—Nato a Ginevra, domiciliato a Parigi?

—Sì.

Il giovane o non lo riconosceva o non voleva dirgli che lo riconosceva.

—Bene. Quali sono le prove che avete da confidarmi?

Non solamente il Vérod non era più, come prima, sicuro di sè; ma da accusatore pareva a un tratto essersi ridotto ad accusato, talmente si confuse a quell'interrogazione che pur doveva prevedere. Rimasto un poco in silenzio, fatto per dire qualcosa, poi pentito e di nuovo esitante, si avvicinò al giudice tendendogli una mano.

—Se voi sapeste, signore,—disse con voce malferma e sommessa,—che tumulto di sentimenti ho nel cuore, come ho paura di parlare, come ho bisogno d'affidarmi alla vostra indulgenza, alla vostra discrezione, per dire ciò che ho da dirvi!…

Quella invocazione fu espressa con tanta delicatezza e sincerità, che il Ferpierre ne fu commosso. Pure non volle ancora provocarlo a farsi riconoscere, aspettando di vedere se egli stesso avrebbe alluso ai loro rapporti d'un tempo. Lasciate le sue carte e stretta la mano che il giovane gli tendeva quasi per afferrarsi a lui, rispose:

—Sarebbe già il dover mio; ma facciamo di meglio: dimentichiamo piuttosto la nostra condizione rispettiva e confidatevi non al magistrato, all'uomo.

—Grazie, signore! Io vi ringrazio di queste buone parole… Al magistrato, infatti, non avrei molto da dire, non riuscirei forse a comunicare, mancando di prove reali, la mia morale certezza…

—Ed all'uomo?