— Io so come siete fatte — continuava egli — come siete deboli quando una passione, un ideale, non vi sorregge...

— Sì... è così...

— Allora, tu non m'amavi. Era colpa tua se, dopo le amarezze per cui eri passata, non ti restava quel tanto di fede da credere all'amore?

— È vero! Come sai dirlo!

— Potrebbe forse succedere adesso, questo?

— Oh!... oh!... oh!... Ma vedi: tutti gli uomini che sono sulla terra, i più potenti, i più invidiati, potrebbero morirmi dinanzi, offrirmi il dominio del mondo... quand'anche tu mi battessi, m'insultassi, mi scacciassi... io li lascerei morire!

E rimasta sola, ma piena sempre di lui, corse allo scrittoio, restò fino a tarda notte scrivendogli: «Tu non sai, tu non potrai saper mai quanto sei generoso, quanto sei grande! Ciò che tu hai fatto, il tuo perdono, le parole che hai trovate per questa povera creatura traviata ma non malvagia, sono qualche cosa di così unicamente nobile, di così sovranamente buono, che tutta una vita spesa per te non basterà a sdebitarmi! Io ti dovevo tutto: l'oblìo delle passate amarezze, il riacquisto di una fede, la rivelazione d'una felicità inenarrabile; e tu aggiungi ancora a tutto questo ciò di cui nessun altro sarebbe capace! Io domando al Signore che cosa ho fatto per meritarti! Mi sento così meschina dinanzi a te, così miserabile, così indegna, che quasi non credo alla mia fortuna. Grazie, grazie, grazie. Amore mio grande; possa tutto il bene che tu mi hai fatto esserti restituito, come te lo restituirà sempre, eternamente, il mio cuore!...» Ed egli, che da qualche tempo non le scriveva più con l'assiduità di prima, riprendeva a mandarle una lettera ogni giorno; le diceva: «No, tu non mi devi nulla, povero Amore; tutto quello che io faccio e che io dico, lo devi a te stessa, alla nuova vita che hai saputo trasfondere nell'anima mia... Il nostro destino è di esser posti alla prova. Dalla prova per la quale noi siamo passati usciamo ritemprati, più forti. Veramente, noi non potevamo giurare sul nostro amore fin quando non era stato provato. Bella virtù quella che non conosce le tentazioni! Adesso, soltanto adesso possiamo misurare l'immensità del bene che ci vogliamo...»

Così, tornava la quiete antica, la serenità confidente d'un tempo. Soltanto, Paolo evitava nuovamente di seguirla dove ella andava, di mostrarsi in pubblico con lei. Ella gli dava dei convegni, a teatro, da un'amica, a passeggio; ma non lo vedeva venire, l'udiva ripetere delle scuse quando si ritrovavano insieme. Se questo contegno gli era suggerito dalla delicatezza, come una nuova prova di stima, ella ne soffriva egualmente. Alla lunga, non aveva l'aria d'un abbandono, non poteva essere appreso dalla gente in questo senso? Però, non osava rimproverarlo, temendo di non averne il diritto, di provocare i suoi stessi rimproveri. Insisteva soltanto, dolcemente, perchè, senza trascurare le sue occupazioni, facesse di tutto per non lasciarla sola.

In molte delle case che ella frequentava, Paolo non era conosciuto: ella lo pregava di farsi presentare; ma, dopo aver promesso, egli se ne dimenticava. Quando fu annunziato il concerto di Rubinstein alla sala Dante, le assicurò che non sarebbe mancato. Però, non venne. Ella non ascoltava la musica, impaziente, sempre più smaniosa a misura che il programma si esauriva senza che egli comparisse. Alla fine d'ogni pezzo, si volgeva a guardar per la sala, sperando che fosse sopraggiunto: non c'era. Dei giovanotti le si avvicinavano a salutarla, il principe di Lucrino fra gli altri, che pareva comprendere la sua inquietudine e vi alludeva con un sorriso discreto.

La sera, Paolo la pregò di scusarlo: gli erano capitati degli elettori fra capo e collo, aveva dovuto accompagnarli su e giù pei ministeri, mandandoli al diavolo in cuor suo.