«— Fingendo di partire improvvisamente, senza bagaglio! Avevate invece spedito le vostre valigie, se ora vi siete cambiato!

«— Ma niente affatto! Queste sono mentite spoglie: osservate!... — ed apersi il soprabito perchè vedesse l'abito nero.

«Rise ancora, mentre le spiegavo come avevo fatto e le chiedevo il permesso di tenere il soprabito in sala da pranzo per non espormi alla curiosità dei commensali con quel ridicolo «smoking» a colazione. Ella era riposata, fresca, smagliante, più vaga, più deliziosa che mai. La colazione fu squisita; dopo uscimmo in carrozza; l'accompagnai in un giro di compere. Che impressione! Io non so se un giorno prenderò moglie; con grande probabilità continuerò ad astenermene; ma se mi accadrà di sposare una creatura diletta, se me la porterò via per il mondo, non credo che potrò provare un senso di gioia così pieno, di così intima felicità come quello che mi occupò. Mi pareva che quella donna fosse mia realmente, che io entrassi con lei in una nuova esistenza. Con che gioia le fiorii di nuove rose fresche il seno! Il tempo era delizioso, il cielo divino, la metropoli tutta fervida di vita. Ne cercavo i luoghi celebri, i monumenti insigni, descritti nei libri, illustrati negli albi; ma non li riconoscevo, o li ritrovavo diversi da quelli che immaginavo: taluni più vasti e solenni, altri al contrario più semplici ed angusti. Quando ella non ebbe da far altro, andammo al museo del Louvre. Che senso di meraviglia durante quella sfilata attraverso le sale meravigliose, specchiate dai pavimenti come da acque di lago, in mezzo alla profusione dei capolavori! Ella se ne rivelava giudice fine e sagace: le tele e le statue dinanzi alle quali si soffermava spiccavano realmente per qualche singolare qualità d'invenzione o di fattura, ed in quella creatura vibrante e fremente l'ammirazione si rivelava con la commozione della voce, con l'umidore degli occhi, con l'imminenza del pianto. Fino a quel momento io avevo apprezzato in lei la bellezza della forma ed il brio dello spirito; fra i miracoli dell'arte, riconoscevo l'acutezza della sua intelligenza, la serietà della sua cultura, la delicatezza dell'anima sua: cose prima intuite, ma ora misurate. E come mi lodavo di essermi frenato, di non averla offesa con qualche brutalità!... Usciti dal museo le offersi il tè. Andammo a prenderlo all'«Hôtel Riche»: mi indicò ella stessa quel sito, oppure mi rammentai che qualcuno me ne aveva parlato.... dove?... quando?... Chi sa!... Venticinque franchi di tè: i prezzi mi sono rimasti nella memoria non solamente per l'altezza straordinaria, ma anche per una sottile inquietudine di restare a corto di quattrini. Partendo per poche ore, non avevo pensato di dover rifornire il portafogli: quelle cinque o seicento lire che conteneva mi erano sembrate più che sufficienti; ma non sarebbero finite presto, spendendo a quel modo? Che importa! Avrei telegrafato, avrei lasciato in pegno le perle del mio sparato. E poi, la squisitezza del godimento era tanta, che nessun'ansia, nessuna paura l'avrebbe mai pagata abbastanza.

«Tornammo a casa al tramonto, mentre sul cielo d'oro si accendevano innumerevoli lune d'argento. Ella montò su in camera, dovendo vestirsi per il pranzo e per il teatro: passando dinanzi ad un ufficio di locazione avevamo prese due poltrone per l'«Opéra». La lasciai salir sola. Se avessi obbedito all'istinto, l'avrei seguita come la sua propria ombra; ma non volevo che le mie assiduità le pesassero, che mi giudicasse importuno ed esigente. Dopo avere sfogliato i giornali nella sala di lettura, salii anch'io, entrai nel salottino, mi disciolsi dinanzi allo specchio la cravatta di colore e riannodai la nera: mi ritrovai subito in tenuta da sera.

«— Siete pronta? — le domandai, dietro l'uscio, dopo avervi discretamente picchiato.

«— Eccomi!

«Era abbagliante di bellezza e d'eleganza, da far gridare, da far morire. Entrò al mio braccio nella sala splendente di luci: tutti gli sguardi si fermarono su noi, su lei. Come s'intitolava, di chi era il melodramma che davano all'«Opéra»? Non rammento altro se non che aveva per argomento una leggenda del nord. Certo io non udii mai una musica così divina. Tutti i sentimenti ai quali ero in preda dal momento che avevo conosciuto la mia compagna fino a quell'ora, la mia meraviglia, il mio desiderio, la mia febbre, la mia esaltazione, erano significati da quei suoni, da quei canti, come se io stesso li avessi espressi dal fondo dell'esser mio, come se fossero esalati dalle mie labbra nei languori dell'estasi, negli ardori della brama. Ella udiva e taceva con me; durante gli intermezzi proferì giudizî, intorno al valore espressivo della musica, ai rapporti fra questa e la poesia, che non si colgono spesso su labbra femminili. Accanto a quella straordinaria creatura, tra la folla festosa della sala fastosa, dinanzi ai vivi quadri che fantastici eroi e bellezze miracolose di ninfe e di amazzoni componevano e scomponevano sulla vasta scena, in mezzo all'oceano di onde sonore dilaganti dall'orchestra potente, un vapore di ebbrezza mi salì al cervello: all'ultima scena, una scena di amore sovrumano e di eroica morte, la tentazione prepotente di stendere la mano, di prendere quella della mia compagna, la mano nervosamente afferrata al bracciuolo della poltrona, di stringerla forte per significare in qualche modo la mia commozione, mi fece sollevare il braccio; ma poi mi contenni. Finito lo spettacolo le proposi di entrare in un Caffè; quando ne uscimmo ella volle tornare a casa a piedi. Pareva che il mio pensiero fosse il suo: prolungare le ore di quella notte. Era ella spinta dallo stesso mio sentimento? Io aspettavo l'avvenimento risolvente, l'incidente decisivo. Un'immagine mi occupava: quella della nave nella cui stiva le mercanzie si accatastano: le botti, le casse, le balle, i cesti; più carico essa riceve, più si immerge, finchè il livello del mare raggiunge il limite estremo segnato da una riga bianca sui fianchi poderosi; ma poichè quel segno è grosso parecchi centimetri, e molte e molte altre tonnellate farebbero abbassare lo scafo di qualche frazione di millimetro appena, così è ancor possibile imbarcare tanta altra roba, e ancora infatti se ne imbarca; non parliamo dei passeggeri col loro bagaglio, perchè essi sono troppo poca cosa a paragone della capacità del battello, e quanti ne arrivano tanti vi salgono; ma ecco che il livello preciso della massima immersione possibile, il livello segnato dalla linea ideale, infinitamente più sottile di un filo di capello, dalla linea matematica, senza spessore apprezzabile dai sensi umani, sta per esser toccato; ed ecco che per conseguenza bisogna andar cauti, perchè ora ogni aggiunta al carico potrebbe determinare il tracollo.... Era un paragone simile a quello del bicchier d'acqua che una semplice goccia fa traboccare; ma non so perchè io mi apprendessi a questo della nave; forse per un'associazione d'immagini, trovandomi in viaggio? Da trenta ore io condividevo la vita di quella donna; avevo percorso con lei tanta strada, avevo trascorso un'intera giornata in sua compagnia, insieme avevamo fatto e visto e detto tante cose; la nostra intimità si era venuta sempre più stringendo ad ogni episodio di quell'avventura. L'ora critica era imminente, ormai, come per la nave sotto carico: quando essa sta per toccare l'ultimo limite del galleggiamento, si può ancora imbarcarvi qualche balla, e poi ancora qualche botte, e poi ancora, qualche barile; ma, a furia di aggiungere altri pesi, anche piccoli, arriva pure un momento in cui questa cosa paradossale è possibile: che un pacco, meno ancora, un plico, meno ancora, una striscia di garza, la manderà a fondo. La mia compagna m'aveva consentito tante cose, da un giorno e mezzo, restando perfettamente padrona di sè; io m'ero astenuto da ogni atto, da ogni discorso che potessero sembrare minimamente aggressivi: una parola, un gesto, uno sguardo me l'avrebbe fatta cadere nelle braccia.... Io prolungavo l'aspettazione per cogliere l'istante propizio: voleva ella forse ritardarlo?

«Ad una cert'ora fu impossibile restare nel Caffè: già i camerieri raccoglievano le seggiole, le disponevano sui tavolini, spargevano segatura di legno sul pavimento, spegnevano una parte delle lampade elettriche. Quando arrivammo all'albergo il portone, naturalmente, era chiuso. Il portiere di notte ci aperse, il cameriere di guardia ci accompagnò fin sull'uscio del salottino, girando la chiavetta della luce. Dischiusi io l'uscio della camera da letto, dicendo alla mia compagna:

«— Vivessi mill'anni, non dimenticherò mai le impressioni che vi debbo.

«— Partirete domani col treno che arriverà da Calais?