Appena giorno, raccomandato a Giulio di andare nuovamente in cerca di Ermanno, ella si era messa in carrozza, facendosi portare all'albergo. Nulla, a quell'ora, le parlava più per lei: una pietà prepotente solo la vinceva per Ermanno, per Massimiliana, per tutti coloro che espiavano una colpa non propria. Era tutta un'esperienza che ella aveva fatta, ad insaputa di ognuno: gl'impeti della passione, i morsi della gelosia, i rimorsi dell'errore, le amarezze del disinganno, sentimenti buoni e malvagi, tenerezze e rancori: ella aveva tutto provato senza che nessuno ne avesse avuto un sospetto. Usciva dalla prova con una grande tristezza, ma guarita interamente. Per l'efficacia del contrasto, apprezzava ora come non aveva mai fatto, tutto il valore della sua tranquillità di spirito, del suo equilibrio interiore, della salute morale. Sarebbe ella stata a tempo di ridarla a quegli altri?…

La sua carrozza s'era arrestata dinanzi all'albergo; il portiere, avvicinandosi allo sportello, col berretto in mano, le rispondeva che la signorina di Charmory era uscita un poco prima. Allora, le sue paure erano cresciute. Dove poteva essere andata? che cosa pensava di fare?… Se una risoluzione funesta?… Scesa rapidamente dal legno, era salita dalla viscontessa: l'aveva trovata nella stanza di Massimiliana, raggomitolata sopra una poltrona, tremante di freddo. «È venuta da lei…» le diceva la moribonda, «per l'amor di Dio, corra a trovarla, a salvarla…»

Più turbata di prima, la contessa era ridiscesa, e nel vestibolo aveva scorta la signorina di Charmory. «Maxette!…» Massimiliana l'aveva presa per una mano, interrogandola, prima che con la parola, con lo sguardo: «Che cosa succede?…»—«Nulla… volevo vederti…» E l'ansia di ciascuna raddoppiandosi dinnanzi a quella dell'altra, il loro pensiero si era incontrato nell'unico oggetto che l'occupava: Ermanno… «Bisogna che mi conduciate da lui!…» chiese risolutamente la fanciulla. «Maxette mia… è impossibile…»—«È necessario. Se non volete accompagnarmi, andrò sola…» E fece per allontanarsi. Allora la contessa la trattenne: «Aspetta… vieni con me…»

Ella dette al cocchiere l'indirizzo di Ermanno. Poichè suo marito doveva essere a quell'ora presso l'amico, ella lo avrebbe fatto chiamare. La carrozza correva rapidamente, intanto che le due donne si tenevano per mano, in silenzio. Allo svoltare da piazza dei Marmi nel corso Alberto Amedeo, la contessa mise il capo allo sportello: un assembramento sbarrava la via. Ad un tratto, Massimiliana sentì tremare la mano che teneva nella sua, vide la contessa ricacciarsi indietro. «Che è?…» E come anch'ella sporse il capo, vincendo la resistenza dell'amica, gettò un grido lacerante.

Il portone era socchiuso, due guardie vi stazionavano dinnanzi, trattenendo la folla. La carrozza s'era arrestata di botto, e Giulio di Verdara aveva aperto lo sportello, dando il passo alla signorina di Charmory. La folla si ritraeva, silenziosa. Rosalia, afferrata una mano del marito, la strinse con una domanda negli occhi. «Respira ancora,» disse questi, ricambiando la sua stretta; «vieni ad aiutarmi…»

Ermanno Raeli, pallido ma sereno in viso, stava disteso sul suo letto, nell'abito nero della sera innanzi. Una coperta era stata tirata fino a mezzo il petto per nascondere le chiazze di sangue, lasciando fuori il braccio destro. Massimiliana di Charmory, sulla soglia della camera, era caduta riversa, senza un grido, senza una parola, nelle braccia della contessa di Verdara e di suo marito.

Autunno del 1887

FINE.

LIBRERIA EDITRICE GALLI
DI
C. CHIESA e F. GUINDANI

Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80.