— Cosa vuoi te, adesso? Non posso neppur cantare?
— Le signorine non cantano di queste cose!
— O bella!... La vecchia insipida: che c'è di male?
Non la poteva soffrire, con le sue eterne ammonizioni, coi rimproveri continui perchè il quaderno del dettato non era pulito, perchè le divisioni erano sbagliate, perchè i nomi della storia sacra non le restavano in mente. Lei si seccava a studiare quelle cose: come volevano sentirlo? A cosa doveva servirle la divisione, quando sarebbe stata grande? I conti li avrebbe dati a fare ad un altro; non era ricca e nobile abbastanza? Suo padre era il conte Uzeda, suo nonno era il barone senatore Palmi! E Stefana le diceva bene che il nonno avrebbe date tutte le sue ricchezze a lei ed a Lauretta, perchè l'altra sua figlia, la zia di Palermo, non aveva figliuoli.
Era questa zia di Palermo, la zia Carlotta, che mandava gli abiti alle nipotine; e quando arrivavano le casse, lei non dava più retta a nessuno, provandosi e riprovandosi le vesticciole, i cappellini, le scarpette; guardandosi in tutti gli specchi, chiedendo il giudizio d'ogni persona, dalla mamma al portiere. Venivano anche gli abiti per la mamma, che neppur li guardava; peccato, dei begli abiti di velluto e di raso, pieni di trine, di nastri, di guarnizioni d'ogni specie; dei cappelli colle grandi piume attorcigliate, con dei mazzi di fiori che pareva si potessero spiccare! La mamma non usciva quasi mai di casa; e la domenica, per la messa, o quando doveva far qualche visita, o andare alla Badia, dalla zia Serafina, la monaca sorella del nonno, si metteva la prima veste che capitava e spesso lo scialle in capo.
Pensando a un tempo lontano, quando era proprio piccolina, e non sapeva nemmeno dove fosse, se a Firenze o a Palermo o chi sa dove, lei rammentava le lunghe tolette della mamma: la vedeva dinanzi allo specchio assestarsi la veste ai fianchi, metter le buccole sfolgoranti alle orecchie voltandosi di profilo, avvolgersi il capo in una gran fascia ricamata per andare al ballo o al teatro. E quando non c'era nessuno, lei stessa fermavasi dinanzi al grande specchio dell'armadio, e lì, con una tovaglia da faccia, cercava di avvolgersi il capo al modo della sua mamma; oppure si stringeva i gomiti contro i fianchi, salutando a destra e a sinistra, come rammentava di averla vista salutare, in carrozza.
— Thérèse, qu'est-ce que vous faites-là?
Ella sussultava alla voce fredda di Miss, e avvampava in viso.
— Je ne fais rien du tout!... vous le voyez bien, n'est-ce pas?
Era proprio una noia, doversela trovare sempre fra i piedi tutto il giorno, in casa e fuori! Ma a passeggio, almeno, unendosi con le amiche e gli amici, lasciandola indietro con le altre cameriere, si godeva d'una certa libertà. Erano a San Papino le passeggiate favorite, pei campi verdi seminati di margheritine, sulla spiaggia fatta di ciottoli che cominciavano grossi come il pugno, divenivano a poco a poco piccoli e candidi, o bizzarramente venati, come confetti, e finivano in sabbia minutissima, che il mare lambiva quetamente, o assaltava, certi giorni, mugghiando e spumeggiando. Non finiva mai, quella spiaggia, partendo dalla Tonnara e girando lontano lontano fino a Patti, alle montagne di Tindari e al Capo d'Orlando, con le isole di Lipari in faccia; il sole vi moriva, non vi si scorgeva anima vivente per ore ed ore, e la notte, dicevano, certuni avean visto vagolarvi delle fiammelle: le anime dei soldati morti nella battaglia del Sessanta e seppelliti lì, dentro grandi fosse, tutti insieme.... I ragazzi si sparpagliavano di qua e di là, intanto che le grandi sedevano per terra, in crocchio, sotto gli ombrellini o dietro una barca tirata a secco; e si rincorrevano, facevano raccolta di ciottolini, inseguivano le farfalle venute dai campi e smarrite in quel deserto. Niccolino Francia stava sempre vicino a lei, la guidava fino al velo d'acqua che s'avanzava o si ritraeva sulla sabbia fine; certe volte le faceva una gran paura, piantandola lì e fingendo di tornarsene di corsa dov'eran quegli altri, che non si scorgevano neppure.