Un uomo che riceve il massimo insulto, uno schiaffo sul viso, freme e s'arrovella e soffre come nessun altro; ma egli può dare sfogo in più modi all'impeto della rabbia e dell'ira. E ciò precisamente rende insoffribile più che uno schiaffo sul viso l'insulto d'una donna alla quale si credè di potere, anzi di dover chiedere l'amore: l'impossibilità di prendersela con lei o con altri. A questa donna quest'uomo non può dire, afferrandola per un braccio e scotendola:
— Maledetta, chi t'ha detto di provocarmi? Per qual gusto sei venuta a metterti sui miei passi? Credevi che io avessi animo di divertirti? Che cosa c'è nella tua testa vana e folle? Non c'entrerà mai la logica, la ragione, il buon senso, il senso comune?...
Egli non può andare a narrare queste cose alla gente, svelare la doppiezza di costei, ottenere che sia riconosciuto il torto di lei e la ragione sua propria. Mentre il maschio originario vorrebbe battere e sottoporre questa donna, l'uomo civile deve sorridere, inchinarsi, chiedere scusa; perchè la femmina è diventata un essere sacro anche quando è spregevole, che dice la verità anche quando mentisce, che bisogna difendere anche quando vi offende...
E il più grave è che ciò è giusto! Le leggi, i costumi, gli stessi pregiudizii che ci reggono non sono [pg!71] arbitrarii; hanno tutti una qualche ragione. Le donne debbono essere perdonate e difese perchè non sanno quel che si fanno. Se il nostro protagonista avesse sfogato il suo sdegno contro quella disgraziata, si sarebbe procurato un rimorso senza fine amaro. Se costei non seppe quel che fece, ella stessa ne sopportò le conseguenze — fino a morirne!
Il domani della scena del teatro egli mandò qualcuno all'albergo dove ella stava, per sapere, roso come era da una torbida curiosità, che cosa aveva fatto. Era partita. Allora egli si strinse nelle spalle, borbottò l'eterno: «Donne! Chi vi capisce?...» e riprese le sue esercitazioni letterarie.
Ora un giorno, dopo aver messo fuori un nuovo volume, ecco arrivargli una lettera sulla busta della quale riconosce il carattere di lei... Ma è proprio di lei? Non è possibile! Egli deve ingannarsi: vide due volte la sua scrittura; questa che ora considera le somiglierà, ma non è, non può essere la sua! Che cosa ha da scrivergli ancora? Ardisce ancora rivolgersi a lui? Gli chiede di farle vedere un Panificio e lo invita in un gabinetto particolare di qualche caffè elegante, per far poi la casta e la sdegnata?...
La lettera è proprio di lei; viene da molto lontano. Ella gli parla del suo nuovo libro, gli dice che le piace moltissimo, che l'ha fatta piangere, che da molto tempo non le accadeva di leggere una cosa tanto bella e forte. Gli chiede che cosa scrive ancora. Non un accenno al passato.
Il primo impeto del nostro romanziere è di stracciare quel foglio e di buttarlo nel cestino. Ma è trascorso molto tempo, la riflessione sopravvenuta gli ha dimostrato che le donne non sono responsabili delle loro azioni; la cavalleria, anzi una cosa molto più semplice, il galateo, gli rammenta che a tutte le lettere, ma più specialmente alle cortesi si deve una risposta. Un altro consigliere, più accorto, più ascoltato, l'amor proprio, gli suggerisce di rispondere perchè quella donna non creda che egli l'ha ancora con lei. E risponde; poche righe di ringraziamenti, studiatamente cortesi.
[pg!72] Tre giorni dopo egli riceve un'altra missiva lunga quattro facciate. Ella gli parla un po' di letteratura, un po' d'arte, un po' di sè stessa; gli dice che è triste, che cerca nella lettura una distrazione e un conforto. Ragiona dei sogni, delle illusioni, della poesia.
Ora la disposizione dello scrittore è modificata: egli ride. Dica la verità: ne ha ben donde! Quella pazza ricomincia sopra un altro tono! Prima erano gl'inviti prosaici, ora sono le istigazioni poetiche! Ma se crede di coglierlo un'altra volta!... Le risponde pertanto menando — scusi la stupidità dell'espressione, contessa; ma non le pare che convenga alla stupidità dell'avventura? — menando, dico, il can per l'aia. Ella riscrive, e in breve scambiano epistole ad ogni corriere.