E nascosta la faccia tra le mani soffocò un grido di dolore inumano.
Il Ferpierre fu costretto al silenzio non tanto dalla discrezione quanto da un insolito turbamento. Egli era venuto ad istruire un processo, ed assisteva frattanto ad un dramma. Lo spettacolo delle passioni gli era abituale, ma il caso lo metteva ora di fronte a un'anima cui lo legavano i ricordi della giovinezza improvvisamente destati. Chi gli stava dinanzi non era soltanto l'antico compagno col quale aveva altra volta discusso, ma anche uno del più chiari ingegni del suo tempo. La natura di quell'ingegno non gli aveva ispirato simpatia; ma, se pure egli non avesse ora scoperto che l'uomo somigliava poco allo scrittore, la stessa rivalità intellettuale lo disturbava, lo toglieva all'ordinaria indifferenza, alla necessaria serenità. E la stessa vista di quel dolore lo commoveva, mentre egli aveva bisogno di tutta la lucidezza del proprio spirito per accertare l'accusa.
Se il giovane gemeva al dubbio d'essere stato egli medesimo causa involontaria del suicidio della contessa, bisognava credere che questo dubbio non solamente non fosse inverisimile, ma che anzi lo addolorasse come un rimorso. Nonostante, il giudice non voleva attribuirgli ancora troppo valore. Mancando le prove materiali, non si poteva fare assegnamento se non sopra mere induzioni: ora tra l'affermazione del Vérod, che la contessa non aveva potuto darsi la morte mentre la luce d'una nuova affezione rischiarava la tenebrosa sua vita, e il sospetto contrario, che la stessa impossibilità di obbedire a questo sentimento le avesse rivelato l'insanabile miseria della propria esistenza, quale meritava più credito?
Avvezzo a esercitare le sue facoltà d'analisi in casi molto dubbii ed oscuri, il giudice non s'era ancora trovato maggiormente esitante. Nondimeno, invece di discutere tra sè le varie ipotesi, egli faceva di tutto per distrarsi, per impedire che una di queste, a sua propria insaputa, mettesse radici e gli contendesse l'esatta percezione del vero. Egli sapeva che la vegetazione delle idee è molto più rapida di quelle di certe piante che in breve stendono attorno folte chiome frondose; e che la vita delle opinioni, quantunque sembri dipendere dalla volontà e cessare sotto l'influenza delle opinioni contrarie, pure è tenacissima e talvolta resiste agli sforzi più gravi.
Anche il Vérod, che pareva tanto confuso ed abbattuto, fu ben tosto sollevato da una vivace reazione.
—No!…—disse a un tratto, rialzando il capo e scrollandolo in atto di chi si ricrede.—No!… Non è possibile!… Non può essere vero!… Se fosse morta per me non m'avrebbe ella detto, non m'avrebbe lasciato una parola, la parola del suo dolore, un saluto, un addio?… Pur ieri io le parlai, e nulla, nulla potè farmi sospettare il pensiero di morte: al contrario!… No!—ripetè, affermando la voce secondo che il suo convincimento si veniva afforzando:—No! Non si è uccisa! È stata assassinata!… Voi non credete perchè non sapete, perchè non la conosceste!… Voi avete bisogno di toccare con mano per credere. Io sono certo invece che un infame delitto è stato qui oggi commesso. Io prendo impegno di confondere gli assassini, di vendicare la morta. Il dover vostro è di non credere nulla, per ora; di indagare, di aiutarmi a cercare le prove che mancano. Esistono: le troverò!
—Tanto meglio!—rispose il Ferpierre.—Voi potete anche essere certo che le cercherò, che le cerco anch'io!…
E, prima d'esser persuaso dalla forza di quella fede, lo congedò e diede ordine che introducessero la giovane sconosciuta.
—Il vostro nome?—le domandò.
—Alessandra Paskovna Natzichev.