Come pure è assurda la dottrina delle idee innate e la reminiscenza platonica; perchè
Esce di mano a lui che la vagheggia
Prima che sia, a guisa di fanciulla
Che piangendo e ridendo pargoleggia,
L'anima semplicetta che sa nulla,
Se non che, mossa da lieto Fattore,
Volentier torna a lui che la trastulla.
(Purg., XVI, 85).
Potremmo continuare per un bel pezzo a notare le più evidenti coincidenze tra le teoriche tomistiche e le dantesche e non pure in metafisica, ma in etica, in teologia, in esegesi biblica. In un sol punto Dante discorda dal suo maestro, nelle quistioni politiche, dove il dissidio è tanto più aperto per quanto più pieno fu l'accordo nelle altre dottrine.
L'antica e tragica lotta tra l'impero e il papato s'era già da un bel pezzo rinnovata con maggior vigore da Gregorio IX in poi. Non orpelli, non infingimenti da una parte e dall'altra, ma franca e solenne dichiarazione delle loro dottrine e dei loro fini. Gregorio afferma apertamente il diritto del papato alla signoria suprema su tutti i principi e popoli della terra, perchè lo stato non ha un valore intrinseco, ma quello solo che gli viene dall'autorità pontificia;[59] e dal canto suo Federico II, anticipando i tempi moderni, difende l'autonomia dello stato, l'indipendenza dalla podestà ecclesiastica ed il dritto e dovere di ridurre il papato alla povertà gloriosa dei primi secoli.[60] S. Tommaso prese parte alla disputa che ferveva animosa tra i giuristi imperiali, e i canonisti; e traendo le ultime conseguenze dai suoi presupposti filosofici sostiene apertamente le ragioni dei papi. Come l'anima esercita un assoluto dominio sul corpo, così il pontefice sui principi tutti della terra. Ei solo, rappresentante di Dio, è la fonte dell'autorità; e di seconda mano da lui la debbon ricevere tutte le altre potestà. Il pontefice sta all'imperatore come la splendida luce del sole al pallido chiarore della luna, e la spada che egli brandisce è di tanto più formidabile di quella che mette in pugno all'Imperatore, di quanto lo spirito vince la materia; e gl'interessi celesti sovrastano alle meschine gare della terra.[61] A queste dottrine, che sotto la sembianza di pietà religiosa nascondevano le più smodate passioni mondane, non sapeva acconciarsi l'anima fiera del gran fiorentino, e nella Divina Commedia e nel De Monarchia sdegnosamente vi si ribella. Strano contrasto tra i due sommi! S. Tommaso, del gentil sangue dei conti di Aquino, pronipote del Barbarossa e cugino del secondo Federico, rompendo colle tradizioni degli avi suoi, si caccia nel fitto della mischia, paladino di quella corte pontificia, che avea giurato e inesorabilmente compiuto lo sterminio di casa sveva. Dante, che da giovane combattè nelle file dei guelfi, ricredutosi per tempo dell'error suo, si converte alla fede ghibellina, ed il dominio temporale e le cupidigie e le ambizioni della corte romana sfolgora nelle tremende invettive del poema sacro. A quel genio divinatore ben presto si discoperse l'assurdo ed il danno della mistione dei due poteri, e con argomenti che calzano anche ai nostri giorni, sostenne arditamente l'autonomia dello stato, o per dirla col linguaggio del tempo, l'indipendenza dell'impero.[62]