Pareva, dal tono col quale diede quell'indicazione, dall'atteggiamento di tutta la sua persona, che volesse difendere contro gli sguardi indiscreti l'intimo pensiero della sua povera amica. Ma la baronessa di Börne:
—Qui appunto si potrà trovare qualche cosa!…—esclamò avvicinandosi al giudice, il quale prendeva dalle mani del commissario il libro che questi aveva tratto dalla nera custodia.
Era anch'esso rilegato di nero e fregiato d'argento, come un libro mortuario; e già quella vista diceva la tristezza e il dolore dei quali la vita dell'infelice doveva essersi abbeverata. Il giudice scorse rapidamente i fogli: la scrittura era piuttosto grande e magra, poco inchiostrata, elegante e d'una nitidezza mirabile. Il libro era forse pieno per tre quarti; e l'indagatore soffermavasi con maggior attenzione sulle ultime pagine; ma dopo aver letto scrollò il capo:
—Non s'intende,—disse;—non è una confessione…
Il commissario proseguiva frattanto le ricerche in uno stanzino attiguo, lo spogliatoio, dove un altro armadio, il lavabo ed i bauli tenevano tutto il luogo disponibile. Non vi trovò nessuna carta. Rientrato nella camera, la traversò dirigendosi alla sala: qui le ricerche furono ancora più brevi ed inutili; perchè, oltre i divani e le poltrone, solo una tavola piena di minuti ninnoli e il pianoforte sul quale stava spiegato un fascicolo del Pessard la mobigliavano. Già il commissario tornava sui proprii passi, quando una voce di pianto ed esclamazioni d'ambascia lo fecero rivoltare: i gendarmi, obbedienti agli ordini ricevuti, vietavano l'entrata ad una donna vestita di scuro che portava sul capo il velo nero delle popolane lombarde.
—Ah! Signore! Ah! Signore!…—esclamava costei, a mani giunte, col magro viso solcato da lacrime ardenti.—Vederla!… Ancora una volta vederla!… La padrona mia… la mia buona padrona!… Ah, Signore, vederla!…
Era la Giulia che tornava in quel punto: piccola e magra, di dubbia età, ella appariva disfatta dall'ambascia.
—Lasciate che passi,—ordinò il magistrato cui la baronessa spiegò che, servendo la morta da lunghissimi anni, questa donna aveva goduto di tutta la sua confidenza.
E come, entrata barcollante e lacrimosa, a mani giunte, ella si avanzò verso la salma, il brivido nervoso riprese a scuotere la persona del principe, nel suo viso tornò a leggersi l'atterrito smarrimento, il pauroso dolore di poco prima, quasi la vista d'una persona cara alla morta, quasi lo strazio di questa persona rincrudisse il tormento suo. Egli non guardava più il cadavere ma la piangente, e pareva che si protendesse verso di lei, che volesse accostarsele, come per unire il proprio dolore a quello di lei, per parlarle della morta, per udirla parlar della morta. Tutti, gli uomini della giustizia, i dottori, la stessa baronessa erano impressionati dall'ansiosa attitudine di quel dolente; solo la straniera restava rigidamente atteggiata, impassibile e quasi senza sguardo.
—Come disse ha fatto!… Lo disse e l'ha fatto!…—gemeva la donna dinanzi al cadavere.—Voleva la morte… la chiamava… Ah, poveretta!… Ah, Signore!… E mi mandò via, mi mandò… per essere libera… perchè io non le leggessi in viso!… Ah, se le fossi stata vicina!… Quante volte, poveretta; quante volte pregò Dio di farla morire!… E s'è uccisa!…—ripetè con voce più rotta, quasi avesse potuto fino a quel momento dubitare e sperare, ma ricevesse a un tratto l'irrecusabile conferma della sciagura.—S'è uccisa!… È morta!… Signore! Signore!…