— È sgombra?...

Egli non udì altro, voltò le spalle al guardiano, corse verso la stazione, con la folle paura di non giungervi a tempo. Sull'angusto passaggio dove s'era avanzato agevolmente a brevi passi, riusciva malagevole correre; più volte fu sul punto di perdere l'equilibrio, più volte distese le braccia per ripararsi dall'imminente caduta. Con le orecchie fischianti, gli pareva di udire il lontano rombo del treno in moto, si rivoltava un istante a guardare indietro, poi riprendeva la corsa, rassicurato per poco. Al pensiero che la notizia non era ancora giunta alla stazione, moderò l'andatura; riprese a correre col timore che le disposizioni per ricevere il convoglio fossero state trasmesse per telegrafo o per telefono. Una voce, sul punto che passava dinanzi a un casello, gridò:

— Ferma!... Chi è?...

Non rispose, non si fermò, spronato dalla vista del riverbero diffuso lontanamente dai lumi della stazione. Quando vi giunse, trafelato, ansante, il campanello annunziante che il disco era aperto cominciava a squillare; i viaggiatori rimasti a terra riprendevano i loro posti sull'accelerato, si udivano voci di richiamo, gli sportelli sbattere con colpi secchi:

— In vettura!... In vettura!...

Non c'erano più facchini; egli si rivolse al cameriere del Caffè perchè gli portasse le valigie. E finalmente i fanali del treno, i grossi occhi roventi apparvero nella distanza, s'ingrossarono sulla metallica fronte della locomotiva spinta a tutta forza, vomitante dense volute di nero fumo squarciate dal candido vapore del fischio lungo, insistente, interminabile. Figure di uomini e di donne in piedi si profilarono nei vani luminosi delle finestre, nessuno nella carrozza coi letti, tutta chiusa, come deserta. Un dubbio attraversò il pensiero di Bertini: se Rosanna non c'era? Se non era partita, per un contrattempo, per un caso imprevedibile?

— Il signore ha la cabina 7 e 8? — gli domandò il conduttore aiutandolo a montare sul terrazzino.

— Sì. Da che parte?

— Favorisca....

— Avete saputo dell'accidente?