[467]. Gregorio VII (Mansi, XX, 433). Si qui vero (presbyteri, vel subdiaconi) in peccato suo perseverare maluerunt, nullus vestrum eorum audire praesumat officium, quia benedictio eorum vertitur in maledictionem et oratio in peccatum.
[468]. Abbiamo riferito nella n. 1, p. 253 il testo delle decretali che stabilisce la dottrina cattolica del sacerdote come strumento passivo. A questi testi così espliciti si opponeva il canone: nullus audiat missam, da noi riportato altrove, e ripetuto moltissime volte in diversi concilii a cominciare dal romano di Niccolò II. Al tempo di Lucio III (1181-1185), quando la lotta delle investiture era finita da più di un secolo parvero evidenti queste contraddizioni, e l'accorto papa cerca di schermirsene facendo distinzioni sottili, le quali servono a ripristinare la dottrina antica. Riscontrate le decretali gregoriane, lib. III, tit. 2, cap. 7: Lucius tertius .... Vestra duxit devotio inquirendum et infra. Alicubi dicitur, nullus audiat missam sacerdotis, quem scit indubitanter concubinam habere. Alibi vero legitur non potest aliquis quantumcumque pollutus fuerit, divina polluere sacramenta. .... Ceterum aliud est crimen notorium, aliud occultum, notorium diffinitur, de quo presbyter canonici condamnatur; occultum quod ab ecclesia toleratur. Caeterum aliud est quando crimen notorium non diffitetur presbytero, vel de ipso est canonice condamnatus; aliud est pene occultum, quod ab ecclesia toleratur. Item aliud est a talium officiis abstinere, ut peccandi licentia caeteris auferatur, et hujusmodi ad poenitentiae fructum trahantur; atque aliud si totum tamquam in fornicatione jacentium misteria respuantur. Sine dubitatione itaque teneatis quod a clericis et presbyteris quamquam fornicariis, quamdiu tolerantur, nec habent operis evidentiam, licite divina misteria audiantur et alia recipiantur sacramenta ecclesiastica.
[469]. Il De Lauro, abbate cassinese scrisse un'apologia dell'abbate Gioacchino, facendo tesoro di un'antica biografia pubblicata prima di lui dal Greco. Ma come si vedrà in seguito è tale la mancanza di critica e l'inesattezza dell'apologista cassinese, che possiamo pochissimo giovarci dell'opera sua. Non so comprendere perchè il Rousselot (Joachim de Flore, Paris 1867) si serva della vita del Barrio, attinta alle stesse fonti di quella del Greco, ma con minore accorgimento. La vita del Greco, ristampata dai Bollandisti fu ricavata da una cronaca antica, come dice lo stesso autore (Acta Sanctorum, Maggio, VII, 123). Omnia quae descripsimus [novissimo excepto, quod de ore fratris Andreae accepimus] de libello manuscripto in monasterio S. Joannis de Flore [existente] a tempore monachatus mei in eodem monasterio, quod fuit sub anno Domini millesimo quingentesimo octogesimo sexto, transcripsimus et adnotavimus, nec de eorum substantia aliquid addidisse, diminuisse, aut immutasse, tantum aliis verbis retulisse, sub eodem Domini juramento confitemur. Qui quidem libellus tum vetustate tum etiam usu cum quadam quasi difficultate legebatur.
[470]. Il primo di questi documenti riportati dall'Ughelli (Italia Sacra, Venetiis 1721, IX, 453), si riferisce alla fondazione di una casa florense. Anno Domino Incarnationis 1201 mense Septembris 5 ind. .... Nos Simon de Mamistra Dominus Fluminis Frigidi .... proposuimus aedificare domum Religionis infra fines terrae nostrae Fluminis Frigidi .... vocavimus vos Domine Joachim venerabilis Abbas Floris rogantes vos omni devotione, quatenus tam administrationem ipsus monasterii, quam ipsum monasterium acciperetis in manus vestras et successorum vestrorum. Questa donazione fu confermata da Riccardo vescovo di Tropea, il quale vi aggiunse la chiesa di S. Domenica e di S. Pietro e altri beni e diritti come risulta dalla lettera papale di conferma. Ma nel frattempo l'abate Gioacchino era morto, perchè la lettera del vescovo tropeano del giugno 1202 riportata nella bolla di conferma d'Innocenzo III è indirizzata all'abate Matteo, successore di Gioacchino, e ricorda quest'ultimo come già morto [venerabili quondam abbati Joachim]. La determinazione del giorno della morte è data dal Papebrochio nelle note al Greco.
[471]. Greco, 96 B. Succedente vero Paschatis festo, paratis sibi vestimentis novis sui ipsius spiritum amoris vigere percepit, eoque impulsus coepit de temporalibus cogitare, atque illorum voluptatibus solicitari. Riportato quasi a parola dal De Lauro, che solo vi aggiunge di suo, essere accaduto questo invanimento cum Bizantium pervenisset, mentre invece il Greco mette in Bizanzio il ravvedimento.
[472]. Greco, loc. cit. Ceterum ad Thraciae Bosphorum Byzantium ingressus, ibidem, tangente manu Domini urbem illam, plurimum hominum multitudinem interire conspexit qui se cernens absolutum periculo, prorsus se mundo renuntiaturum vallavit. Anche Valdo allo spettacolo della morte sente sorgere in lui una nuova vocazione. Il De Lauro che copia quasi a parola dal Greco, tace questa circostanza.
[473]. Gioacchino stesso raccontava questo aneddoto all'amico suo Luca (Boll., loc. cit., pag. 93 F). Retulit mihi aliquando cum in Syria juvenculus, habitu jam Religionis assumpto, solus fuisset apud quandam viduam hospitatus; illa in eum oculis impudicis intuens, lasciviis ipsum ad crimen invitare tentavit, sed servus Dei resistit sapienter et fortiter. V. De Lauro, cap. 8º, p. 12, che al suo solito amplifica il racconto, e lo trasporta dalla Siria all'Asia Minore, interpetrando male la frase del Greco, p. 98 A: in ea Asiae parte quae Euphrate ac mediterraneo mare concluditur.
[474]. Greco, 97 F. Nam tria opera exorsus fuit, quae omnia felici consummatione complevit. Gregorio, cap. VI, riportando a questo tempo la visione della quale parla Gioacchino nell'Esposizione dell'Apocalisse, cap. I, testo 13 [contro questa anticipazione vedi le giuste osservazioni del Papebrochio] dice: nam difficultates omnes, simulque quaestionum involucra perspicaciter vidit, memoriter tenuit et spiritualiter intellexit (!!!)
[475]. Greco, p. 98 C. Qui vallem Chratis ingressus, justa Bisentium gradiens, urbem Consentiae, ne forte agnosceretur, abhorruit. Io non so capire come mai Gioacchino, tornato in patria con alti intendimenti religiosi, si nascondesse per non essere conosciuto da quegli stessi conterranei tra i quali non avrebbe dovuto tardare di spargere la parola del Signore. Parmi, o io m'inganno, che questo racconto sia fatto tutto nell'intendimento retorico dell'incontro di padre e figlio, che si scambiano discorsi pieni di reminiscenze classiche, e di citazioni bibliche. Greco, loc. cit. e De Lauro, pag. 15.
[476]. Greco, 98 E: Licet enim in ipso monasterio adhuc Regulae jugo colla non subdidisset. Questo fatto vale a spargere un po' di luce sulla cronologia di Gioacchino. L'abbazia di Sambucina, filiale di quella di Casimari, fu fondata, secondo il Papebrochio, nel 1157, come apparisce da una antica cronologia manoscritta, (v. nota 9, al cap. 2 del Greco, pag. 99 C.). La data del 1160, riportata dal Manrique si riferisce probabilmente agli atti posteriori di dotazione. Il De Lauro la crede invece fondata molto prima, ma non per altra ragione se non per non essere costretto a fare Gioacchino più giovane di quel che vuole lui. Infatti se Gioacchino è nato nel 1111, ammesso anche che fosse entrato nell'abbazia di Sambucina nello stesso anno della fondazione, avrebbe contati 49 anni. Ma noi abbiamo mostrato più sopra che la cronologia del De Lauro tutta fondata sopra il fatto della famosa profezia non regge alla critica. Ed ammettendo col Papebrochio che Gioacchino nacque intorno al 1131 avrebbe contati dai 26 ai 27 anni quando entrò nel convento di Sambucina tra il 1157 e il 1158.