, domandiamo che dei mezzi così efficaci di rappresentazione non siano unicamente adoperati per dipingere il brutto ed il pravo. Fate del naturalismo artistico, ma dell'idealismo etico al tempo stesso; in altre parole: descrivete naturalmente il bello ed il buono.» Chi ragiona così dimentica che ogni metodo d'arte porta con sè la sua propria filosofia, che un modo di scrivere è anche un modo di vedere, che ad ogni contenuto s'impone una forma determinata—e reciprocamente. Un idealista, perchè idealista, sceglie degli argomenti nobili, presenta dei caratteri elevati, perviene a conclusioni confortanti, attenua con la simpatia il suo pessimismo. Se egli si trova dinanzi a qualcosa di urtante, di brutale, lo modifica, lo purifica—lo idealizza. Reciprocamente: i personaggi simpatici dei naturalisti hanno tutti il loro lato debole, volgare, violento; le azioni generose i loro moventi indegni. Quando io ho scelto un argomento, mi trovo di aver scelto nello stesso tempo il mio metodo; viceversa: se io mi propongo di conseguire certi effetti, non sono più libero di scegliere un soggetto qualunque: il mio campo è circoscritto. Abbracciare un sistema, in arte come in politica, importa negare certe cose e crederne delle altre, rinunziare a certe categorie di emozioni e di opinioni, non vedere più che in un modo determinato. Realismo e idealismo sono al tempo stesso delle dottrine etiche e dei metodi estetici, sistemi filosofici e partiti artistici. Un romanzo idealista nell'ispirazione e naturalista nell'esecuzione—o viceversa—non è possibile: Zola ci si è provato, ed ha fatto il Sogno….
Da un'altra parte, il pubblico generalizza troppo facilmente. Se in un libro si descrivono soltanto delle miserie, delle vergogne, delle crudità, che ragione ha la gente di rimproverare all'autore: «Voi rinnegate le nobiltà, le delicatezze, gli eroismi?» Se un altro libro è tutto pieno di queste cose che mancano all'altro, c'è ragione di pigliarsela con l'autore perchè spazia sempre nell'alto? A volere che uno scrittore dia un'adeguata imagine del mondo materiale e morale, bisognerebbe dargli, per lo meno, un po' di tempo! «Dio mio!—esclamò una volta Luigi Capuana—non si può mettere l'universo in sette novelle!…» Supponiamo che un pittore faccia un quadro rappresentante una tempesta; lo accuserete voi di negare il sole e l'azzurro? Tutto ciò che potrete domandare è che egli dipinga bene il suo quadro. Quest'altra volta egli farà un mare tranquillo… se non farà un'altra tempesta, per disposizione naturale dello spirito, per una preferenza tecnica, per una ragione qualunque che egli potrebbe anche non dire….
Discorrendo parecchi anni or sono col Capuana di queste, cose—portavo allora intatta la mia verginità letteraria—pensando alla facilità con cui si formano i giudizii di questo genere, io feci all'amico mio una proposta. «Vi incolpano di non sapervi aggirare se non nei bassi fondi sociali? di non avere delicatezza, fantasia, simpatia? Scrivi un romanzo idealista, in cui siano soltanto passioni esaltate, caratteri nobili, azioni generose; in cui ritrarrai un ambiente elevato, i cui personaggi porteranno dei titoli sonori o rappresenteranno l'aristocrazia dell'ingegno; in cui non si sentirà l'odore del popolo zoliano, ma quello degli estratti doppii alla moda…. Scrivi un romanzo romantico, secondo vuole lo stile, dimostra come sia molto più facile che non lo scriverne uno naturalista; è probabile che, dopo, ti lasceranno in pace!» L'idea piacque al Capuana, e con la felice versatilità dell'ingegno che gli ha permesso di passare da Giacinta a C'era una volta, dallo Spiritismo ai Semiritmi, egli avrebbe sicuramente fatto del Feuillet da confondersi col genuino; la storia delle sue contraffazioni avrebbe contato un gustoso capitolo di più…. Altre cure gl'impedirono di porre ad effetto questo disegno; io lo ricordai quindi naturalmente dopo la pubblicazione del mio libro, allorchè accuse simili a quelle fatte al Capuana si fecero a me; allorchè Ella, dimostrandomi l'alta stima—furono sue parole—in cui teneva il mio ingegno, mi disse che avrebbe voluto vederlo impiegato in modo migliore.
Ecco come è nata la prima idea di quel Documenti umani che le ho mandati. Come Ella avrà visto, la prima novellina dimostra le mie intenzioni. Documenti umani si sono chiamati i fatti che comprovano le realità miserabili e lamentevoli? Chiamiamo Documenti umani un libro di novelle ispirate alle più alte idealità. Forse i lettori non mi accuseranno più di rinnegarle, forse il signor Treves mi stamperà….
Non le nascondo—sarebbe inutile, Ella se ne sarà accorta da sè—che in quei racconti io ho un poco qua e là calcata la mano, con un partito preso di distinzione, di lindura, di levigatezza quand même. Vi è in questo un movimento di reazione giustificabile, se non giusta, dinanzi alle accuse che mi si fecero. Abyssus abyssum invocat, e le esagerazioni in un senso provocano naturalmente le esagerazioni in un senso opposto. Se vi sentirete rimproverare da ogni parte di appestare i vostri vicini con l'odore dell'aglio, sarete molto probabilmente tentati di procurargli un'accapacciatura a furia di opoponax…. Quando la nuda semplicità della Nedda sollevò, in un certo mondo letterario, quegli scandali che Ella conosce, Giovanni Verga ebbe la tentazione di una solenne canzonatura: un rifacimento arcadico della sua novella, nel quale il famoso e scandaloso raglio dell'asino doveva essere sostituito dai gorgheggi dell'usignuolo…. Questo non vuol già dire che l'autore dei Malavoglia non creda all'esistenza dell'usignuolo; come le esagerazioni alle quali io mi sono lasciato andare non significano che io non creda all'esistenza dei sentimenti raffinati e dei caratteri scelti che ho rappresentati. Io credo che tutto possa essere—ma credo del pari che l'artista, in mezzo all'infinita varietà dei fatti umani, abbia piena ed intera la libertà della scelta e della interpretazione. Scegliere, fra questi fatti quelli che rappresentano il lato seducente dell'umanità, è certo accaparrarsi un più largo consenso; se, dunque, molti artisti vi rinunziano, per appigliarsi a quegli altri fatti che rappresentano il rovescio della medaglia, più che il biasimo non crede Ella che meritino una lode per il coscienzioso disinteressamento di cui dànno prova? Ma, dirà Ella, perchè scegliere l'altro lato?… Arrivati a questo punto, le teoriche non hanno più che farci: la scelta, il modo di vedere, sono quistioni di temperamento, di gusti, di educazione, di disposizioni permanenti o transitorie, di attitudini speciali: tutti elementi personali, variabilissimi, che non è possibile, e si potrebbe fino a un certo punto anche aggiungere non è lecito, di rintracciare. Se una dimostrazione filosofica o gli ammaestramenti di una esperienza mi inducono a credere che i sentimenti più alti e più rari si risolvono negl'istinti primitivi della bestia, io farò oggetto della mia rappresentazione artistica dei fatti dai quali questo concetto scaturisca. Se la mia esperienza mi avrà detto invece che gl'istinti meglio radicati sono domati da qualcosa di più potente e di più puro, io vedrò le cose in tutt'altro modo, la mia scelta sarà diversa. E la scelta è poi libera:—meglio: c'è vera scelta, o sotto l'illusione della libertà si nasconde una rigorosa predeterminazione?…