IL PESSIMISMO

I. L'ILLUSIONE.

Volgiamo lo sguardo indietro, sommiamo le disgraziate circostanze intime ed esteriori in mezzo alle quali Giacomo Leopardi nasce, cresce e vive sino all'ultimo giorno: gli eccessi della fantasia, gli eccessi del ragionamento, il loro dissidio, la successiva dispersione della volontà, l'esagerazione degli studii del passato, il contagio romantico, il disordine della sensibilità, le malattie incessanti, la deformità che gl'impedisce d'essere amato, la mancanza della protezione materna, i contrasti col padre, la povertà, la lotta con le difficoltà materiali della vita, la meschinità del luogo natale, la miseria politica, sociale e intellettuale della patria, le fallite speranze di gloria: vedremo che la sua vita fu uno spasimo incessante.

Potremo noi trovare nell'opera sua le lodi dell'esistenza, l'espressione della gioia, la fede nella bontà dell'universo? Vediamo noi nascere le rose dal mortuario asfodelo? Il nostro pensiero, quando pare più libero di manifestarsi in un modo piuttosto che in un altro, non è rigorosamente determinato, in tutte le sue minime espressioni, dalla nostra natura, dalla nostra educazione, dalla nostra esperienza? E se per questa triplice influenza, che noi minutamente indagammo, Giacomo Leopardi spasimò come abbiamo visto, l'arte sua poteva essere consolatrice? Se voi non conoscete ancora nulla dell'opera sua, dovete, sin da questo momento, antivederne il disperato carattere.

Tutto è stato per lui dolore, ogni cosa lo ha disingannato. Quando ha goduto? Nella primissima gioventù, nella fanciullezza, quando i mali non lo avevano avvilito, quando voleva ed agiva come tutti gli altri, quando meglio che tutti gli altri immaginava la felicità avvenire ed aspettava di conseguirla. Egli loda pertanto una cosa sola: la prima età, piena di fede, di illusioni, di speranze, di aspettazioni felici;

quel dolce

E irrevocabil tempo, allor che s'apre

Al guardo giovanil questa infelice

Scena del mondo, e gli sorride in vista

Di paradiso....