ed allo 'ndugio ed alle pene, c'hanno,
con lacrime chiedean mercé da nui,
ricordando l'arsura e 'l loro affanno.

E, quando presso al cielo io giunto fui,
125 sentii maggior l'incendio; e per riparo
le scorte mie m'abbracciâro amendui,

ché 'l foco lí è piú attivo e chiaro,
e, perché tocca il cielo, in giú reflette:
però 'l caldo raddoppia ed è piú amaro.

130 Quelle parti del ciel son sí perfette,
che non temono arsura ed han vantaggio
a trasmutazion non star subiette.

Non so in qual modo, né per qual viaggio,
mi trova' intrato nel ciel della luna,
135 assai 'n men tempo che detto non l'aggio.
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E di due scorte meco era sol una,
cioè la Caritá, che risplendea
sí, che ogni luce arebbe fatta bruna.

E questa dolce guida ed alma dea
140 disse:—Alla quinta essenza io t'ho condotto
dall'altra trasmutabile e sí rea.

Ciò che sta a questo ciel laggiú di sotto,
subiace al tempo e convien vada e vegna
in non niente ed in stato corrotto.—

145 E poi soggiunse quella dea benegna:
—'Nanti che trascorriam noi questi cieli
ed ogni intelligenza che qui regna,

conviene che il mio offizio ti disveli,
acciò che, quando torni tra' mortali,
150 gli atti miei lor insegni e lor riveli.—

Risposi:—O sacra dea, tra tanti mali
per veder le vertudi io son venuto;
e tu a salire qui m'hai dato l'ali.