«Prima che potessi avere risposta dovevano passare cinque giorni. Impiegai questo tempo a imaginare la [pg!235] risposta. Poteva essere arida e fredda come avevo temuto; ma il pentimento era inutile, ormai. Se invece... se invece... Ed io dicevo a me stesso che, infatti, nel rivedersi dinanzi le sue lettere, le prove dell'amore che m'aveva portato, nel ritrovarmi supplice ancora dopo i torti che m'aveva fatti, nel sapermi tanto lontano, ma nel sentirmi pure così vicino a lei, il suo cuore avrebbe dovuto palpitare più forte e, se non l'amore, almeno la pietà, la simpatia, la compiacenza dettarle una buona parola, indurla a consolarmi... Allora, sostenuto ed infiammato dalla divina speranza, io pensavo all'altra lettera che le avrei subito scritta: «Ebbene, non occorre più ch'io ve lo dica, voi già lo sapete: nonostante tutto, voi siete ancora l'amor mio, l'amor mio forte e grande, il mio unico amore, l'amore che non posso più scordare, che porterò eternamente con me... Se mi volete ancora, dite una parola e sarò ai vostri piedi. Se volete che aspetti, aspetterò quanto vorrete. Sempre, in tutto, la vostra volontà sarà la mia...» Ma una lettera avrebbe messo troppo tempo a dirle queste cose: io mi sarei piuttosto servito del telegrafo, le avrei mandato il mio pensiero con la velocità del lampo. E cercavo le parole del telegramma!...

«Al quinto giorno ebbi la sua risposta. L'ebbi alla posta, la lessi per via, tra le spinte della gente, lo strepito delle vetture, gli squilli delle cornette dei tram. Diceva così: «Grazie! Nessuna attenzione commuove tanto quanto quella che meno si prevede perchè meno si sente di meritare. I vostri augurii d'oggi sono graditi come quelli d'un tempo, anche perchè come quelli d'un tempo sono stati i soli che ho ricevuti in questa ricorrenza. Mi sono pervenute e non ho distrutto le carte che con rara delicatezza avete creduto di dovermi restituire: c'è un passato che si custodisce gelosamente, come il più reale dei beni; disperderne le tracce sarebbe delitto. Se voi vorrete ancora ricordarvi di questa vostra povera amica, sarà sempre una festa per lei.»

Orbene; quando io ebbi finito di leggere questa lettera me ne andai al caffè, perchè avevo fame. Fu la prima volta, dopo tanto tempo, che mangiai con gusto. [pg!236] Tutto il giorno fui in giro al Museo, che non avevo ancora visto. Prima di desinare visitai una bella signora che avevo conosciuto di fresco. La sera andai al teatro con amici, dopo cenammo allegramente. Tornai a casa alle tre della notte e dormii d'un fiato sino alle due del domani. Svegliandomi, mi rammentai della lettera ricevuta la vigilia, e la rilessi. Non c'era bisogno di molta penetrazione psicologica per comprenderne l'intimo significato: «Un'attenzione che si sa di non meritare... i soli augurii, graditi come quelli d'un tempo... non ho distrutto le carte che avete creduto di dovermi restituire... un passato custodito gelosamente, come il più reale dei beni... se vorrete ricordarvi ancora di questa vostra povera amica...» Il suo rammarico, il suo pentimento, la sua solitudine: ella diceva apertamente tutto ciò; non diceva: «Tornate!» ma questa parola era come scritta su tutte le altre, io quasi la leggevo attraverso la grana della carta. Nel mio farneticamento dei giorni scorsi avevo mai sperato tanto? Non dovevo fremere di gioia, risponderle subito, aprirle il mio cuore?... Per una settimana non trovai il tempo di scriverle. Quando finalmente mi posi a tavolino le scrissi così: «Ho ricevuto la vostra lettera e vi ringrazio della buona memoria che serbate di me. Siate certa della devozione che vi porto, e lasciatemi sperare di potervene dare qualche giorno la prova. Io sono qui per fare qualche studio e per vedere un po' di mondo. Se potessi giovarvi in qualche cosa, disponete pure liberamente di me: mi farete sempre un regalo...»

[pg!237]

[L'ASSURDO]

Bisogna dire, mia buona amica, che io ho proprio la mano disgraziata. Mentre mi cullavo nella dolce lusinga d'avere riacquistato la sua benevolenza e d'essere riuscito a farle dimenticare non solo i torti che ho potuto commettere nel corso di questa nostra corrispondenza, ma perfino l'origine prima del suo cruccio, cioè le mie teorie sull'amore, ecco improvvisamente ridestarsi più acre che mai il suo sdegno, eccomi nuovamente segno della sua severità!

Pare, infatti, che fra i moltissimi capi d'accusa dei quali io ero chiamato a rispondere, ella avesse finora dimenticato il più grave di tutti, e che una mia imprudenza glie l'abbia rammentato ad un tratto. L'argomento dell'accusa è «l'incredibile scetticismo» col quale io sostengo che la passione più grande, più forte, veramente sovrana ed imperitura non è l'amore ma l'amor proprio; e che l'amore non è altro se non un caso dell'amor proprio, cioè, sono sue parole, «dell'arido, dello sterile, dell'ingrato, del volgare, dello spregevole egoismo!» Il suo sdegno è tanto, che ella mi «vieta» di replicare, d'insistere, di comprovare le mie teorie!

[pg!238] Non abbia paura. Se anche ella non me l'avesse inibito, io sarei rimasto zitto. Poichè le dimostrazioni dei rapporti nei quali stanno l'amore e l'amor proprio, cioè l'istinto della riproduzione e l'istinto della conservazione dai quali le due passioni reciprocamente dipendono, non l'hanno persuasa, anzi l'hanno offesa, sarebbe inutile ricominciarle; io non potrei se non trascriverle tali e quali, cosa che finendo di disgustar lei, non divertirebbe molto neanche me. Tuttavia, se ella vorrà un momento, non dico placarsi, ma rammentarsi che agli accusati dei crimini più spaventevoli è pur concesso il diritto della difesa, mi accorderà un momento la parola perchè io dica una cosa soltanto. E questa cosa è la seguente: ella ha ragione di sdegnarsi; dico: ha ragione e, se me lo permette, soggiungo che mi sdegno anch'io. Però, mentre ella se la prende con me, bisognerebbe invece che ella ed io insieme e tutti quanti siamo ad una voce, ce la prendessimo con la vita, con la natura, con quella Necessità dalla quale le cose sono state ordinate.

Ella ha tanto ingegno e tanta esperienza da sapere che il predominio dell'amor proprio o egoismo sopra ogni altra passione non ha bisogno d'esser dimostrato filosoficamente, psicologicamente o fisiologicamente: basta affacciarsi nella via, guardarsi attorno, porgere l'orecchio, per vedere e sentire che gli uomini non obbediscono ad altro fuorchè all'interesse proprio. Questa verità è ovvia, ma è pure triste, amara, incresciosa. L'egoismo è basso, chiuso, inesorabile; noi vorremmo che al suo posto stessero il nobile sacrificio, la pietà larga, la carità generosa. Come fare per ottenere questa sostituzione? Potremo noi sperare che gli esempii, le predicazioni, gl'incitamenti assidui e pazienti modificheranno la natura umana e faranno nascere uomini impastati a un modo diverso dall'attuale? Questa speranza è, pur troppo, vana. E ancora, pensandoci bene, se noi potessimo modificare l'ordine al quale obbediamo, ci converrebbe poi veramente modificarlo?... Perchè mai l'egoismo ci pare ignobile e il sacrifizio nobilissimo, se non appunto perchè [pg!239] qualunque uomo può essere, anzi è egoista, come ogni animale che bada a sè stesso; mentre soltanto uno sforzo difficile e penoso permette ad alcuni, ai più forti, ai migliori, di operare contrariamente all'istinto? La parola raro ha dunque due significati che sembrano diversi ma sono infatti intimamente connessi: una cosa è rara, cioè preziosa appunto perchè è rara, cioè infrequente. Se i diamanti fossero comuni quanto i sassi, che cosa varrebbero? Se la legge naturale fosse quella dell'altruismo, se tra il bene proprio e quello del simile ciascuno preferisse di procacciar sempre quello del simile, dove sarebbe più il merito del sacrifizio? In un mondo dove questa fosse la regola, i migliori uomini, possiamo esserne certi, sarebbero quelli che pensassero un poco a sè stessi; e mentre da noi s'innalzano monumenti a Pietro Micca, là si tramanderebbe ai posteri l'effigie di chi, dinanzi al pericolo, se l'è data a gambe...

Zitta! Zitta! Non aggiungo altro, se no mi vedo perduto. Torniamo piuttosto all'amore... Senza alcun dubbio, se l'impero dell'amor proprio è autocratico e tirannico sopra tutte le altre passioni, l'amore soltanto potrebbe ridurlo a più miti consigli e costringerlo a concedere una qualche carta costituzionale. L'amore, infatti, riesce spesso in quest'opera, e noi vediamo che i più induriti egoisti guariscono del loro vizio ed aprono il cuore a sentimenti più generosi per opera del giovane iddio. Quando noi non amiamo nessuno amiamo noi stessi; quando amiamo un'altra persona, l'amore di noi può essere ed è tante volte messo da parte. Il merito dei sacrifizii d'amore non è dunque un poco discutibile? Siccome la mia felicità consiste nel far felice la persona che amo, è troppo naturale che io lavori a farla felice, anche a mie spese. Ma io amante, voglio il piacere della persona amata e il mio proprio insieme; e se questi due piaceri sono conciliabili, se li posso ottenere ad una volta, la felicità è massima; quando invece tra il mio piacere e quello della persona amata c'è contrasto, l'infelicità è senza fine. E disgraziatamente non c'è bisogno di [pg!240] dire che l'accordo degli interessi è molto più raro che non il loro conflitto. Disgraziatamente ancora, comunque il conflitto finisca, il danno è inevitabile: se faccio vincere l'interesse dell'altro a scapito del mio, me ne pento e mi giudico debole e sciocco; se vince il mio, me ne pento egualmente, giudicandomi duro ed ingrato...