—Al contrario; il duello non avvenne.

—Oh, allora?

—Racconta, racconta un poco!—insistettero tutti, ad una voce.

—Bisogna innanzi tutto sapere,—cominciò Baldassare Gargano,—i motivi pei quali si scendeva sul terreno. Fu una sera, a…, al Circolo dello Sport, dove mi ero recato per caso, per non sapere che cosa fare di me. Avevo sfogliato dei giornali, scambiata qualche parola con alcune conoscenze, ed ero passato nella sala dei bigliardi. Stavo per sedermi, attirato dall'interesse di una partita impegnata fra due delle più forti stecche, quando scorsi, appoggiato allo stipite di una porta, quasi nascosto dalla tendina, il conte di Bauern; sapete, il figlio del ministro di Sassonia?…. In altre circostanze, quell'incontro non mi avrebbe fatto nè caldo nè freddo; ma il conte era stato di fresco colpito da una grande sciagura: la morte della sua giovane moglie adorata e pianta amarissimamente. Il triste avvenimento, che aveva commosso tutti coloro dai quali la contessa era stata conosciuta, non era molto recente, datava forse da quattro o cinque mesi; nondimeno, era quella la prima volta che lo sconsolato marito riappariva in pubblico. Questo fatto stesso vi potrà dare un'idea dell'intensità di un dolore le cui traccie, appena io ebbi scorto il conte, potei leggere sulla sua figura disfatta, nella magrezza e nel pallore del viso che l'abito nero contribuiva a mettere in ispicco, nello smarrimento degli sguardi nuotanti come in un vapore di lacrime. Il lutto che aveva nelle vesti, era anche nell'anima—di quanti vedovi credete voi che si possa dire altrettanto? Egli è che la contessa di Bauern, la gentile creatura così rapidamente sparita, riuniva tutte le condizioni per rendere felice un uomo—se la felicità è possibile. Bellezza, grazia, cultura, nobiltà di nascita e di sentimenti, austerità di costumi; ella aveva tutto; ed io non so se un nuovo Pigmalione, foggiandosi da sè un essere destinato a dividere la propria vita, avrebbe potuto farlo più perfetto. Per ogni dove, il conte di Bauern era guardato con un sentimento di invidia, che la possessione di un tale tesoro destava, ma che—pur troppo!—doveva presto mutarsi in pietà, quando il rapido estinguersi di quell'esistenza venne in certa guisa a dimostrare come essa non fosse fatta per questa terra….

—Ecco, ecco il marchese!—interruppe il Monterani.

S'intese infatti il rotolare di un legno che venne anch'esso a fermarsi dinanzi alla casa in costruzione. Erano tre le carrozze stazionanti ora lì vicino, circondate da alcuni curiosi che domandavano notizie ai cocchieri.

—Dicevo dunque—riprese il raccontatore—che vedendo per la prima volta al Circolo il vedovo conte, non potei esimermi da un movimento di curiosità. Senza essere molto intimo con lui, lo conoscevo abbastanza. Al tempo della sua disgrazia, ero andato a lasciargli una carta—formalità che ha il grande vantaggio, come tutte le formalità, di dispensarvi da ogni altra cura; però, vedendolo al Circolo, notando la sua tristezza, la curiosa espressione dei suoi occhi nei quali si leggeva la ricerca della distrazione in lotta col bisogno di concentrarsi nel proprio dolore, credetti conveniente di avvicinarlo. Quando gli fui accanto, mi pentii della mia iniziativa. Il conte di Bauern, presente col corpo in quella sala di bigliardo rischiarata dalle sei lampade dai grandi riflettori, ne era lontano con lo spirito—infinitamente lontano. Dove vagava esso? che cosa cercava? quale visione seguiva? Non lo so; so questo: che ebbi appena l'agio di stringergli la mano, di balbettare non ricordo più quali frasi di convenienza, e passai in una sala vicina.

«Quando il diavolo ci mette la coda….

—Un'altra carrozza!… Il medico del Luzzi….

—Silenzio!—ingiunse l'avvocato, che l'interesse aveva già preso.—Quando il diavolo ci mette la coda?