Il magistrato si decideva improvvisamente a metterli l'uno dinanzi all'altra.

Rammentando la relazione del giudice di pace, secondo la quale il principe al sopravvenire di Giulia Pico s'era turbato e aveva ricominciato a tremare nervosamente ed a respirare con ansia, il Ferpierre pensava che forse in lei Alessio Zakunine avesse visto un'accusatrice e che da ciò provenisse il suo turbamento. Ma ora, all'annunzio del confronto al quale stava per essere sottoposto, nulla rivelava nella sua espressione che la prova gli paresse temibile.

La donna, nella camera funerale, rendeva alla salma della padrona gli estremi pietosi ufficii prima che la trasportassero via: lavata la fronte e la guancia sanguinosa, ricomponeva i capelli, incrociava le mani sul seno, intrecciava alle dita la corona del rosario. La poveretta non vedeva ciò che faceva, così fitto velo di lacrime le appannava gli occhi. Vicino a lei la baronessa di Börne si dava ancora da fare, zelante e loquace: quando la familiare fu chiamata di là per poco non le andò dietro.

Due, tre volte dovette il Ferpierre ripetere le sue domande alla povera donna, talmente costei era stordita dal dolore. Giulia Pico, di quarantacinque anni, nata a Bellano, sul lago di Como, stava al servizio della contessa d'Arda da quando questa era ancora fanciulla, nella casa paterna, a Milano.

—Voi avete detto che la vostra padrona manifestò più volte il proposito di morire?

—Sì.

—Da quanto tempo?

—Da molto… da oltre un anno.

—Non rivelaste mai questo pericolo al suo amico?

—Sì.