— Vorrei morir nella stagion dell'anno...

«E la storia di Margherita Gauthier l'affascinava. Correva al teatro quando c'era quello spettacolo, in prosa od in musica; e fra i suoi libri il più sgualcito era La Traviata ovvero La Signora dalle Camelie. Più che la sua bellezza veramente delicata, la sincerità di certi suoi sentimenti, l'innata bontà dell'animo e lo stesso male che covava nel suo petto la rendevano degna d'interesse. L'idea che veniva a molti, pensando a lei, era di poterla trarre da quella vita, di mandarla lontano, sui monti, in riva al mare, a curarsi, a guarirsi. Ti dirò che l'ebbi anch'io. E poichè ella comprese questa cosa, e poichè le avevo dato altre prove della mia premura per lei, credette di dovermi dire che sarebbe stata volentieri con me. Scherzando io osservai: «E Riccardo?...» Restò un momento imbarazzata, poi disse: «Ora non penso più a lui come prima; col tempo lo dimenticherei del tutto...» Io soggiunsi: «Ma non dicevi che il primo amore non si scorda più?...» — «Questo sarebbe il secondo...» ella mi rispose: motto veramente straordinario, sul quale il tuo Stendhal avrebbe scritto un volume!...»

[pg!177]

[LO SCANDALO]

Ma no, ma no, mia buona amica; io non mi sono mai sognato di dire che tutte, o la più gran parte delle mercenarie sono come quelle delle quali le ho parlato, ancora capaci di sentimenti buoni e degne di ispirarne. Lo scherzo è scherzo, ed ella sa, senza che io glie lo dica, a che punto comincia e dove poi finisce. Se un certo sdegno contro i giudizii volgari può spingere al paradosso, la verità vera non deve restare a lungo disconosciuta, e la vera verità intorno all'argomento che oggi ci occupa, è questa: che le mercenarie come la Toscanina e la sua compagna dalle cicatrici sono troppo rare eccezioni; d'ordinario non accettano e non gustano la turpe vita se non turpi creature. Tuttavia, hanno gli uomini il diritto di disprezzarle — intendo gli uomini che le cercano e se ne giovano? Non c'è in questa nostra società un'ipocrisia spaventevole grazie alla quale — diciamo meglio: per colpa della quale — i morigerati difensori della scrupolosa morale sono poi quelli che più godono nel vizio?

Le persone molto virtuose sono sovranamente indulgenti — quando non sono spietatamente severe. [pg!178] E se questa sentenza le pare un bisticcio, io le dirò che ci sono diverse qualità di virtù: una arcigna, l'altra benigna; e che la virtù più vera, più virtuosa, è la virtù buona. Io credo che bisogni diffidare un poco dell'esagerazione scrupolosa. Mi pare che un'anima capace d'intendere veramente la vita debba inclinare al compatimento. E senza insistere questa volta nell'esordio, passo a narrarle una saporosa storiellina non solamente per dimostrarle questa mia idea, ma anche per darle ragione nella sua protesta contro il troppo indulgente giudizio delle donne che si vendono. In questa mia storiella vedrà una mercenaria-tipo, cioè volgare, cupida, odiosa; una di quelle per le quali non si può provare altro che sdegno — a patto di non frequentarle...

Uscivamo una sera dell'inverno passato, io ed il mio amico Baglioni dal teatro dei Fiorentini: io spettatore, Baglioni autore d'un dramma intitolato L'Onore che aveva fatto un fiasco tremendo. Il dramma era una cosa fortissima, straordinariamente bella, una vera opera d'arte. L'avevano fischiato dalla platea, dai palchi, dal loggione, tutti quanti, accaniti, feroci, inumani, perchè era immorale. Quelle poche persone non destituite interamente di senso comune con le quali avevo parlato, andando via, riconoscevano il valore dell'opera, ma disapprovavano altamente che sulla scena si portassero fatti tristi e personaggi abbietti. «Non sono neppur veri!» avevo sentito dire; «gli uomini non sono così indegni come questa nuova scuola letteraria li fa! Se pure fatti simili accadono, saranno eccezioni; e perchè mai l'arte avrà da cercare col lanternino i rari e oscuri esempii dell'infamia e della viltà, e non dovrà invece rappresentare gli esempii quotidiani e luminosi della bontà, della dignità, della grandezza?» Non avevo voluto discutere, tanto ero irritato ed offeso per l'amico mio dagli urli selvaggi, dall'osceno baccano che aveva accolto l'opera sua; se avessi discusso avrei risposto ai moralisti: «La prova della dignità, della bontà, della grandezza, eccola qui, lampante: un uomo pensa, studia, discute [pg!179] tra sè, giorno e notte; egli ha la febbre, non dorme, non riposa. Perchè? Che cosa fa? Che cosa vuol fare? Egli vuol rappresentare un pezzetto di vita, prendere tre o quattro creature umane e inchiodarvele lì, vive, palpitanti ed immortali! Con le parole, con segni immateriali, egli vuol darvi l'illusione della vita; l'illusione? No, qualcosa di reale, di più reale; perchè la vita passa e l'arte resta; perchè senza Dante, senza Shakespeare e senza Balzac noi non sapremmo che cosa furono e che cosa sono gli uomini! E perchè questo scrittore, questo artista, questo pensatore ha scelto male — concediamo! — perchè ha rappresentato cose non belle, costoro, i difensori della bellezza, per provargli che bisogna far meglio, lo ingiuriano, lo scherniscono, l'offendono, lo vilipendono, gli urlano dietro, lo pigliano a sassate come un cane rognoso. E chi sono costoro che si sollevano in nome dell'offesa morale? Prendeteli a uno a uno, guardate nella loro vita, cercate che cosa hanno fatto oggi, che cosa faranno stasera, stanotte, quando andranno via di qui, dopo compiuto il dovere di svergognare l'immoralità, e poi ditemi se hanno proprio il diritto di compiere questo dovere; se tutte queste reboanti parole delle quali s'empiono la bocca, il dovere, il diritto, il giusto, il bello, il buono, la dignità, il rispetto, non sono per la maggior parte di essi suoni, fiati, accozzamenti di sillabe dei quali sconoscono il senso...» Queste cose che non avevo detto ai critici le venivo ora dicendo all'amico mio, in istrada, tenendolo per il braccio; glie le dicevo perchè avevo bisogno di sfogarmi dicendole, non già perchè egli avesse bisogno dei miei conforti. Egli rideva, d'un riso schietto, d'un riso sonoro ed infrenabile. Prima della rappresentazione m'aveva, sì, espresso i suoi dubbii sull'arditezza del dramma e le previsioni della caduta; ma se ai primi sintomi del fiasco s'era crucciato come un padre che vede mal accolta la creatura sua, il selvaggio accanimento del pubblico, il rossiniano crescendo dell'indignazione, la sollevazione furente delle timorate coscienze dinanzi alla dipintura d'un fatto [pg!180] preso dal vero, d'un fatto disgraziatamente troppo frequente e tanto tollerato nella vita reale, lo aveva esilarato come una cosa buffa, come una caricatura morale.

— Ah! Ah! Ah!... E' incredibile!... E' troppo!... E' troppo!... — esclamava. — No, senti, è troppo!... E come dò ragione a quei filosofi che fanno consistere l'umorismo, il riso, nell'effetto d'una esagerazione, d'una sproporzione imprevista!... Se m'avessero zittito o fischiato solamente, avrei pensato ai casi miei, avrei dubitato di me stesso, dell'opera mia; ma questa tempesta?... Ah! Ah! il barone di Caggiano che non m'ha salutato, hai visto? quando gli son passato dinanzi!... Don Ferdinando Acquaviva che urlava come un ossesso!... Il generale Crozio che s'è alzato ed è andato via dal palchetto di Donna Irene!.. Ah! Ah! Ah! Che bellezza! Non misuri tu la bellezza di queste cose?... Il barone di Caggiano paladino della morale!... Don Ferdinando accanito contro di me che l'ho salvato dalla gogna!... E Caggiano con lui, e il generale e una trentina di costoro che hanno creduto di mettere alla gogna me e l'opera mia!... No, è incredibile! è grande....

Non dunque la sola goffaggine dell'indignazione pubblica faceva ridere tanto Baglioni; egli aveva un'altra ragione più intima, ottenendo da tanta parte degli spettatori una insigne prova d'ingratitudine. La mia curiosità fu naturalmente eccitata da questo accenno; talchè, non appena le sue risa si sedarono:

— Come mai li salvasti dalla gogna? — gli domandai.