La lotta s'era fatta sempre più aspra; e non che smettere nuove ragioni s'apprestarono a rinfocolarla. L'arcivescovo Guido, che da venti anni reggeva la Chiesa di Milano, stanco dell'interminabile lotta, e ben sapendo che i Patarini prendevano accordi intorno al successore da dargli, pensò di cedere il suo ufficio ad un ecclesiastico, più nobile di lui, a nome Goffredo.[402] L'imperatore, Enrico IV, uscito da poco di tutela, accolse di buon animo la dimandata investitura, nella speranza che col nuovo arcivescovo i dissidii sarebbero cessati e l'autorità imperiale rinvigorita.[403] Ma per le opposte ragioni il papa non volle saperne di questa nomina, che frustrava i disegni da lungo tempo concepiti, e contraddiceva al canone contro le investiture laicali votate nel concilio del 1059. Perlochè Goffredo fu scomunicato[404] ed alla morte di Guido Erlembardo fece scegliere coll'intervento del delegato un sacerdote di nome Azzone.[405] Per tal guisa i partiti tornarono più accanitamente alle prese. L'alto clero fu talmente irritato dalla nuova scelta, che ruppe in aperta violenza, ed a furor di popolo fu trascinato il nuovo eletto alla chiesa di S. Maria, ed ivi più morto che vivo gli fu fatto giurare che non salirebbe mai sulla cattedra di S. Pietro.[406] Nè vi salì, ma non vi salì neanche Goffredo, combattuto fieramente da Erlembardo. (1071). A costui per verità non venne fatto d'impadronirsi del forte di Castiglione, ove l'arcivescovo scomunicato s'era rinchiuso; ma riescì in quella vece a sbarrare le porte di Milano, e a ridurre in sua mano il governo della città.

In quel tempo (1073) fu assunto al pontificato Ildebrando, l'amico ed il protettore di Erlembardo, e questi si credeva ormai così sicuro del suo potere, che ogni giorno più cresceva di audacia ed intemperanza. Così per mostrare il suo odio e disprezzo contro i vescovi, che aveano riconosciuto a lor capo uno scomunicato, calpestò pubblicamente l'olio da uno di loro consacrato, sostituendovi altro d'ignota provenienza. E ricusando i vescovi di somministrare il battesimo nelle ferie pasquali di quell'anno e del seguente, ingiunse ad un semplice prete Luiprando, che facesse le loro veci.[407] Contro queste violenze suonarono ben alte le grida del clero,[408] ed in occasione di un incendio, che in quel torno distrusse la bella chiesa, ove fu consacrato Attone, si disse essere codesto un giusto giudizio dell'empietà commesse. L'ira dei Milanesi allora non conobbe più freno; i nemici di Erlembardo non posero tempo in mezzo ad irrompere armata mano contro di lui, ed il valoroso capitano cadde colla spada in pugno, martire della sua fede.[409] Non però la morte di Erlembardo restaurò le forze di Goffredo; e lo stesso Enrico lo ebbe ad abbandonare, scegliendo in sua vece un uomo più accetto, Tedaldo.[410] Ormai i dissidii milanesi scomparivano nella lotta delle investiture[411] che per la sua grandezza supera tutte le altre finora combattute.

II

Il gran disegno di ridurre tutto il clero maggiore e minore in balìa del Pontefice era attuato a mezzo fino a che un altro potere, il laicale, avesse in sua mano i beneficii; onde Gregorio non dubita di trarre le estreme conseguenze, e contrastare all'Imperatore antichissimi diritti. Ora si chiariva il segreto pensiero del Papa. La potestà pontificia dovea essere la fonte di tutte le autorità e temporali e spirituali. Il clero non dovea inchinarsi ad altro capo fuor del sommo Gerarca, e da lui solo avea a riconoscere non pure l'ufficio suo spirituale, ma benanco il possesso dei beni ed il dominio temporale. Nè faceva intoppo che per tal guisa si sarebbero capovolte tutte le norme giuridiche e politiche del tempo; e che il feudatario in omaggio al Papa avrebbe talvolta negata obbedienza al suo signore. Ormai il supremo signore era il Pontefice, e le parti tra il Papato e l'Impero affatto invertite. L'Imperatore avrebbe nominato il Papa, non il Papa l'Imperatore, perchè se il sommo sacerdote ha la potestà d'immettere nel loro ufficio alcuni principi dell'Impero, è naturale che eserciti lo stesso diritto sul Principe dei Principi. E questo era veramente l'ideale di Gregorio VII, la costituzione di una società mondiale, il cui capo fosse il vescovo di Roma, suprema autorità feudale, da cui come vassalli dipendessero tutti i principi, e primo fra tutti l'Imperatore.[412]

Ma ora si scopriva una strana contraddizione tra il principio e la fine del movimento riformatore, il quale cominciato dal contrastare il fasto, la dissolutezza e talvolta il potere principesco dell'alto clero, finiva col mettere in mano del Papa la maggior copia di ricchezze, onori e potestà mondana. Se al supremo Gerarca è lecito di circondarsi degli splendori di una corte, perchè non debbono seguire il suo esempio e vescovi ed abbati? La riforma disciplinare sarà dunque messa in seconda linea, ed or che nè l'arcivescovo di Milano, nè altro al mondo può fare ombra alla Curia Romana, non si contrasterà più la potestà territoriale dei prelati. E purchè questi riconoscano nel Papa la fonte dell'autorità loro, vivano a lor modo, e camminino pure sulle orme degli Ariberti e dei Guidi.

Per tal guisa i mali della Chiesa s'esacerbavano, e secondo la testimonianza preziosa di S. Bernardo, le intemperanze del clero metteano nuove radici e tanto più profonde, per quanto la Chiesa grandeggiava di potenza e splendore.[413] Nettampoco la quistione politica era risoluta, chè non ostante i trionfi di Canossa la vittoria del Papato vacillava non poco, e dopo tanto battagliare Callisto II, ebbe a sottoscrivere il compromesso del 1122, il quale se chiudeva la grande lotta delle investiture, non ispengeva il germe di nuovi contrasti. Il dissidio tra la Chiesa e l'Impero, insorto una volta non sarà più per comporsi; nè solo colla Germania avrà da battersi il Papato, ma colla Francia, coll'Inghilterra, col Senato di Roma, con tutti quei governi in una parola, che mal tolleravano le usurpazioni e frammettenze del potere ecclesiastico. E queste lotte in quell'età di violenti e rudi costumi tornavano egualmente funeste allo Stato ed alla Chiesa; e minacciavano l'esistenza stessa di ogni civile consorzio.

III

In questo tempo appare nella storia la misteriosa figura di Arnaldo da Brescia.[414]

Il moto patarino ebbe per risultato di togliere in molti luoghi ai vescovi la potestà territoriale che passò nei comuni, e così nacquero quelle repubbliche medievali con consoli e consigli e diritti e pretensioni baronali sui minori comuni. Questo accadde in Milano, e sarà accaduto anche in Brescia, ove però il vescovo non fu spogliato di tutta l'autorità, ma sembra prendesse parte coi Consoli all'amministrazione della Repubblica.[415] Si comprende come dovesse riescire faticoso questo governo misto, nel quale gli opposti elementi si odiavano e sospettavano a vicenda; e come le scissure del governo si ripercotessero nel popolo, diviso anche lui in partiti e fazioni. Uno dei capi del partito antivescovile par che fosse il famoso Arnaldo, il quale benchè prete e frate,[416] s'ispirava alle tradizioni patariniche, tal che pareva in lui rivivesse lo spirito austero degli Arialdo ed Erlembardo, santificati dalla Chiesa.

Questo rigido sacerdote, che al dire dell'Historia pontificalis carnem suam indumentorum asperitate et inedia macerabat,[417] mal tollerava che il clero s'inframmettesse nei negozii mondani,[418] e contro il proprio vescovo, semprepiù avido di maggior potere, levava alta la voce, infiammando il popolo a tal segno, che nel tornare quel prelato da Roma, a fatica potè rientrare nella sua diocesi.[419] Non diversamente s'era condotto un tempo Arialdo, e contro l'arcivescovo milanese e il clero maggiore ben più gravi tumulti avea sollevato nel popolo. Ma ora i tempi eran mutati, nè sulla cattedra di S. Pietro sedevano gli Alessandro II e i Gregorio VII, nè gl'interessi della Corte pontificia del secolo decimosecondo pareggiavan quelli dell'undecimo.