Egli si era subito arrestato, offrendole il braccio nel vacillamento che l'altra non riusciva ancora a vincere, e guidandola fuori della sala la cui atmosfera era divenuta asfissiante. «Grazie!…» mormorava, con voce profonda; «ogni suo desiderio è legge per me…» E senza dire più nulla, senza domandarle la ragione di quella proibizione nella gioia trionfale di sentirsela accanto, l'aveva guidata verso la serra. Il luogo era deserto, una luce discreta vi si diffondeva dalle oblunghe lampade giapponesi, i rumori della festa arrivavano attutiti dalla distanza, e la meravigliosa vegetazione tropicale, i fogliami larghi e carnosi, gli avviticchiamenti quasi convulsi dei rami, l'acutezza penetrante degli esotici profumi, l'umido tepore dell'aria deliziosamente snervante, avevano finito di opprimerli entrambi… «Si ricorda?..» mormorò Ermanno ad un tratto, con una voce bassissima stringendo un poco il braccio della sua compagna. Si era arrestato, contemplando il meraviglioso profilo di lei, le labbra leggermente dischiuse, gli sguardi smarriti, l'eburneo pallor delle guancie. «Si ricorda, Massimiliana…. quel che io le dissi qui?..» e le aveva presa una mano, stringendolesi di più. La signorina di Charmory aveva fatto per trarsi indietro, guardando attorno come in cerca d'aiuto; egli l'aveva trattenuta con una muta preghiera. L'allegra festa rumoreggiava lontano, dalla serra esalava una larga respirazione, un alito infinitamente dolce, come una persuasione d'amore… «Massimiliana… io l'amo…» sussurrò Ermanno, con la ragione perduta nella lenta invasione di un desiderio folle di carezze e di baci, «Massimiliana… mi consenta di ripeterlo… è una soavità unica al mondo…» Impallidendo ancora di più, ella si era riversata indietro, afferrandosi alla spalliera di un sedile, cogli occhi chiusi, e il suo corpo si era tutto profilato in quella posa, dalla fronte purissima, dalla guancia morbidamente soave, dal collo marmoreo, al seno palpitante, alla vita inarcata, al mistero di linee perdute, evanescenti… Ermanno aveva visto come una nebbia ondeggiargli dinnanzi. Passato, con un gesto lento ma sicuro, il braccio attorno alla vita di lei; presale, con l'altra mano, una mano, egli l'attirò a sè. Ella tentava inutilmente di sciogliersi da quella stretta sempre più fitta, di gettare indietro il capo per sottrarsi alla carezza del suo alito ardente… «Massimiliana!..» supplicava ancora egli, ma la parola si perdeva in un suono inarticolato, in una specie di sordo bramito… «No… non come…» gemè ella, in una repentina rivolta di tutto il suo essere, risentendosi in preda alla forza del maschio, e appena le labbra di Ermanno ricercarono avidamente le sue, si era accasciata sul sedile, priva di sensi.
Incapace di dire una sola parola, Ermanno aveva portata una mano ai capelli, come se volesse strapparli. Rapidamente, la reazione era sopravvenuta, con l'orrore dell'atto commesso. Egli contemplava livide e smorte quelle labbra cui aveva osato un momento innanzi appressare le proprie, disfatta in un supremo abbandono quella figura adorata, spenti quegli sguardi luminosi; ed era l'opera sua sacrilega che egli contemplava. Restava inchiodato lì, dalla vergogna, dal rimorso, non potendo risolversi a toccare più con un solo dito quelle forme che aveva strette in un impeto di brama cieca, in un ritorno dell'antico istinto, lungamente mortificato e represso. La cognizione del tempo si era perduta in lui, quand'egli intese un passo avvicinarsi: era la signora di Verdara che si avanzava verso di Massimiliana…
Nel rimescolio delle danze, la contessa Rosalia aveva seguito fissamente la giovane coppia; e, ad un tratto, era stato come se la festa si fosse mutata per lei in qualche funebre rito. Tutte le sue persuasioni cadevano dinnanzi alla radiante figura di Ermanno a fianco di Massimiliana; non restava luogo che per l'esplosione del suo mal frenato rancore. La materiale rappresentazione della loro unione colmava la misura, faceva traboccare il fiele di cui si era abbeverata. Ora, senza riguardo, l'indegnità di quei due le si faceva manifesta: che grossolano inganno era stato il suo di credere alla loro nobiltà!.. Essi erano degni l'una dell'altro, erano veramente fatti per intendersi e per convenirsi, come dicevano intorno a lei gli spettatori curiosi… Egli con le sue pose di tristezza, l'altra con la vergogna di cui era coperta, erano lì, animati ed allegri, a ballare, a sorridere!.. La vista della loro felicità le riusciva insopportabile, la offendeva in tutto ciò che la donna aveva di più caro. Si sentiva trascurata, vilipesa, avvilita. Avrebbe voluto una folla dintorno, avrebbe voluto che una sua parola fosse avidamente contesa, che per un suo sorriso degli uomini si fossero battuti, affinchè qualcuno avesse imparato a conoscerne il prezzo…. Invece la sua stessa tristezza la isolava. Lei, la regina delle feste per la grazia, pel brio, per l'eleganza, si sentiva spodestata da Massimiliana, che raccoglieva gli unanimi suffragi della società. Una quistione di amor proprio ferito è in fondo a tutte le rivalità femminili, e la contessa avrebbe forse trovata una consolazione se la sua sontuosa toletta dalla gonna di cordonné rosa pallido con trine spumose disposte sul davanti, e dal manto di velluto verde cupo circondato di rose; se lo splendore dei suoi smeraldi e dei brillanti che fermavano una aigrette rosa e verde disposta sul capo, non fossero stati offuscati dal modesto abito bianco e dai mughetti della signorina di Charmory. Turbata e quasi piangente, ella si era ridotta nella serra deserta e avvolta in una semioscurità propizia alla sua tristezza. E lì, con la bocca stretta, con le mani nervosamente contratte, ella aveva assistito, spettatrice non vista, alla rapida scena che si era risolta nella sincope di Massimiliana e che, dopo un momento di esitazione, aveva sollecitato il suo intervento. «Dell'acqua…. presto, qualche cosa….» aveva detto, tentando d'aprire la veste della fanciulla, ed Ermanno era corso ad intingere il suo fazzoletto nella vasca che la contessa gli additava, senza domandarsi in qual modo ella fosse sopravvenuta tanto a proposito.
Recando la pezzuola inzuppata, egli era passato dietro al sedile per sollevare la giovanetta, che all'impressione di freddo sulla fronte aveva tratto un profondo respiro, scuotendosi, «No… non come l'altro…» mormorava, respingendo la contessa che la teneva stretta fra le braccia. «Son io, Maxette!.. son io…» e con un segno della mano, ella ingiungeva ad Ermanno di tenersi discosto. Dischiusi gli occhi, Massimiliana guardò un poco la donna; poi si sollevò, in un rapido ritorno della memoria, spingendo lo sguardo dinnanzi a sè. E come si vide sola con l'amica, afferrossi a lei, convulsamente. «Aiuto… soccorso…» supplicava, fremendo; «è troppo… è la morte…»—«Maxette!.. Maxette!..» ripeteva la contessa, subitamente comprendendo, impotente a sedarla, atterrita al vedere Ermanno avvicinarsi… «Diteglielo voi, di fuggirmi… voi che vedeste le mie lacrime… che sapete tutta la mia vergogna… Ah, Dio Signore… mio Dio Signore!..» La contessa tentava invano di farla tacere, di chiuderle la bocca in un abbraccio, vedendo già lo sguardo di Ermanno smarrirsi; ma l'altra continuava, tra le soffocazioni: «Bisogna dir tutto… Voi non sapete..! Vedere quell'uomo, l'uomo che ebbe questo miserabile corpo… parlare con lui, stringergli la mano!. Ed egli mi confidava l'anima… ed io tacevo!..» Girando la testa, in cerca d'aria, aveva allora visto Ermanno impetrato lì accanto; ed era sorta in piedi, come uno spettro, con una mano alla gola quasi per lacerarla, mettendo un strido che la contessa aveva soffocato.
Era ricaduta, esanime, con la bocca dischiusa. Come della gente si affacciava dall'altra estremità della serra, la contessa ingiunse brevemente ad Ermanno: «Vada via… per carità; si allontani… mandi qualcuno…»
Egli andava, vacillante, guardando dinnanzi a sè, con uno sguardo cieco, vitreo, stendendo una mano come per afferrarsi a un sostegno. «Qualcuno, una donna, laggiù… nella serra…» disse al secretario dell'albergo, che domandava allarmato, che cosa fosse avvenuto e non otteneva risposta…
Il duca Gastone di Précourt si avanzava, tenendo a braccio una dama elegantissima, che frenava a stento degli scoppii di risa dietro il ventaglio, mentre il suo cavaliere le mormorava qualche cosa all'orecchio. Ermanno aveva indietreggiato, come per dar loro passaggio; ma lentamente, senza arrestarsi, fino in fondo, fino a dar della testa sul muro.
XV.
Quando Massimiliana di Charmory riacquistò nuovamente i sensi, si trovò nella sua camera, adagiata sopra il suo letto con a fianco la contessa che spiava inquieta il suo ritorno alla coscienza. Ella aveva il vago ricordo di esser stata trascinata, inerte, con la testa fatta come di piombo; e lo stesso peso ora le gravava sulla fronte, malgrado la sua acconciatura fosse stata disfatta e una pezzuola imbevuta d'acqua ghiaccia vi venisse adattata continuamente. «Maxette… come stai?…» chiedeva sommesso la signora di Verdara, ed ella rispondeva appena con un moto degli occhi. Nella camera, solo la donna di servizio aiutava l'amica in quelle cure; la scena era avvenuta così rapidamente e tanto lontano dal centro della festa, che nessuno, neppure la viscontessa appartata in un salottino con qualche altra signora sofferente, se n'era accorto. «Desideri qualche cosa?… Vuoi che chiami tua zia?…» Ritrovando le sue forze a quella minaccia: «No… no!…» rispose Massimiliana, sollevatasi un poco sul letto; «ecco, è passato…» E, abbracciando l'amica: «Grazie… grazie!… Vorrei soltanto, come un favore, restare un poco sola…» La contessa insisteva per tornare più tardi; ma l'altra ripeteva: «Grazie, non occorre… È finito; ora sto bene…» E sorrise.
Ella sospingeva cogli occhi l'amica che si allontanava, dopo aver detto qualche parola alla cameriera; e come vide l'uscio richiudersi sulle due donne e come il rumore dei loro passi si spense, nascose la faccia tra le mani con un grido rauco di terrore e di raccapriccio. Era finito! Tutto era finito! Una parola era bastata perchè la malia fosse rotta! Egli era lì, aveva tutto udito, era rimasto come fulminato!.. Ella si sentiva come precipitare da un'altezza incommensurata, con la testa in giù, senza speranza d'arresto. La parola che avrebbe dovuto dire fin dal primo momento, il sinistro secreto della sua vita, la sua eterna condanna era pronunziata… Quale oscura, implacabile fatalità!.. «Perchè?… perchè?…» mormorava ella, soffocando il suono della sua voce contro i guanciali, torcendosi le mani, e i conati di ribellione si ammortivano sotto il peso enorme di quella fatalità. Implacabile!… Eterna!… «Perchè?… perchè?…» e non v'era risposta all'angosciosa domanda, o ve n'era una sola: perchè gli uomini erano delle belve insaziate, perchè la vita era una cosa malvagia. Fuggirla: questo ella avrebbe dovuto, e la propria debolezza, la propria viltà non l'avevano consentito. Aveva durato in quell'orribile vita, fra quegli agi che quell'uomo aveva finito per pagare, comprando così il silenzio dell'altro che avrebbe dovuto farle da padre! Tutto era turpitudine intorno a lei; tutto era falso in lei, come quelle falsificazioni della casa che erano gli alberghi nei quali aveva dimora. Fra quelle miserie aveva durato, aspettando—che cosa? che il peso di quel destino ricadesse ancora su di un altro, che un poco di quel fango schizzasse addosso ad un altro, che il sentimento della sua sciagura s'inacerbisse e si complicasse d'un rimorso. Parlare prima, dir tutto subito e poi andarsene, ascriversi tra le suore di carità: era quello che avrebbe dovuto fare e che non aveva fatto per ridursi a quel supplizio. «Perchè?.. perchè?..» Perchè lo amava! perchè lo aveva amato fin dal primo giorno, con forza sempre cresciuta! «Io l'amo!.. io l'amo!..» gridava, nascondendosi ancora la faccia contro l'origliere; ed era la morte dell'ultima illusione, la coscienza della fine, che le dava quelle vertigini… Com'era lontano quel giorno!.. appena pochi mesi, nel tempo; ma che cammino aveva ella fatto!.. Accasciata su quel letto di dolore, intanto che, come una raffinata ironia arrivavano fino a lei i suoni giocondi del ballo, ella ricostruiva tutta la storia di quella lotta, dimenticava un poco in quella evocazione il cordoglio presente, cercava di giustificarsi innanzi a sè stessa. Si era ella tradita una sola volta, quando aveva sentita la sua passione crescere ed ingigantirsi? Ella non poteva amare, ella era al bando del consorzio umano, e tutto il suo studio era stato di stornare da sè l'attenzione degli uomini, l'attenzione di lui… Un giorno era venuto, giorno di gioia paurosa e d'angoscia ineffabile, in cui ella si era accorta di essere amata—e come intensamente e delicatamente!.. Ella lo aveva ben compreso; aveva letto come in un libro nella sua anima nobile e grande; aveva previsto, prima ancora che egli le avesse detto una sola parola, in qual modo l'avrebbe amata!… Ella era ben certa di dir tutto, un giorno, quando ne avrebbe avuta la forza; di dire l'oltraggio subito, e non finalmente una colpa commessa… Sì, un istante ella era arrivata a dimenticare la sua macchia; era questa la sua colpa, e come orribile e pronto giungeva il gastigo! Ah, quell'uomo a fianco di lui!… la sua mano in quella di Ermanno… un viscido serpe… «Strappatelo!… schiacciatelo!»