STORIA D'UN'ANIMA.

L'incertezza del giudice Ferpierre dinanzi al dramma di Ouchy era venuta crescendo. I risultati dell'autopsia non facevano alcuna luce: l'esame della ferita, molto netta, annerita dal fumo dell'arma, dimostrava che il colpo doveva essere stato esploso da una distanza di circa mezzo metro: se ciò confermava l'ipotesi del suicidio, non infirmava quella dell'assassinio, perchè l'omicida aveva potuto trarre il colpo da presso. Neppure le lesioni interne, il cammino del proiettile che seguiva una linea inclinata dal basso all'alto, permettevano di dare un giudizio preciso. Sulla persona della morta nessuna traccia di violenza: nè alle mani, nè ai polsi, nè al collo.

Mancando pertanto qualunque prova reale a sostegno d'una delle due sopposizioni, il Ferpierre sperava di trovarne qualcuna morale nel libro di memorie sequestrato con altre carte in casa della defunta. La stessa notte dell'autopsia, con la febbre della curiosità suscitata in lui dal mistero, le lesse.

Le prime pagine delle memorie non portavano date, ma si riferivano evidentemente all'adolescenza della contessa. Cominciavano con le impressioni della fanciulla all'uscire dal collegio, con le manifestazioni della gioia che l'aveva occupata nel rivedere la sua casa, nel ritrovarsi col padre. Pure ella non rammaricavasi del tempo passato lontano; le pagine dove diceva le dolcezze della sua nuova vita erano ancora piene dei ricordi dell'antica.

«A quest'ora le mie compagne sono in giardino; suor Anna passeggia nel viale della fontana, leggendo nel libro che non finisce mai, poveretta, per vegliare sulle sue figliuole; le Inseparabili si perdono, a braccetto, sotto i tigli; Rosa Bianca se ne sta soletta con i suoi pensieri; le Matte corrono, gridano, giocano; chi si ricorda di me come io mi ricordo di loro?»

Il sentimento predominante era l'adorazione per il padre.

«Ora ho saputo che il babbo m'ha tenuta in collegio credendo di non poter bastare, come uomo, alla mia educazione, ai miei piaceri. E invece noi c'intendiamo sempre, in ogni cosa. Egli dice che sono io troppo seria quando m'accordo con lui nei pensieri gravi; io dico invece che egli stesso è troppo buono quando partecipa ai miei pensieri futili o folli. La verità è più semplice, e domani glie la vo' dire: come mai non l'ho pensata prima? Sono sua figlia: che c'è da stupirsi se gli somiglio?

«Mi piace tanto prendere il suo braccio, quando andiamo attorno! Ma forse è più bello quando egli prende il mio. Allora sono quasi orgogliosa che il babbo mio, un uomo così forte e grande, s'appoggi a me; mi pare che io sia buona a qualche cosa per lui; ma poi ho una gran paura di non esser veramente buona a nulla…

«Bisogna che io dica al babbo una cosa della quale mi vengo accorgendo. Egli teme che io mi annoi, sola sola, in questa gran casa: si vede che il suo studio è di farmi svagare, di procurarmi piaceri e divertimenti. Oggi ha sgridato Giovanni, che tardò tanto a passare dal teatro da non trovare più nessun palchetto disponibile: è in collera perchè non mi potrà condurre a questa rappresentazione, non già perchè voglia andarci lui. Giulia m'ha detto che egli non andava mai al teatro, quand'era solo. Povero babbo, quanto mi duole che si sacrifichi per me! Prima andava al circolo, tutte le sere; ora mai più. Ho dovuto pregarlo tanto perchè non trascuri troppo i suoi amici!…

«Ho detto male; egli non fa sacrifizii per me, come io non ne faccio per lui. Far piacere alle persone che vogliamo bene è il maggior piacere. Ma io vorrei persuaderlo che ha torto di temere che m'annoi. Io non mi sono annoiata mai. Paola Lerani ripeteva sempre un intercalare: «Figlia mia, la noia è grande!» Dava a tutte della figlia, anche alle maggiori di lei, e s'annoiava sempre, di tutto. I suoi parenti tardavano a portarla via dal collegio, ma ella non se ne doleva: «Figlia mia, la noia è grande!» Si annoiava a giocare, a studiare, a passeggiare, a lavorare, ad andar fuori, a restar dentro: non si sapeva che cosa fare per guarirla della sua noia. Doveva soffrire d'una malattia, poveretta. Forse che il babbo crede ammalata anche me?…»