di Lei, gentilissima Amica,
dev.mo ed obb.mo
F. de Roberto
All'illustrissima Signora
la Contessa R. V.
Siena
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[LA MUTA COMUNIONE]
Contessa gentilissima e furibonda amica,
Mea culpa! Mea culpa! Mea maxima culpa!... Non basterà picchiarsi il petto, accusarsi umilmente, implorare perdono? Ella dice di no? La colpa mia è proprio irremissibile?... Via, mi lasci almeno sperare. Ella sa del resto benissimo che la speranza non ha bisogno, non che di permessi, ma neppure d'argomenti per farci accogliere le sue persuasioni. Se pure ella non vuole, io posso egualmente credere che un giorno o l'altro la troverò meno severa contro questo povero signor Me Stesso... E dire che era tanto disposta all'indulgenza! Mi faceva buone tante cose! Tollerava la mia freddezza, il mio scetticismo, la «scettica e spietata freddezza» con la quale esposi le teorie più sconfortate; scusava, se pure non giustificava, il «vandalismo morale» col quale mi ero messo a sfrondare, ad abbattere, a disperdere ogni poesia e ogni idealità! Ma una cosa l'ha rivoltata, una goccia «di fiele» ha fatto traboccare il suo sdegno. Quando io ho detto che gli uomini non possono intendersi, che le anime non possono comunicare, che il pensiero e il sentimento [pg!2] sono intrasmissibili, non m'è valso riferire il giudizio d'un filosofo come Taine, non m'è giovato citare un poeta come Baudelaire, è stato inutile tentare lunghe e minute e pazienti dimostrazioni: sono stato giudicato!... Tuttavia bisogna credere o che ella speri di convertirmi, o che non sia poi tanto sicura delle sue opinioni e quasi cerchi, con la discussione, affermarle; perchè, dopo aver dichiarato di non voler discutere più, trovo ancora nella sua lettera questi eloquenti passaggi: «E allora, se gli uomini non possono intendersi, perchè mai, di grazia, venite enunziando queste vostre eresie? Se tutto ciò che vi passa per il capo è frutto particolarissimo della vostra costituzione, dell'educazione, dell'ambiente, di non so quante altre diavolerie; se le vostre escogitazioni sono tutte vostre, perchè mai le partecipate al prossimo? Io avevo finora creduto che quando uno esprime una cosa, parlando o scrivendo, oppure gestendo, se non ha rotto lo scilinguagnolo, costui crede che gli altri potranno credere questa cosa, pensarla a loro volta, riesprimerla e comunicarla ad altri successivamente! Ma se voi siete persuaso di non potervi intendere con nessuno al mondo, mi pare che vi converrebbe cominciare, per esser conseguente, con lo starvene zitto!... Secondo voi ogni creatura umana fa razza da sè, parla un linguaggio che nessun'altra creatura umana capisce; il mondo sarebbe come un'immensa torre di Babele. Ma voi sapete benissimo che quella torre non fu potuta finire, che per la confusione delle lingue l'impresa andò all'aria. Invece io vedo che il mondo, bene o male, e se vi piace più male che bene, pure sussiste; e che ogni giorno, ogni minuto, gli uomini s'accordano in una moltitudine di affetti, d'idee, di persuasioni! Voi credete invece di parlar turco in mezzo a un pubblico che del turco non conosce neppure la canzonatoria strofetta:
C'est par là,
Par Allah!
Qu'Abdallah
S'en alla!
[pg!3] O non è dunque fiato sprecato? E allora, scusate, perchè non smettete?...»