[pg!21] La regola, signora mia, è che al più gran numero delle donne il genio importa poco e che quasi tutte gli preferiscono un bel viso. Se noi enunzieremo il nostro psicologico problema così: «Dato un uomo di genio, il quale sia anche un bell'uomo, trionferà egli più presto per il suo genio o per la sua bellezza?» io dico che la soluzione non può esser dubbia: la bellezza eserciterà l'azione più pronta ed efficace. E se le ho dianzi citato un esempio storico, glie ne aggiungo un altro che non è storico ancora, ma sarà tale, perchè riguarda un genio non meno grande nell'arte di quel che fosse Elvezio nella filosofia. Stia un poco attenta: la storiella che le narrerò è una delle più graziose fra quante mi furono confidate.
Crede ella che sia permesso ignorare, in Italia, chi è Guglielmo Valdara? Chi non ha letto i suoi magnifici versi, chi non ha almeno udito ripetere i più famosi, quelli divenuti popolari, entrati ad arricchire il patrimonio della lingua parlata, come i proverbii e i modi di dire? Ma se a nessuno riesce nuovo il suo nome, molti non avranno idea della sua persona e non sapranno che egli possiede quel genere di maschia bellezza destinata a piacere alle donne ed a formare l'invidia degli uomini. È alto, magro ed agile; ha lineamenti nobili e puri, capelli folti e dorati come nella prima gioventù. I suoi amici gli chieggono, scherzando, di quale tintura si serve; ma Valdara è veramente un miracolo di conservazione — poichè, come ella saprà, è più vicino ai cinquanta che non sia lontano dai quaranta. Ma il tempo passa per lui senza offenderlo, e la sua figura è di quelle la felice armonia delle quali muta di carattere, ma non si distrugge. Quando le sue chiome saranno tutte d'argento, sembrerà ch'egli abbia messo, per civetteria, una bella parrucca — e piacerà ancora. Quando non avrà più capelli, la sua testa parrà scolpita nel marmo pario — e non dispiacerà. Ma veniamo all'avventura della quale fu l'eroe.
Due anni addietro, sul principio dell'estate, egli andò ai bagni d'Aix, dove trovò parecchi connazionali, [pg!22] ma nessuno di sua conoscenza. Qualcuno di quegli Italiani, tuttavia, avendo letto il suo nome sulla lista dei viaggiatori, lo considerava con l'occhio attento ed un poco attonito col quale si guardano i grandi uomini, le bellissime donne e le bestie rare. Certuni gli gironzavano attorno, cercando l'occasione di dirgli che sapevano chi era; ma, naturalmente nemico di questo genere di esposizioni, Valdara evitava costoro, ed era molto contento quando lo scambiavano con uno dei tanti Valdara così numerosi nell'alta Italia, specialmente col proprietario o direttore che sia del celebre lanificio di Biella.
La corte degli uomini lo seccava; però egli faceva la corte alle signore. Una sopra tutte gli piaceva: la moglie graziosissima ed elegantissima d'un ingegnere piemontese, il cui nome si omette per discrezione. Fin dal primo giorno che costei apparve alla table d'hôte, Valdara le piantò gli occhi addosso, con una persistenza legittimata dalle occhiate rapide e frequenti che anche ella gli rivolgeva. La sera, al Casino, uno di quei curiosi che era finalmente riuscito ad esprimergli la propria ammirazione e che conosceva l'ingegnere e la moglie, lo presentò alla coppia di fresco arrivata. E, credendo di riescirgli particolarmente gradito, si mise a parlare di letteratura. Valdara, lieto della conoscenza fatta, era un po' seccato da quel discorso, temendo da un momento all'altro di sentir citare le proprie opere o di dover rispondere alla solita incresciosa domanda: «E che cosa ci regalerà di nuovo?» Per fortuna il seccatore ebbe il buon gusto di non alludere a lui; nè la signora, la quale del resto era un poco stanca e si ritirò molto presto, gli fece gl'immancabili ed immancabilmente stupidi complimenti.
Fin dal domani Valdara cominciò l'assedio, e con gran piacere s'accorse che le cose si mettevano bene. Il seccatore se ne partì, l'ingegnere stava poco bene, quindi egli ebbe l'agio di veder spesso sola la dama dei suoi pensieri. Una settimana dopo, ottenne di fare con lei una passeggiata clandestina. Parlarono di tutto, fuorchè di letteratura; anzi, non di tutto, ma d'una [pg!23] cosa sola. Ella indovina quale. Valdara disse alla sua bella connazionale, con tutta l'eloquenza che gli era consentita dall'assoluta solitudine, quanto gli piaceva — e la sua bella connazionale se lo lasciò dire. Dopo un'altra settimana di colloquii, di balli, di strette di mano furtive, di baci un po' rubati e un po' concessi, ella andò a trovarlo in camera sua. E allora, come facilmente comprenderà, non parlarono di niente. Le visite si rinnovarono, e furono tutte poco verbose, perchè necessariamente brevi. Insomma, Valdara assaporava beatamente la dolcezza dell'avventura, e come non chiedeva null'altro all'amica, così non gli faceva senso che neppur ella gli chiedesse null'altro.
Ora, un giorno, mentre l'aspettava, la posta gli portò due pacchi contenenti sedici copie del suo nuovo volume Le Memorande, che l'editore proprio in quei giorni doveva diffondere per tutta la penisola. Siccome mancava più d'un'ora al convegno, egli si mise a scrivere le dediche su quei volumi che s'era fatti mandare appunto per spedirli agli amici. Non aveva ancora finito che l'uscio si schiuse e l'amica sua gli venne incontro. Egli lasciò a mezzo le dediche e tese le braccia alla dama, esclamando, a bassa voce, ma con l'accento della più lieta meraviglia:
— Che piacere!... Tanto più presto!... Non vi speravo ancora!...
Ella spiegò che una felice circostanza l'aveva lasciata libera prima dell'ora consueta e che perciò avrebbero potuto restare insieme più a lungo del solito.
— Ma io non disturbo?... — domandò con un discreto sorriso, per farsi assicurare del contrario; e Valdara:
— Voi?... Se non mi par vero?... Se m'avete risparmiato la febbre dell'attesa!...