«E facendosi vento col grande ventaglio di piume bianche, dalle stecche di tartaruga bionda, che agitava con moto largo e maestoso, s'atteggiava a gran signora, non dimostrava alcuna maraviglia, anzi pareva tutta soddisfatta nel vedere questo strano avventore pendere dalle labbra di lei, chinare il capo in atto ossequente a tutto ciò che ella diceva, senza toccarle la punta di un dito... E dalla tristezza, dal rancore, dalla maraviglia io passavo finalmente a un senso di sottile compiacimento spirituale. Ero venuto a cercare il piacere dei sensi e trovavo quello del pensiero, nel curioso paragone psicologico che s'era imposto alla mia attenzione e mi forniva gli elementi d'una specie d'equazione morale. Come l'esercizio d'uno stesso mestiere e l'influenza d'uno stesso ambiente imprimono nelle persone nativamente più dissimili un carattere di simiglianza, così tra la mercenaria e la dama che in condizioni e a patti diversi vivevano dell'amore, le differenze s'andavano riducendo, per adoperare ancora il linguaggio delle scienze esatte, infinitesimali e trascurabili: la cortigiana nel salire verso la signora, questa nel discendere, tendevano a darsi la mano. Fra quelle due anime si poteva veramente già porre il segno dell'eguaglianza.»
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[LE CICATRICI]
Le nuove pagine del giornale di Ermanno Raeli che ultimamente io le trascrissi non le sono dunque piaciute, incontentabile amica, quanto le prime. Me l'aspettavo. Non vi si parlava di poesia, una signora vi era agguagliata ad una semplice mercenaria: ella quasi ritoglie pertanto alla memoria del povero amico mio la stima che prima gli aveva concessa. Per vero dire ella si degna di ammettere l'esattezza dell'equazione morale di Ermanno, ma teme che, «secondo il solito,» da un caso particolare io tragga conseguenze troppo generali. Si rassicuri: se un tempo caddi in questo errore, dopo che ella m'ha dato sulla voce starò più attento e andrò più cauto. Io non affermerò, per non farle dispiacere, che quasi tutte le signore galanti somigliano troppo alle mercenarie; dirò invece che, alle volte, c'è delle mercenarie che valgono più delle signore galanti...
Per fortuna, molte centinaia di chilometri ci dividono, e se io le faccio rabbia, sono, come direbbe un artigliere, fuori del tiro della rabbia sua. Il meno che potrebbe capitarmi, se invece di scriverle queste cose glie le dicessi, sarebbe d'esser messo alla porta. Ma [pg!158] forse ella non spingerebbe fino a tanto lo sdegno; come non l'ha finora spinto fino a rimandarmi indietro, senza leggerle, queste mie lettere. Loro signore hanno una passione irresistibile che si chiama curiosità. E' naturale: poichè non conoscono, e non possono e non debbono conoscere certi fatti umani, i fenomeni sociali troppo tristi, le miserie, le vergogne, le piaghe, tutto il lato della vita che resta nell'ombra e nel mistero, ma del quale presentono l'importanza, sono cupide di saperne qualcosa dagli uomini, la cui molteplice e libera esperienza non ha secreti. Non dico che se la gente sapesse di che cosa le scrivo ella non m'ingiungerebbe di smettere; ma — sia sincera! — poichè nessuno sa gli argomenti delle mie lettere, ella se ne sdegna, va bene, ma poi le aspetta curiosamente.
Già una volta io dovetti parlarle d'un luogo che i chinesi chiamano poeticamente barca di fiori, ma dove di poesia non ce n'è punta. Le vicende di questa nostra discussione epistolare mi fanno andare un'altra volta là dove il grande Poeta di cui non potei dirle il nome fece la veglia dell'arme. Senza dubbio le sciagurate che popolano queste case hanno perduto quasi sempre le ultime vestigia dell'umana dignità e sono oggetto di orrore e di ribrezzo; ma non possono esse talvolta ispirare un altro sentimento, tutto caldo, tutto cristiano, il sentimento della pietà? Quando la loro miseria sembra inguaribile, non possono esse dar prova che erano degne d'un meno infame destino?....
Io le narrerò quel che accadde una volta ad un altro poeta, non grande come l'Anonimo, ma certo non infimo. Ella non dirà così che nelle mie lettere non c'è mai poesia. Quest'altro sognatore, adunque, una sera che i fumi del vino gli avevano annebbiato il cervello, si trovò non solamente incapace di resistere agli incitamenti della chiassosa compagnia con la quale aveva banchettato, ma perfino di giudicare dove fosse e che cosa facesse. Se, nella prima gioventù, arso di amore, egli non aveva troppo badato, come tutti gli altri uomini, al bicchiere nel quale dissetavasi; con [pg!159] gli anni era divenuto molto riguardoso, e le nobili amicizie nelle quali aveva attinto alte ispirazioni lo avevano per sempre distolto dagl'impuri piaceri che un tempo erano per lui amari argomenti di torbidi canti. L'arte sua, da principio degna d'un orgiastra, impudica, satanica, piena di volute reminiscenze baudeleriane, erasi purificata; egli rideva ormai dei suoi antichi atteggiamenti e non comprendeva perfino come avesse potuto trovar materia d'arte — d'un'arte sia pure corrotta — nelle case del vizio. Senza dubbio i ricordi delle letture, le imagini rettoriche delle quali la sua mente era popolata, e non già le dirette impressioni della realtà avevano alimentato la sua antica produzione; mutata ora la disposizione del suo spirito, egli era certo che dove un tempo aveva trovato creature diaboliche, tragiche vittime o dolenti sorelle; dove aveva scoperto l'antitesi della carne impura e dell'anima vergine, dell'oro e del fango, del riso e del pianto, non avrebbe rinvenuto altro che la più vile stupidità. Senza sua volontà, pertanto, anzi a propria insaputa, si destò quella sera accanto a una donna che gli aveva gettato le braccia al collo, una creatura bella e strana ad un tempo, grande, forte, con una testa che pareva sbozzata nel marmo, a larghi tratti, rassomigliante tutt'insieme a qualche animata statua della cacciatrice Diana. Ma la fredda e quasi scultorea espressione del viso era animata dagli occhi azzurri, dolci e ridenti come un celeste spiracolo. I capelli castani, crespi, foltissimi e corti, le mettevano sulla nuca come un casco enorme ed opprimente; una lunga veste azzurra, stretta alla cintura, stretta ai polsi, pudicamente copriva tutto il suo corpo ed era appena aperta intorno all'attaccatura del collo, tanto tuttavia da lasciar scorgere, sulla pelle bianchissima, la riga esile ed ancora un poco più bianca d'una cicatrice.
— Che è questo? — domandò il poeta quando si fu liberato dall'abbraccio e per vincere in qualche modo l'imbarazzo al qual'era in preda.
— Non vedi? — rispose ella con un forte accento esotico sgraziato a udire ma che si traduceva plasticamente [pg!160] in un vezzoso atteggiamento delle labbra ed era, insomma, una stranezza di più. — Non vedi? Una cicatrice. E' stato un colpo di coltello: potevo morirne. Trapassò il polmone; quando fui guarita stetti tanto tempo tossendo. Il mio amante mi fece questo, per gelosia; mi voleva bene!
E mettendo tratto tratto una mano sulla spalla del suo cliente, costringendolo a prestarle attenzione, esclamando: «E senti!... e ascolta!...» narrò la storia. L'amante suo, al quale non faceva senso la rivalità di tutta la folla, aveva impeti di cruccio violento se ella accordava un sorriso o se rivolgeva più spesso la parola o se stringeva più forte la mano a qualcuno, al primo venuto. Le voleva proibire di muoversi, di parlare, di guardare! Proibirlo a lei che s'era ridotta a quella vita per non aver potuto tollerare l'obbedienza, che aveva abbandonato il marito per non soffrire il suo dominio, per esser libera di fare quel che le pareva?... E, da principio, l'amante non se la prendeva tanto con lei quanto con gli uomini dei quali era geloso: metteva mano alle armi per impaurirli e indurli a smettere. Quando ebbe dato e ricevuto molti colpi di bastone e di rasoio, s'accorse che sbagliava strada, che non doveva prendersela con gli altri ma con lei stessa. E allora cominciarono le minaccie terribili di morte e di sfregio. Non le parlava più se non con il coltello in mano, tenendola afferrata per il collo, facendole sentire il freddo della lama sulle guance, sulla gola, sul seno, alzando continuamente il braccio in atto di ferire. Ed ella esclamava: «Su, vediamo se sei buono!... Andiamo, presto!... Ma su!...» E poichè egli non riusciva a compiere le minacce, ella gli consigliava compassionevolmente: «Vattene, piuttosto, e non ci tornare più... Non è affar tuo!... M'hai seccato, insomma!...» Finchè un giorno che le aveva ingiunto con più furore di smetterla e che ella gli aveva risposto con maggiore durezza: «No! Vattene, se non ti piace! Ammazzami, se sei buono!...» egli aveva gettato un grido, affondando l'arma con tutte le sue forze. Subito dopo s'era messo a fare come un [pg!161] pazzo e a piangere come un bambino, credendola morta; ma ella lo aveva costretto a fuggire, a nascondersi; e aveva asserito d'essersi ferita cadendo, e lo aveva salvato dalla galera e dalla fame, togliendosi il pane di bocca per sovvenirlo nel rifugio da lei stessa procuratogli.