I beni della terra, i sorrisi della fortuna, ha detto, sono necessarî, sono preferibili ai dolori, perchè la saggezza che si acquista nel dolore è turbata dall'aspettazione della gioia; mentre quanto più il saggio è felice, tanto meno è esigente, quanto più la felicità si prolunga, tanto più si acquista un concetto «indipendente» della vita. Ma, certamente inquieto per le conseguenze perniciose che si potrebbero trarre da questa affermazione, egli soggiunge che un bel destino esteriore «non è indispensabile». Egli ha lodato sopra ogni cosa l'azione, l'attività; ha giudicato insino preferibile agire talvolta contrariamente al proprio pensiero che non osar mai di agire secondo i proprî pensieri. «L'errore attivo è raramente irrimediabile, le cose e gli uomini s'incaricano di raddrizzarlo tosto; ma che cosa possono essi fare contro l'errore passivo che evita ogni contatto con la realtà?» Ed anche questa volta si corregge: «Ma agire», soggiunge, «non è necessariamente trionfare. Agire è anche tentare, aspettare, pazientare. Agire è anche ascoltare, raccogliersi, tacere». Per avere ragione, estende così il significato della parola, lo torce sino a includervi il significato contrario. Ma allora, per voler troppo provare, non prova più nulla.

E ancora: egli ha detto che l'amore è ciò che vi ha di meglio al mondo; poi dice che se il saggio, amando, raccoglie ingratitudine, non deve dolersene. «Non è desiderabile che l'uomo si chiuda in qualche cosa, sia pure nel bene. L'ultimo gesto della virtù sia il gesto d'un angelo che schiude una porta». Allora il pensiero, la ragione, l'intelligenza varranno più che la bontà? Ma non aveva egli detto prima tutto il contrario?… «L'inutilità dell'amore insegna a volgere gli sguardi oltre l'amore». Ma che cosa vi potrà essere ancora oltre l'amore, se esso è «tutto»?

La sola cosa della quale noi possiamo far parte ai nostri simili, dice in un altro luogo, è la forza, la fiducia, l'indipendenza della nostra anima. «Perciò il più umile degli uomini è obbligato di mantenere e d'ingrandire l'anima sua, come se sapesse che un giorno ella dovrà essere chiamata a consolare o a rallegrare un Dio. Quando si tratta di preparare un'anima, bisogna prepararla per una missione divina». Poco dopo dice tutto il contrario, loda i saggi che non escono dalla vita, che restano nella realtà: «Non basta amar Dio e servirlo come meglio si può, perchè l'anima umana si affermi e si tranquilli. Non si arriva ad amar Dio se non con l'intelligenza e i sentimenti acquistati e sviluppati a contatto degli uomini. L'anima umana resta profondamente umana. Si può insegnarle ad amare molte cose invisibili, ma una virtù, un sentimento interamente e semplicemente umano la nutrirà sempre più efficacemente che non la passione o la virtù più divina». Senza dubbio anche questa volta il pensatore si contraddice per amore della verità, per stringere quanto più da presso è possibile la verità. Ragionando della perfezione dell'anima, vuole naturalmente che questa perfezione sia divina; ma poi deve rinunziare ad essa e tornare all'umile umanità; perchè, tanto è vero che la perfezione più perfetta è la divina; quanto è vero che all'uomo bisogna proporre una mèta che egli possa raggiungere, cioè umana. Questo è vero principalmente e sciaguratamente: che la verità è molteplice e multiforme; e che quando noi crediamo di averla afferrata, allora ci sfugge. Il Maeterlinck ne è pure persuaso, poichè dà il maggior prezzo alle intenzioni. «Amare lealmente un grande errore vale spesso meglio che servire meschinamente una grande verità». Se l'errore fosse errore indubitabilmente, tutta la buona volontà, tutto lo zelo che vi si portasse non servirebbero ad altro che a renderlo più grave; ma forse la distinzione tra verità ed errore non è tanto sicura; e in questo senso il criterio delle intenzioni è da seguire. Ma di ciò bisogna forse tener conto al Maeterlinck sopra ogni cosa: che egli stesso, sin dal principio, ci ha messi in guardia, quando ci ha detto che la saggezza si trova talvolta nel contrario di ciò che il più saggio afferma; e quando, prima ancora di ragionare tanto sottilmente intorno alla saggezza, ha avvertito che non bisogna definirla troppo strettamente per tema d'imprigionarla. «Tutti coloro che lo tentarono fanno pensare a un uomo che spegnesse una luce per studiare la natura stessa della luce. Costui non troverà mai altro che un lucignolo annerito e un po' di cenere».

Anch'egli, dunque, col Tolstoi, col Nietzsche, con gli altri maestri dell'età presente, se ne va dietro, in conclusione, all'umile buon senso antico.

IL FEMMINISMO

Tre secoli addietro, nel 1595, a Wittenberg, furono pubblicamente sostenute cinquanta tesi per dimostrare che la donna non è una creatura umana. Oggi cinquantamila fra tesi, dissertazioni, conferenze, volumi e articoli di giornali attribuiscono al sesso femminile non solo le dignità che gli sono proprie, ma anche quelle che non gli convengono. Questa propaganda è uno dei segni particolari dell'età presente: come tale merita di fermare la nostra attenzione.

I.

I femministi cominciano col sostenere che il loro partito non chiede nulla di nuovo; che la donna già esercitò la supremazia della quale fu arbitrariamente privata ed alla quale ha nuovamente diritto. In Assiria, dicono, la madre aveva maggiori diritti del padre; ed anche oggi, fra le popolazioni turaniche, quando un figlio diffama il padre, è passibile di una semplice ammenda; mentre, se insulta la madre, gli si rade la testa, gli si nega la terra e l'acqua e spesso lo si chiude in prigione.

Prima di tutto è da osservare che questo costume significa semplicemente come alla madre si debba maggior rispetto e venerazione che non al padre, come l'insultare la madre sia un delitto tra i più gravi e nefandi. Anche presso di noi, senza che si rada la testa ai figli snaturati capaci di commetterlo, tale è l'opinione generale. In secondo luogo, quando pure tra i costumi antichi e tra quelli dei popoli selvaggi se ne trovasse qualcuno che veramente dimostrasse la supremazia sociale della donna,—e non già quella soltanto familiare della madre,—bisognerebbe forse per ciò concludere che hanno torto la civiltà e il secolo nostro, e che hanno ragione i tempi andati e le genti incivili? «Dagli Sciti ai Galli, dagli Iberi ai Germani di Tacito», dice il più autorevole tra i femministi, il Bebel, «noi vediamo la donna prendere, sin dai più remoti tempi, in mezzo alla famiglia ed alla società, il posto eminente che ha perduto nelle età successive». Vogliamo per ciò dire che gli Sciti, i Galli, gl'Iberi e i Germani erano più nel vero e nel giusto di noi? Se bisogna credere al progresso,—e i femministi debbono crederci; perchè, in caso contrario, come potrebbero sperare nei miglioramenti futuri?—se veramente dobbiamo dire che la storia del genere umano dimostra un successivo nostro perfezionamento, bisogna allora anche ammettere che la supremazia della donna è oggi scomparsa perchè non era ragionevole, non tollerabile, non sostenibile. Vogliamo dire che le società umane, progredite per certi rispetti, sono andate indietro per altri? Questo modo di ragionare è pericoloso; perchè chi distinguerà in quali cose abbiamo peggiorato e per quali altre siamo andati avanti? A Sparta si lasciavano morire i bambini deboli e mal fatti, per la salvezza della razza; è preferibile l'antico costume a quello presente di sostentare finchè è possibile le vite grame?

E poi: quale fu veramente questa supremazia femminile ai tempi antichi, ed in che cosa consistette? Nella medesima Sparta le fanciulle erano educate come i giovani, si addestravano nelle palestre insieme con quelli. Noi possiamo lodare l'educazione spartana: non la lodava però Aristotile, che poteva meglio di noi valutarne gli effetti. «Il legislatore di Sparta», dice lo Stagirita, «ha ordinato le istituzioni dello Stato in modo che gli uomini siano educati conformemente alle loro attitudini; quanto alle donne, le ha molto neglette: esse vivono licenziosamente in mezzo a quel popolo guerriero». Alla distanza di parecchie migliaia d'anni un dottore americano,—esagerando certamente, ma l'esagerazione è sintomatica,—così descrive gli effetti dell'educazione virile delle fanciulle americane: «Le nostre fanciulle non sono più capaci di perpetuare la razza; e se si continua ad impartir loro questa educazione, fra cinquant'anni bisognerà far venire le donne dalle altre parti del mondo». Il Nietzsche va più in là, come abbiamo visto: giudica che per ogni dove i costumi presenti rendono la donna incapace di perfezionare la specie umana.