Era sperabile che Zakunine osservasse l'unico patto posto dalla infelice?… Nel ricostruire con l'aiuto di quelle confessioni il carattere dell'accusato, il Ferpierre sentiva che l'avverso giudizio di Roberto Vérod non era dettato dalla passione. Dietro l'umanitaria professione di fede, con la predicazione della giustizia, dell'eguaglianza, dell'amore, quell'uomo doveva nascondere un egoismo scettico, ingordi appetiti, voglie malsane, se era stato capace di ridurre a quel tormento la creatura che gli si era resa a discrezione. Se la lusinga di ridurlo a una più calma prosecuzione della riforma sociale era fallita, aveva egli almeno risposto con atti di bontà alle dimostrazioni dell'amore?

Il Ferpierre lesse con raccapriccio nelle nuove pagine del diario:

«Egli m'ha detto queste precise parole:

«Dunque tu credi che l'amor tuo sia immortale? Non capisci che finirai di amarmi, che già non mi ami più come prima? Tu mi giudichi indegno d'amore, pensi d'esserti sacrificata, il sacrifizio ti costa, vuoi ottenerne il compenso, lo cercherai in un altro amore; non dubitare: qualcuno te l'offrirà…. Sul principio dirai che la colpa è stata mia, più tardi riconoscerai che io non ho colpa. Dentro di te, dentro di me, nei nervi, nella carne, nel sangue di noi tutti c'è un fermento che niente e nessuno può sedare: quando tu avrai fame ti ciberai; dopo aver mangiato sarai sazia. Non c'è altra verità fuori di questa. Bisogna dirla, ripeterla, onorarla, e riconoscere che le tue leggi, i tuoi comandamenti, i tuoi scrupoli sono menzogna ed ipocrisia che dobbiamo smascherare e confondere. I tuoi grandi nomi, l'Amore, il Dovere, il Diritto, hanno un senso, ma non è quello che tu pensi. Il nostro dovere e il nostro diritto si riducono a ottenere e mantenere il piacere, che è la ragione, l'origine, il fine della vita; finchè il piacer tuo è nel mio, noi ci amiamo; quando non ci bastiamo più l'amore finisce. Tu dici un'altra grossa parola: l'onore. Dove mai lo riponi? L'onor mio consiste nel dire ciò che penso, nel metter d'accordo le mie azioni con le mie idee. Tutto il mondo è retto da pregiudizii iniqui, ma più stupidi che iniqui. La scienza che non mente ha espresso la vera, la sola legge dal cumulo delle secolari menzogne: voglio dire la legge della lotta per l'esistenza. Nascondetela, date al fuoco i libri che l'insegnano, se volete che le vostre menzogne siano ancora credute. Ma quando la riconoscete, come potete restar serii udendo ripetere i ritornelli bugiardi? Bisogna scegliere tra la morte e la vita: rinunziare alla vita è preferibile, ma voi non volete. Se io debbo vivere, estermino tutto il genere umano per procurarmi quella che a te pare la più futile delle mie soddisfazioni! Tu volevi che noi facessimo una famiglia indissolubile. Ma non sei ora contenta d'esser libera, non è bene che tu mi possa abbandonare se, avendomi visto come sono, ti faccio orrore? Lascia che i figli ignorino i padri, se non vuoi che maledicano chi ha dato loro la vita! Perchè vorresti che noi fossimo indissolubilmente legati, quando naturalmente ciascuno di noi è autonomo; quando niente vieta, anzi tutto ci persuade, che ciascuno di noi può amare e un giorno amerà un altro? Se tu m'abbandoni quando non t'amo più, te ne sono grato; se mi tradisci quando ti amo ancora, ti uccido. Fa altrettanto tu stessa. Il diritto mio è uguale al tuo. Così fanno tutti gli uomini, a dispetto dei codici stolti e delle ipocrite predicazioni. L'anarchia che noi vogliamo instaurare è già nei costumi; ma è ancora anarchia nel senso vostro, cioè come disconoscimento e lesione della legge. Bisogna invece che sia conformazione alla legge naturale, uniformazione cosciente all'istinto vitale; fuori di qui non c'è altro.»

«Non dimentico nulla. Queste sono state le sue precise parole. Egli ha ragione. Fuori di qui non c'è altro….»

E il Ferpierre, nonostante la sua lunga assuefazione allo spettacolo del dolore, si sentiva commuovere pensando come dovesse essere amaro lo strazio della credente. Per trascrivere quelle parole ciascuna delle quali doveva offenderla come un insulto e spaventarla come una bestemmia, per riconoscere che Zakunine aveva ragione, bisognava che ella si condannasse senza più scusa, che si giudicasse perduta senza più speranza. Ella doveva ora riconoscere che l'illusione di redimere un'anima e la fiducia di fare del bene erano stati semplici pretesti: che nell'amor loro, che in tutti gli amori, che in tutta la vita nessun'altra voce si ode fuorchè quella degli infimi istinti. Questo era dunque il risultato: ella che voleva far ricredere l'amante, che voleva accostarlo alla propria fede, ella stessa era ridotta a dubitare, a negare. Invece di guarire l'infermo ella stessa aveva preso il suo male; invece di mondare il caduto ella stessa erasi contaminata!

Ma poteva ella veramente a lungo rinnegare le credenze di tutta la sua vita? Nel farle dare ragione al negatore quanta parte aveva l'amara ironia? Poichè, mentre gli parlava dell'amor suo, costui adduceva scettici e cinici argomenti e prevedeva e quasi s'augurava d'esser tradito, la disgraziata doveva schernire sè stessa; ma che cosa pensava della possibilità del tradimento? Riconosceva che per una logica fatale il suo primo errore doveva essere seguito da un secondo e da un terzo; oppure si ribellava a questa logica? Qui era il problema morale, la soluzione del quale avrebbe rischiarato il mistero giudiziario.

E la curiosità del Ferpierre cresceva, l'attenzione che prestava alle confessioni della morta raddoppiavasi.

«Per una madre dover disprezzare il proprio figlio, il vivo frutto delle sue viscere, la miglior parte di sè stessa: che strazio!

«L'infelicità della vita consiste nell'idea della felicità.