«— È detto.

«— Allora, buona notte!

«— Buona notte.

«La lasciai, andai a buttarmi sul mio giaciglio, con una nuova febbre addosso, la febbre dell'aspettazione. Il treno precipitoso mi sembrava troppo lento. A Parigi! A Parigi! Non vi ero stato ancora, avevo sempre rimandato a miglior tempo quel viaggio tanto desiderato, quasi prevedendo di doverlo compiere in circostanze romanzesche, di dover giungere nella metropoli in compagnia d'una straordinaria creatura. A pochi passi da me, dietro alcune pareti di assi, quali pensieri volgeva ella nella mente? Che cosa provava per me? A quali prove mi avrebbe sottoposto? Forse non lo sapeva ella stessa; molto probabilmente riposava, tranquilla, serena, mentre io contavo le ore di quella notte eterna. Come avevo già provato la sensazione fisica dell'inarrivabile, provavo ora quella dell'interminabile: mai più si sarebbe fatto giorno, mai più saremmo giunti.... Un sobbalzare più brusco sugli scambii più frequenti, un fischiare più lungo e rauco, ed eccoci a Parigi. Corsi incontro alla mia compagna; prima d'ogni altra cosa vidi che aveva appuntato al seno i fiori della sera innanzi. All'ufficio telegrafico, quando lesse il foglietto azzurro, un nuovo sorriso, enimmatico come quello rivoltomi sulla soglia della cabina, le sfiorò le labbra.

«— Leggete.

«Lessi. La sorella diceva che le era stato impossibile partire, che sarebbe arrivata il domani alle dieci e trenta. Un lampo di gioia dovette accendermi lo sguardo.

«— Mi avete promesso di restare con me fino all'arrivo di vostra sorella?

«— Ve l'ho promesso.

«— Non mi potete più mandar via fino a domani! A che albergo scendete?

«— Io scendo al «Grand Hôtel», ma siccome vi andrà domani anche mia sorella, non è possibile farmi vedere oggi lì con voi.