«Così diceva il ragionamento. Poi, io avevo voglia di strapparmi i capelli. Io non volevo che mi rubassero mia moglie. Quell'altro aveva avuto ed aveva molte donne, quante glie ne piacevano; io avevo lei sola. Era la donna mia; mi apparteneva, perchè io le apparteneva. Io non l'avevo rubata; io ero in regola con la mia coscienza, col mondo, con lei; con tutto e con tutti.
«Non avevo il coraggio di dirle: «Tu pensi a tradirmi.» Mi pareva una umiliazione per entrambi. Per risparmiarla a lei, mi umiliavo io. Spiavo le mosse di quell'uomo, gironzavo intorno a casa mia, intercettavo la posta. Un giorno trovai una lettera nascosta dentro un giornale di mode sotto fascia. Mi parve d'impazzire. Presi la lettera e la consegnai a lei senza aprirla. Le chiesi soltanto chi le scrivesse. Ella arrossì, rispose di non conoscere il carattere, lesse la lettera e la stracciò dicendo che era un anonimo impertinente.
«Mi dava ora maggiori dimostrazioni di affetto, mi parlava dei pericoli a cui una donna si trova esposta, voleva che io la sostenessi. Era il mio dovere ed il mio piacere. Per un poco, parvero ritornati i tempi della luna di miele. Durò meno dell'altra. Ella era divenuta inquieta, nervosa. Pareva l'avesse con me. Io non facevo nulla da dispiacerle.
«Verso capo d'anno, fu annunziata la visita di quel tale. Io mi feci coraggio; le dissi: «Non lo ricevere.» Rispose che sarebbe stata una sconvenienza. Non passai di là; li lasciai soli.
«Egli faceva il suo mestiere di ladro; io non potevo afferrarlo pel colletto e condurlo al posto di guardia. Vedevo la situazione nettissimamente, non mi accecava nè l'amore, nè la fiducia, nè la gelosia. Calcolando tutto, vedendo la freddezza crescente di lei, indovinando il pericolo, un giorno le dissi press'a poco così: «Siamo stati felici finora, nè io potrei esserlo più senza di te. Però, se tu non mi vuoi più bene, se sei stanca di me, se ti dispiaccio, io non voglio fare la tua infelicità. Non abbiamo figliuoli; ritorna a casa tua. Resteremo buoni amici, serberemo un bel ricordo dei giorni passati insieme.» Che cosa potevo fare?
«Ella protestò, commossa, che era sempre quella di prima, che le facevo male parlando così. Allora le proposi di andar via insieme; accettò. Partimmo. Il ladro ci venne dietro—come un ladro, di nascosto, senza farsi vedere. Un giorno, lo incontrammo faccia a faccia. Io dissi a mia moglie: «Hai visto chi ci ha seguito?» Dapprima, parve non avesse capito; poi si mostrò offesa: chi mi aveva dato il diritto di sospettare? Poteva dire alla gente di restarsene a casa?
«A casa, ci tornammo noi. Poichè non riuscivo a sbarazzarmi di colui, non valeva la pena di andar girando per il mondo. Io non amavo quella vita instabile, pensavo alla tranquillità delle mie abitudini, alle dolcezze del focolare domestico. Di queste dolcezze, mia moglie era sempre la più grande; fuori di lì mi pareva che mi appartenesse meno.
«Passò così del tempo. Qualche volta, io ero triste per lei come al pensiero di una persona cara che sia affetta da una malattia incurabile…. Non avevo testa da far nulla, un freddo mi passava da capo a piedi e mi pareva che il mondo stesse per finire. Vedevo quel che si preparava, e temevo di comprendere che era lei a volerlo. Allora, che cosa potevo farci?… Poi, mi persuadevo d'ingannarmi, speravo che tutto questo fosse un prodotto della mia fantasia, della mia paura. Ella non era nè triste, nè lieta; mi pareva un poco annoiata. Con me, era piuttosto fredda; capivo che il pericolo sarebbe stato nel caso contrario. Quell'uomo era ingolfato in affari politici, agitava il paese, non aveva tempo da scrivere una lettera.
«Le lettere anonime sono una provvidenza. Data la fondamentale vigliaccheria umana, è provvidenziale che si possa far risapere una cosa o dare un consiglio senza arrischiar nulla. Mi scrissero che mia moglie era andata, un certo giorno, in una certa casa, a trovare quell'uomo.
«Quando si dice che una cosa è inverosimile, che non vi si può credere, si fanno delle frasi. Io vi credetti subito. Mia moglie era lì, dinanzi a me, e ad un tratto mi parve che ella fosse tutta macchiata, tutta contaminata, e che se io l'avessi toccata soltanto con un dito quella bruttura mi si sarebbe attaccata addosso…. Le mostrai la lettera. Come ella mi vide gli occhi, si alzò di scatto. Io le domandai che cosa avesse fatto quel giorno. Sostenne il mio sguardo: perchè le facevo quella domanda? Le dissi io quello che aveva fatto. Negò altamente, mi accusò di prestar fede alle calunnie. Allora, io le ripetei tutti i particolari della lettera, e come li enumeravo, ella si turbava. Finì per ricascare sulla sedia, col viso tra le mani. Continuando, io le dissi: «Perchè hai fatto questo? Avevi da lagnarti di me? delle rappresaglie da esercitare? Non mi accettasti tu forse di tua libera elezione? Ti ho forse voluto bene meno di prima? Non ti avevo lasciato libera di andartene? Che cosa ti ho fatto?»