Ma i Catari ed i Valdesi per quanto discordi nei convincimenti dommatici si accordano nell'indirizzo pratico delle dottrine, e contro le ricchezze e gli ozi del clero vogliono far rifiorire i costumi apostolici, e non apprezzano se non la povertà, il disinteresse, la rinunzia ad ogni bene o piacere mondano. In questo indirizzo pratico conviene una terza setta, la quale benchè più ortodossa dei Valdesi, non è meno di loro sollecita delle riforme dei costumi.
Questa terza setta è quella che al principio delle riforme si chiamò dei Patarini, e più tardi venne detta degli Arnaldisti. Non è a dire che in qualche punto dommatico non s'allontani anche lei dalla Chiesa costituita, ma forse ella si credeva sinceramente cattolica e si conservò tale fino a che non si fuse coi Valdesi. E quando questa setta scomparve, un'altra ne sorse in luogo suo predicando con maggiore energia le stesse massime. E questa è la setta dei Gioachimiti, che riconoscono a lor capo l'abate calabrese, di spirito profetico dotato, il quale alla dottrina della povertà e dell'abnegazione attribuisce un valore e significato più generale, e crede che ella debba rigenerare non pure i preti e i frati, ma la società tutta, che dovrebbe a mente sua formare un vasto cenobio; talchè mutato con questa trasformazione l'ordinamento della società e della Chiesa, sottentrerebbe una nova età, un terzo periodo nella storia del mondo, il regno dello Spirito Santo. Con l'abate Gioacchino la storia dell'eresia entra in una nuova fase, che ha caratteri affatto opposti al precedente. Nel primo periodo dell'eresia catara per successive attenuazioni si riesce allo scisma arnaldistico, nel secondo dallo scisma gioachinita per successivi rinforzamenti si arriva all'eresia degli apostolici.
LIBRO SECONDO DALLO SCISMA ALL'ERESIA
CAPITOLO I L'ABBATE GIOACCHINO
Sono molto discordi i giudizii intorno al
Calavrese abate Gioacchino
Di spirito profetico dotato,
nè fa maraviglia; perchè chi attenda alla sua incontrastata pietà, all'ampia e solenne dichiarazione di sottomettersi al giudizio di Roma, e ritrattare tutto quello che nei suoi scritti si trovasse di meno ortodosso; chi ricordi l'ordine florense ed il cenobio da lui fondato, se anche non presti fede ai miracoli che si raccontano di lui, certo lo metterà tra i più ortodossi asceti del medio evo. E la Chiesa stessa lo disse beato, e permise che si levasse un altare sul suo sepolcro nell'abbazia di S. Giovanni in Fiore, nè solo i Benedettini, ma benanco i Gesuiti ne inserirono la vita nelle agiografie. Ma d'altra parte non si può negare che nel Concilio lateranense del 1215 furono solennemente condannate alcune dottrine teologiche dell'abate calabrese, e più tardi nel 1254 una Commissione di cardinali raccolse dalle sue opere autentiche una messe abbondante di opinioni e sentenze poco ortodosse. Oltrechè lo stesso nome di profeta appar sospetto alla rigida autorità ecclesiastica, perchè di santi la Chiesa cattolica ne riconosce moltissimi, ma di profeti neppur uno, chè secondo molti dottori la vena profetica andò del tutto esaurita dopo la venuta del Messia, quando null'altro aveano a predire i veggenti del futuro, fuor che novità pericolose. Codesta disputa tra gli apologisti e i contraddittori dell'abate calabrese dura da un pezzo, nè sarà per ismettere, attendendo gli uni alla purità degl'intendimenti, e gli altri al tenore delle dottrine. Ma comunque si componga, a noi corre l'obbligo di aprire questo secondo libro col profeta calabrese. Perchè se anche dell'ortodossia di lui non si fosse dubitato punto, e concordemente fosse venerato sugli altari, non sarebbe men vero per questo che nel suo nome si levarono, e dalle sue opere presero le mosse alcune sètte manifestamente ereticali.
I
Dell'abate Gioacchino è molto difficile ricomporre la biografia sulle scarse notizie a noi pervenute. Del cenobio di Fiore, da lui fondato, non resta ormai se non l'antica mole, e se dura l'incuria nostra, tra poco cadrà ancor quella. I tesori e le memorie della ricca abbazia andaron dispersi, ed i cronisti antichi bisogna adoperarli con molta circospezione, se non si vuol cadere in gravi errori, come toccò al De Lauro.[469] Nessuna cronaca ci dice nè la data della nascita nè quella della morte. Ma quest'ultima può essere determinata con certezza da due documenti riportati dall'Ughelli, dove appare ancor vivo nel settembre del 1201 e già morto nel giugno 1202. La morte adunque accadde nel frattempo, e propriamente il 30 marzo 1202; perchè sappiamo da Luca che morì di sabato quindici giorni avanti la Pasqua.[470] Non è così facile determinare l'anno della nascita. I calcoli del De Lauro, che lo crede nato nel 1111 sono tutti fondati sopra una profezia che avrebbe fatta Gioacchino sulla neonata principessa Costanza. Ma così la profezia, come tutto il racconto intorno a questa principessa, che il De Lauro attinse dal Fazelli, è un tessuto di favole. Un altro biografo, il Greco, o perchè l'abbia trovato in documento antico, o perchè prenda la media della vita umana, mette tra la nascita e la morte un settanta anni. Secondo questo calcolo Gioacchino sarebbe nato intorno al 1132.