La signora Woiwosky ne era degna? Ogni donna che accorda liberamente sè stessa all'amore d'un uomo è degna di quest'amore; la quistione che rimane aperta è di sapere che cosa l'uomo s'aspetta da lei. Non più giovanissima, vissuta in un ambiente dove i freni morali sono molto rallentati, avendo avuta per unica legge il suo proprio piacere, la signora Woiwosky non poteva dare ad Ermanno Raeli ciò che egli se ne riprometteva. Nel primo momento, come sempre, era stata la simpatia fisica che l'aveva vinta. Ordinariamente, la ignoranza del carattere reale della persona verso cui ci sentiamo spinti, è corretta dall'imaginazione che ce lo presenta quale lo desideriamo e che ci espone più tardi, dinanzi alla rivelazione di quello che è nel fatto, meglio a disinganni che a compiacenze. Per la signora Woiwosky, cotesto miraggio anticipato, che la realtà non avrebbe smentito, non era a temere—od a sperare;—e se ella fu meravigliata quando il carattere di Ermanno le si manifestò, la sua meraviglia fu del genere di quelle che si provano dinanzi alle cose strane e curiose. Quel giovane in cui ella aveva apprezzato il fascino personale, lo strano miscuglio di forza e di delicatezza, si trovava nello stesso tempo in anima delle più squisitamente sensibili. Era molto più che lei non domandasse!…
Preso dalle dolcezze della nuova vita, Ermanno aveva finito naturalmente per rimpiangere il tempo in cui non le aveva cercate; per ciò stesso, dinanzi alla felicità presente, egli non aveva l'agio di considerare come fosse venuta; tremava piuttosto che se ne andasse, e quasi le negava fede, tanto essa gli pareva grande, in questa condizione dell'animo, la facilità con cui la donna gli si era data non aveva il senso inquietante che avrebbe potuto avere per altri; diventava un titolo di più alla sua gratitudine. Tutto era per lui una ragione d'amarla, ed egli aveva delle incantevoli invenzioni di sentimento, una squisitezza di pensieri, una poesia d'espressione dinanzi alle quali l'altra, avvezza ad un mondo molto diverso, restava stupefatta, ma che sulle prime era disposta ad apprezzare in ragione stessa della loro rarità, benchè senza troppo capirle.
Da ambe le parti, l'equivoco fu delizioso; ma durò poco. Al completo abbandono dell'essere suo, Ermanno si veniva accorgendo che non era risposto con eguale effusione; che quella donna stretta al suo fianco era molto lontana da lui, più lontana che se migliaia di miglia li separassero… Come da un orlo indifeso, egli scorgeva un abisso spaventevole; ma la stessa enormità del pericolo gli procurava una specie di sicurezza. Sentiva che il disinganno gli sarebbe stato fatale, che aggiunto alle amarezze sofferte avrebbe avuto un'influenza decisiva su tutta la sua vita; e preso da una paura crescente dinanzi ai sintomi sempre più inquietanti che l'altra, già stanca di rappresentare una parte non sentita, non riesciva più a nascondere, cercava di persuadersi di aver visto male, di essersi ingannato, di diventar troppo esigente, di mancare d'esperienza… Se il fanciullo che chiude gli occhi dinanzi al pericolo crede di sottrarvisi, egli è che il pericolo in tanto esiste per lui in quanto ne ha la coscienza; con l'abolirne la percezione egli stima di averlo realmente abolito. Per le nature in cui l'imaginazione ha uno sviluppo esuberante, un simile fenomeno si riproduce frequentemente anche nell'età in cui la ragione potrebbe intervenire a far sentir la sua voce; ed Ermanno, che non poteva più illudersi, si sorprendeva talvolta a negar fede a ciò che avveniva.
Erano, sul principio, dei malintesi, futili in apparenza, a proposito di incidenti volgari: una parola interpretata in vario senso, un diverso modo di vedere, ma che intanto rivelavano la radicale impossibilità di una comprensione reciproca. Ciò nondimeno, Ermanno non poteva decidersi a rassegnarsi; e con l'inconfessato convincimento della inutilità dei suoi sforzi, cercava di leggere in fondo al cuore di quella Sfinge, nella lusinga di trovare qualche cosa a cui aggrapparsi. A misura che egli si faceva più insistente, la stanchezza della donna cresceva. Con una maggiore esperienza della vita, ella vedeva che era impossibile durarla, aspettava che egli stesso se ne sarebbe persuaso proponendole di separarsi con una buona stretta di mano, da persone di spirito. Dinanzi alla strana ostinazione di Ermanno, ella fu anche tentata di prendere l'iniziativa della separazione, dichiarandogli lealmente di voler riacquistare la propria libertà; un istintivo sentimento di rispetto per l'intuita superiorità di quell'anima la arrestò. Allora, i malintesi divennero più grandi, scoppiarono più frequenti, fin quando un giorno Ermanno Raeli vide compiersi una cosa abbominevole, che spense come un turbine l'ultima sua illusione. Quella donna che aveva appartenuto a lui, a cui egli aveva creduto come alla stessa Fede, si era data ad altri; semplicemente, freddamente, per capriccio, come gettava via dei guanti ancora freschi pei nuovi, ella lo aveva abbandonato per un altro… La súbita rivelazione di questa mostruosità diede una scossa terribile al suo spirito. Non crederla, era impossibile; ribellarvisi, era inutile: il fatto esisteva, brutale, violento. Tutte le dolcezze, tutte le promesse, quell'intima, quella lunga comunione: tutto era finito. Ogni legame era sciolto. Fra loro, dopo quello che erano stati l'uno per l'altro, nulla esisteva più di comune; essi erano ridiventati due estranei, come prima, più di prima… Un momento, egli fu tentato di andarsene da lei, di supplicarla, di scongiurarla, di riprenderla fra le sue braccia, di evocare gl'istanti volati, di rivelarle l'abisso che gli aveva scavato dinanzi, di fargliene misurare la profondità, di domandarle in ginocchio di stendergli una mano, di non farlo perdere, di non indurlo a negare, a bestemmiare la fede, l'amore… L'amore? E ad un tratto la mal repressa ribellione scoppiava dentro di lui. Era dunque quello l'amore? Quale disgusto!… In alto e in basso della scala sociale, brutalmente confessata o ipocritamente nascosta, venduta o concessa, non esisteva che la sodisfazione degl'istinti!… Egli non era stato amato, ma non aveva amato neppure. Riconosceva adesso la sua illusione, l'inganno in cui era caduto, il chimerico inseguimento di qualche cosa che era soltanto dentro di lui, nella sua imaginazione, e che mai, mai, avrebbe potuto afferrare…
Una crise violenta scoppiò nella sua coscienza. Come reazione voluta, accarezzata, con una sfrenata compiacenza, sostenuta dal fondo d'energia che era nella sua natura e che prendeva una rivincita, egli si buttò a capo fitto in una vita di pazzi piaceri e di amori malsani; trovò una specie di furibonda voluttà nel profanare, nel deridere, nel macchiare di fango i suoi assurdi ideali. Di quella crise fu per morire. Nondimeno, guarì; ma il suo sguardo serbò per sempre l'attonita immobilità di chi ha visto spalancargli la terra dinanzi; e una ruga precoce, indelebile traccia della tempesta, solcò la sua fronte.
IV.
Quando Ermanno Raeli tornò a Palermo, dopo parecchi anni di assenza, la sua vita riprese a scorrere sola, monotona, come una volta. Nessuno, o ben pochi, sospettavano ciò che era avvenuto nell'animo suo; a giudicarne dai suoi atti, nulla sembrava mutato in lui; la sua tristezza, il suo mutismo, la sua avversione pel mondo erano antichi. Agli occhi degli indifferenti, Ermanno non aveva nulla di particolarmente interessante: era un giovane dovizioso, di buona nascita, molto intelligente, ma incerto ancora della via da seguire, e forse per ciò stesso dall'aria un poco eccentrica.
Fra le rare persone la cui compagnia egli talvolta non disdegnava, il conte Giulio di Verdara occupava il primo posto. Era un carattere, nelle sue manifestazioni esteriori, perfettamente opposto a quello di lui; ma, sotto al sorriso canzonatore che gli errava sulle labbra, dietro le professioni di scetticismo egoistico, si nascondeva un gran fondo di bontà e di rettitudine. Avviatosi per la carriera diplomatica, l'aveva sul più bello lasciata, come se la riserva e la finzione imposte repugnassero a quello spirito franco malgrado l'apparente contradizione fra le teorie professate e la pratica. Datosi ad operazioni di grande commercio, egli sosteneva per esempio che l'onestà era una blague, che il primo istinto dell'uomo era quello della frode e della rapina; ciò non impediva intanto che egli fosse onesto fino allo scrupolo, e buono fino a danneggiare i proprii interessi quando v'era un interesse altrui da risparmiare.
Giulio di Verdara ed Ermanno Raeli, intendendosi nel fondo, soffrivano la loro diversità esteriore; ma i loro incontri, per la stessa natura delle loro tendenze, non erano frequenti. Il conte aveva preso moglie durante l'assenza di Ermanno; questi, nella sua avversione a conoscere nuova gente, aveva evitato una presentazione spesso proposta. Doveva però ben tosto avvenire una circostanza da metterlo nell'impossibilità di dare indietro.
Dalla sua peregrinazione per i musei di Europa, egli aveva portato un gusto per le cose dell'arte, e lasciata da un canto la filosofia, si era messo attorno ad uno studio sulla scuola siciliana di pittura, e specialmente sul Monrealese. La figura di questo artista forte, originale, precorritore del proprio tempo e di tanto superiore alla sua fama, lo aveva subitamente sedotto. Aveva fatto il giro dell'isola per vederne tutte le opere, ed a Palermo, quando lasciava il suo grazioso pianterreno del Corso Alberto Amedeo, passava le sue giornate fra la Biblioteca comunale e il Museo nazionale, attorno agli scritti su Pietro Novelli ed alle pitture di lui.