Comunque sia, l'abbazia di Fiore ebbe molti donativi e crebbe così rapidamente, che vivente Gioacchino cominciò a spiccare rami filiali all'intorno. Ma l'austero abate, pur rallegrandosi di queste prospere sorti, volgea non per tanto il pensiero al romitaggio, ove ebbe nascimento il nuovo ordine. E sentendo appressarsi l'ultima ora, ivi fece ritorno, e nella stessa camera, che ricordava le più feconde sue meditazioni, volle chiudere il corso della sua travagliata carriera.

Nella vita di Gioacchino si possono distinguere nettamente tre periodi. Quello del giovane signore che senza prender gli ordini, o ascriversi ad un sodalizio religioso, fa il pellegrinaggio di Terra Santa e tornato in patria imprende l'apostolato della predicazione. Quello del frate cistercense, che divenuto abate, non trova posa finchè non sia libero dal penoso incarco per consacrarsi tutto alla meditazione ed al commento delle scritture. Quello infine del riformatore che mette in atto una parte delle sue idee fondando un nuovo ordine più severo del cistercense, al quale apparteneva. In tutti questi periodi domina il misticismo. Fin da giovane Gioacchino è più sollecito del cielo che della terra, e fugge dalla corte, ove avrebbe potuto conseguire i primi onori, per fare da povero pellegrino il viaggio di Terra Santa. Fin da giovane, quando ancor non era legato da voti religiosi, si consacrò ad una vita aspra ed austera, e già vecchio ricordava con compiacenza le battaglie sostenute e vinte contro le seduzioni della bellezza. Fin da giovane sentì il bisogno di una rinnovazione religiosa, bisogno indistinto ed indefinito, eppure sì prepotente che ancor laico si mise a predicare penitenza. Ma la vita dell'apostolo, che trae seco le genti, colla parola calda, e il piglio risoluto di chi sa dominar le anime, non è per lui, nato più al contemplare che al fare.[495] La lotta lo scoraggia, sebbene non la sfugga, se imposta dal dovere. E chi non ha l'energia e l'ardore del soldato, nè sa piegare al suo volere l'altrui, non move le turbe. Non un riformatore, ma un mistico veggente era Gioacchino, nè in lui riviveva lo spirito di Enrico o di Arnaldo da Brescia. Se non vi si opponessero moltissime dissimiglianze, si potrebbe paragonare ad Abelardo almeno in questo, che al pari del filosofo palatino ei crede di potere agire cogli scritti, se non con le opere, e al pari di lui mette uno studio indefesso nella Bibbia, e pur con intendimento diverso adopera lo stesso metodo dell'interpetrazione allegorica. Ma in opposizione ad Abelardo Gioacchino è una mente mistica, alla quale piace più la penombra della visione, che la chiarezza del ragionamento. Egli non è un filosofo, ma un profeta, e tale lo stimarono i contemporanei, e Vincenzo di Beauvais nel parlare di lui spiega come si possa avere il dono della preveggenza, nè Dante ad un secolo di distanza, lo chiama altrimenti.

Non intendiamo profeta nel senso comune della parola di tale che preconosca i fatti avvenire in tutte le loro particolarità e nell'ordine cronologico con cui si svolgeranno. Di queste volute profezie non abbiamo alcun cenno nell'opera del suo discepolo Luca, che per noi è la fonte più importante, come quei che, inchino a scorgere nel suo maestro virtù soprannaturali, non avrebbe certo taciuto delle profezie di Gioacchino, ove mai gli fossero state note. Nè nelle opere autentiche si trovano le predizioni, ricordate dai suoi biografi; nè se anche si trovassero ci darebbero il diritto di attribuirle piuttosto all'ispirazione divina, che all'accorgimento umano. Imperocchè le profezie che gli si attribuiscono sono queste tre, che da Costanza sarebbe nato Federico II, il futuro e più pericoloso nemico della Chiesa;[496] che fra tre giorni perverrebbe l'annunzio dell'espugnazione di Gerusalemme per gl'infedeli; che infine il figlio di Tancredi sarebbe stato ucciso, spegnendosi con lui la casa normanna. E nessuna di queste previsioni si può dire che ecceda le facoltà umane. Non era difficile trarre cattivi auspici dall'unione della casa sveva colla normanna, ed uno sguardo acuto avrebbe potuto intravvedere i futuri contrasti tra i Papi ed i discendenti di Enrico IV, che divenuti ad un tempo imperatori e re di Sicilia difficilmente avrebbero rinnovato il giuramento di vassallaggio al Papa, prestato dai normanni.[497] Parimente le esperienze fatte dalla seconda Crociata faceano concepire scarse speranze per la terza, perchè il tempo degli entusiasmi era passato da un pezzo; nè s'era più rinnovata quella fermezza e concordia di propositi della prima Crociata.[498] E per quanto crescevano le discordie nel campo cristiano e più che altrove nel regno stesso di Gerusalemme, altrettanto si rafforzava l'impero di Saladino. Parimenti non era impossibile la previsione della vittoria dello Svevo, il quale se patì una prima sconfitta, poteva e dovea scendere di nuovo più forte d'uomini e d'armi; e la fine della dinastia normanna, alla morte di Tancredi, del solo uomo che la seppe ritardare, era per fermo imminente.

Se Gioacchino avesse fatto veramente queste previsioni, dovremmo scorgere in lui l'uomo che conosce da vicino la società in cui vive, nè le splendide ma passeggiere vittorie lo abbagliano, e non vede la meta vicina per desiderio che abbia di toccarla, nè per i vantaggi del presente trascura di porre in calcolo i danni dell'avvenire. Non sarebbe certamente impossibile, che in Gioacchino al misticismo della fede andasse congiunta l'esperienza consumata della vita. Per le sue particolari condizioni ei s'era trovato in contatto colle persone più eminenti del suo tempo, nè sarebbe strano che conoscesse le discordie degli uni, la vanità degli altri, e prevedesse un avvenire molto più buio di quel che i suoi contemporanei si raffigurassero. Anzi in questa previsione la fede mistica e l'esperienza della vita si sarebbero incontrate, ed entrambe avrebbero contribuito a confermare il solitario veggente nella persuasione che bisognasse mutar cammino per ridar la pace e la giustizia alla travagliata cristianità.

Comunque sia di queste previsioni di Gioacchino, nel modo come le abbiamo esposte qui sopra, certo è che nei termini in cui ci son raccontate dai biografi si tradiscono facilmente per tardive e malcaute invenzioni, intrecciate di grossi errori e storici e cronologici. Questi racconti appartengono alla stessa epoca, in cui sotto il nome di Gioacchino andavan pubblicate e visioni e profezie, e gli uomini si consolavano dell'acerbità dei loro mali coll'annunziarne facile ed imminente la fine. In quel tempo nacque una copiosa letteratura pseudoprofetica, che non ha nulla di comune colle opere genuine dell'abate calabrese, ove non si preveggono i fatti avvenire nei loro particolari, e più volte vien dichiarato che solo Iddio conosce il giorno in cui sarà per cominciare il nuovo periodo della storia umana.[499]

Per questo rispetto Gioacchino è di gran lunga inferiore agli antichi profeti. A lui manca quella potente fantasia, che col magistero di grandiose allegorie e di visioni estatiche sa bene anticipare il futuro.[500] Non gli fa difetto certo il profondo sentimento dell'infelicità presente, nè la viva aspirazione ad un migliore avvenire, ma il suo pennello non sa colorire questi lontani orizzonti. Ei non possiede il dono dell'ispirazione profetica come non conosce il segreto dell'eloquenza; ed in luogo di bandire profezie sue si contenta d'interpetrare le altrui. Chi sulla fede di Dante pensasse di trovare nelle opere di Gioacchino le smaglianti pitture di tempi nuovi, ben presto si sgannerebbe. L'abate calabrese non è un profeta, ma uno scolastico e pesante commentatore, il quale per scoprire un lembo dell'avvenire fruga e rifruga nel passato, e non che sciorre il volo pei campi indefiniti della speranza, s'indugia in faticosi calcoli di date e generazioni.

Ma l'effetto che Gioacchino produceva nei suoi contemporanei non possiamo certo vagliarlo colle nostre misure. Il suo commento alla Bibbia era secondo il gusto dei tempi, quelle interpetrazioni sforzate, e che balzan fuori da sottili ragionamenti, avean grande presa sugl'intelletti, ed i riscontri per quanto più strani e tormentosi tanta maggior fede riscotevano. Nè faceva intoppo la sconfinata libertà d'interpetrare allegoricamente quello, che inteso alla lettera non avrebbe dato il senso voluto. Si era da gran tempo avvezzi a questo giuoco, nè faceva certo meraviglia che Sara ad esempio ora s'interpetrasse come il simbolo della vecchia legge, ed ora della nuova, secondo che la si metteva in confronto di Elisabetta o di Agar.[501] E tanto più questi contorti commentarii e questi calcoli artificiosi doveano essere accolti con favore, in quanto che da essi si cavavano risultati rispondenti ai più profondi bisogni del tempo. Il secolo decimosecondo fu travagliato quanto altri mai da gravi lotte e religiose e politiche. Mostrammo nei capitoli precedenti quanto vigore avesse spiegato l'eresia, che pochi anni dopo la morte di Gioacchino fu bandita una crociata per estirparla. Le lotte inoltre tra la Chiesa e l'Impero dettero luogo ad uno scisma lungo e tormentoso, che durò non meno di un ventennio, e se la pace fu alfine composta, tutti prevedevano che non sarebbe durata, e che presto o tardi ricomincerebbe la lotta con maggior furore. Queste discordie perenni, queste battaglie sanguinose si tenevano allora non come una legge inesorabile della storia, ma quale effetto passeggiero e transitorio della corruzione umana, come il segno manifesto dell'appressarsi dell'ultima ora pel vecchio mondo.[502] Non erano ancora spente le paure millenarie, se non che le menti più ardite non osavano più preannunziare la fine delle cose, tante volte indarno aspettata, bensì una profonda rinnovazione sociale. E Gioacchino fu l'interpetre di questi pensieri che ei facea scaturire dallo studio assiduo della Bibbia, e dalla profonda ed instancabile osservazione dei mali presenti. E le sue parole destavano un'eco tanto più larga, per quanto più alto era il posto onde veniano profferite. E non è strano che fossero avidamente credute le previsioni di un uomo eminente, che e per la pietà e la dottrina insieme fu per forza creato abate, e in seguito divenne o fondatore, o almeno rinnovatore di un ordine fratesco.

Le circostanze certamente favorirono assai il progresso delle idee gioachimitiche, e la creazione dell'ordine francescano, e le scissure che ben presto lacerarono quel sodalizio, vi contribuirono non poco. Ma anche prima di quel tempo le ardite divinazioni di Gioacchino levarono grande rumore. Prova ne sia il fatto raccontato da Rodolfo di Coggesale, che capitato a Roma nel 1195 l'abate di Perseigne volle avere una conferenza con Gioacchino intorno alle famose sue profezie.[503] E non meno curioso fu Riccardo re d'Inghilterra, che al dire di Roggero Hoveden fece venire a bella posta in Messina l'abate per conferire seco lui sull'interpetrazione dell'Apocalisse.

Noi certo non lo teniamo per un profeta, nè nel significato razionale che si suol dare a questa parola, e molto meno nel sovrannaturale; ma riconosciamo volentieri in lui una mente elevata ed un animo onesto e desideroso del bene. E se non possiamo dividere le sue idee sul corso della storia, non gli possiamo negare un'acuta osservazione delle calamità del suo tempo. E per quanto sieno fantastici i rimedii che ei consigliava di apprestare, non pertanto i suoi disegni per più d'un secolo affaticarono le menti, e certo avrebbero grandemente giovato all'umanità, se il loro valore intrinseco fosse stato pari alla purità degl'intendimenti di chi li pensava.

II