Le ultime parole erano state pronunziate a stento; la voce veniva mancando alla signorina di Charmory, e ad un tratto, ricadendo sul divano, ella aveva cominciato ad ansimare affannosamente, tutta la sua persona era stata scossa da un brivido nervoso come per l'invasione della febbre. «Maxette… Maxette, bambina mia!…» aveva esclamato la contessa, chinandosi premurosamente su di lei, tentando di sollevarla, di sedare quella scossa inattesa.
Se vi è per ogni persona nello stato di calma sicura una punta di crudele compiacenza dinnanzi allo spettacolo dell'ambascia altrui, la contessa di Verdara doveva trovare tanto più giusto che Massimiliana soffrisse, quanto più aveva sofferto lei stessa. Nondimeno, chinata sulla sua giovane amica, le prodigava dolci parole, carezze materne, senza osare di riconoscere quanta parte aveva in quella sua pietà l'egoistica gioia per il rifiuto della fanciulla. «Maxette…» le ripeteva, tenendola amorevolmente abbracciata, «Maxette, ascoltatemi… perchè vi turbate così? Non ve l'ho già detto?.. Tutto dipende da voi; se voi non vorrete, non sarà… Chi potrà forzarvi ad accettare l'offerta di un uomo che non amate?..» Allora soltanto, nascosto il viso tra le mani, Massimiliana era scoppiata in pianto.
Nello stesso tempo che sosteneva la giovanetta, la contessa si guardava intorno, confusa. Ella sentiva tutta l'eloquenza di quel pianto, di quell'unica risposta, ma non arrivava a comprenderne il significato. Allora, se lo amava, che cosa volevano dire le sue parole e perchè si disperava a quel modo?.. In mezzo ai singulti, abbandonata fra le braccia dell'amica, Massimiliana rispondeva: «Non posso… non posso… Mio Dio, dovevo prevederlo!.. Io non ho nulla, voi lo sapete… vivo di elemosina, della carità che mi fanno,..» ma l'accento con cui ella insisteva nel rifiuto non era eguale a quello con cui ne dava la ragione. Ragione o pretesto? Poteva quella essere una difficoltà da arrestare Raeli? Egli era ricco per due… «No,» ripeteva ostinatamente la giovanetta; «io sono una straniera… bisognerà che io parta… debbo partire… ditegli che partirò!..» E una convulsione l'aveva fatta ricadere.
Lo spettacolo di quel dolore si faceva attristante. Rosalia di Verdara aveva dimenticato il proprio interesse che si giuocava in quella partita, per darsi tutta alle cure che lo stato della sua giovane amica richiedeva. Ella sentiva che nessuno di quei pretesti reggeva, comprendeva che sarebbe bastato insistere ancora un poco, perchè Massimiliana le dicesse tutto, le svelasse il secreto che la soffocava; ma la sua lealtà, la sua coscienza l'ammonivano, le dicevano che profittare della debolezza, del dolore di quella creatura per strapparle una confessione della quale avrebbe potuto giovarsi, sarebbe stata una indegnità. Se Massimiliana avesse parlato… ma la signorina di Charmory le si irrigidiva tra le braccia, pareva sul punto di perdere i sensi. «No, è impossibile…» mormorava ancora, «io dovevo prevedere questo momento fatale…»—«Maxette, mia povera Maxette… fatevi animo!..» riprendeva allora Rosalia di Verdara; «sono qua io!.. contate su di me, se avete bisogno d'un aiuto, se avete bisogno d'un appoggio…» Sì, sì, l'altra accennava di sì, passandosi macchinalmente una mano sulla fronte… «Ebbene, innanzi tutto rimettetevi. La domanda per la quale io sono venuta, facciamo conto che non ve l'abbia partecipata. Guadagneremo del tempo. Voi avrete del tempo per considerarla attentamente, per maturare una decisione… Sta bene?.. E se potrò esservi utile… se i miei consigli…»
Ad un tratto, un gemito s'era sentito dall'altra camera; la contessa aveva pòrto l'orecchio, e passata di là, scorgendo la signora d'Archenval svenuta sopra una sedia accanto all'uscio di comunicazione, aveva chiamato: «Maxette, vostra zia!…» La signorina di Charmory, rapidamente ricomponendosi ed asciugate le sue lacrime, era accorsa mettendosi accanto alla tramortita e scostando con un gesto di preghiera l'amica. Ma come Rosalia di Verdara aveva fatto per avvicinarsi al bottone del campanello, per chiamare qualcuno, l'altra aveva scongiurato: «No, di grazia… non occorre…»
Respirando dei sali, sotto l'azione di bagnature fredde sulla fronte e sulle labbra, la sofferente si era scossa dal suo letargo; poi, battute un poco le palpebre, aveva spalancato gli occhi, e scorta Massimiliana curva su di lei, l'aveva stretta a sè con una forza che non si sarebbe sospettata in quel miserabile corpo stremato dal male. Si sentiva una specie di singulto rauco, di querela soffocata ma così lacerante, che la contessa di Verdara ne era rimasta turbata ed oppressa. Ella era nello stesso tempo piena d'imbarazzo, presentendo un secreto fra le due donne, persuasa che nessuna intimità poteva giustificare una sua più lunga presenza. Appena dunque Massimiliana si staccò dalla stretta della zia, ella si avvicinò alle amiche, mormorando un pretesto per ritirarsi. Prese la mano della viscontessa d'Archenval: era di una freddezza cadaverica. Massimiliana, terribilmente pallida, con le labbra quasi scomparse, le porse una mano che scottava; e tenendola a quel modo, la accompagnò fino al salotto.
Non diceva nulla, col respiro quasi spento, la testa china, gli sguardi fissi. E tutt'in una volta, come Rosalia di Verdara, fermandosi innanzi all'uscio, aveva fatto per abbracciarla, ella si era scostata un poco dall'amica, portando le mani alla bocca, come per soffocare il suono delle sue parole. «Ebbene… è una pazzia!.. bisogna, intendete? che tutto finisca!..»—«Massimiliana!» tentò d'interrompere la contessa, spaventata dall'espressione della giovanetta. Ma l'altra, abbassando ancora di più il tono della sua voce e accennando con la mano alla stanza vicina: «Zitta!..» scongiurò; «lasciatemi… Voi non sapete!.. Più tardi… più tardi!..»
XI.
La contessa di Verdara, tra riluttante ed insistente, ma comprendendo di non dover chiedere di più, era scomparsa in fondo al corridoio; la signora d'Archenval, accasciata sul suo letto, con la faccia tra le mani, non dava alcun segno di vita—e Massimiliana restava tutta allo schianto che la tragica prova le aveva prodotto.
Vi è una specie di forza tutta negativa, particolare agli spiriti troppo provati dal dolore, la quale consiste, invece che nell'agire sulle circostanze esteriori, come fa la reale energia, nel resistere all'azione di queste medesime circostanze. Una forza di tal genere era quella che la signorina di Charmory aveva spiegata durante il prepararsi del dramma, e che era diventata sforzo doloroso durante il suo colloquio con la contessa. Prevista, affrettata, angosciosamente temuta, scoccava per lei l'ora immancabile in cui la sinistra fatalità della sua vita doveva essere rivelata, da lei stessa, a costo di tutta sè stessa!.. Come lungamente il suo silenzio l'aveva oppressa! ma come studiatamente aveva cercato di prolungarlo—e come il dovere di parlare le si era imposto ogni giorno, a tutti gl'istanti!.. Da quali terrori era stata invasa, ogni volta che aveva creduto di scorgere in quanti la circondavano un'attitudine di sospettosa attenzione! e che violenze aveva dovuto farsi per non gridare il suo secreto all'amica, poichè aveva già cominciato a tradirsi!.. Non aveva ella, infatti, confessato l'amor suo per Ermanno? Sì, ella aveva osato questo… e non aveva avuto il coraggio di compiere la confessione, di soggiungere che ella era indegna di quell'amore, che mai ella avrebbe potuto accostarsi all'altare!.. Ella aveva avuta questa viltà; ma questa viltà era anche l'unico suo sostegno, l'unica ragione, non di sperare, perchè la speranza era morta per lei, ma di resistere—in tale abisso di miseria ella agonizzava!.. Ed era poi tutta colpa o merito suo il silenzio così gelosamente mantenuto, o non vi erano piuttosto delle terribili cose sfuggenti ad ogni espressione, da non potersi tradurre in parole senza che il sangue s'agghiacciasse nelle vene e la ragione si smarrisse?