Anch'ella alzò lo sguardo luminoso al grappolo delle lampadine elettriche.
La cabina, con la levigatezza del suo mogano, con la lucentezza dei suoi ottoni, aveva l'aspetto di un mobile, di un grande armadio rotolante. Quantunque nel fracasso della corsa vertiginosa nessuno potesse udire dal prossimo scompartimento, egli abbassò ancora la voce, le domandò quasi all'orecchio:
— Sei tu? E sei mia? Sei mia, di'?...
Rivoltatasi verso di lui, passandogli una mano sulla fronte, ella rispose:
— Non vedi che cosa faccio per te?
Allora tutta la sua passione soffocata, umiliata, disconosciuta, traboccò. Scotendo la testa, con voce amara, egli protestò:
— Che fai? Sei rimasta sola, non so quanto, mentre quell'uomo era a Londra, e mi chiami ora soltanto, ora che vai ad incontrarlo un'altra volta!
Ella non rispose.
— Mentre una sola cosa confortava il mio dolore, l'idea che non fossi libera, che ti torturassi come me per non potermi vedere, per non potermi dir nulla, tu eri padrona di te stessa, e non mi chiamavi, non mi scrivevi!... E ora ti stupisci dei miei dubbî!... Non sai dunque, non capisci, non intuisci quel che ho sofferto, quel che soffro, dal giorno che ti lasciai dinanzi al «Senegal», da quando ti vidi al fianco di quell'uomo, ricongiunta a lui, baciata da lui?
All'evocazione del ricordo, la gioia di averla ritrovata, di sentirsela vicina, cadde repentinamente; il dolore, la gelosia, il corruccio, tutte le immagini esasperanti e tutti i pensieri maligni tornarono a invaderlo.