Ben si vede come gli Almariciani andassero molto più in là dell'abate calabrese, o di qualunque setta religiosa. Ciò non pertanto al pari di Gioacchino la pretendeano a profeti, e sapeano predire anche loro che tra cinque anni sarebbero toccate al mondo quattro piaghe. La prima è la fame, di cui sarebbe morto il popolo, la seconda è la guerra che avrebbe fatta strage dei principi, la terza un terremoto che avrebbe fatto inghiottire i Burgensi dalla terra squarciatasi sotto i loro piedi, la quarta, il fuoco che avrebbe divorato i prelati, che sono le membra dell'Anticristo, e Roma, la nova Babilonia, che ne è il lor capo. Allora saranno unificati tutti i regni in un solo, ed il capo di questa nova società, informata dall'amore dello spirito, sarà Filippo Augusto, il re di Francia.[661]

Ma non ostante codeste rassomiglianze la dottrina degli Almariciani e quella dell'abate Gioacchino sono agli antipodi, e l'innesto del razionalismo filosofico col misticismo, del quale facemmo parola, dovea riescire piuttosto ad una meccanica mescolanza che ad un concrescimento organico. Imperocchè tra il monismo neoplatonico e la dottrina di Gioacchino, che rasentava il triteismo, non poteva aver luogo nessuna conciliazione. E se i due novatori si servivano dell'allegoria per accomodare alle loro idee i sacri testi, certo le idee loro erano affatto disformi; perchè nel mentre Amorico metteva la scienza al di sopra della fede, e confidava che la religione in avvenire fosse assorbita nella filosofia, Gioacchino al contrario faceva pochissimo conto della scienza, e credeva che, non solo nel presente, ma più ancora nell'avvenire, la religione avrebbe scacciata dal sacro tempio la filosofia. Pari all'opposizione tra le dottrine è la disformità dell'indirizzo pratico. Perchè la mèta dell'umanità secondo Amorico è vivere la vita della natura, di cui l'uomo non è che una piccola parte; la mèta secondo Gioacchino è tutt'altra, staccarsi più di quel che non si faccia ora, dalla natura e raccogliersi nelle austere solitudini dello spirito. L'ideale di Amorico è la riaffermazione del mondo, l'ideale di Gioacchino invece ne è la piena ed imminente distruzione. Non è la prima volta nè sarà l'ultima che una dottrina filosofica tolga in prestito una forma religiosa, che non le appartiene. Talvolta è codesto l'unico mezzo per assicurare l'avvenire della dottrina.

II

I veri interpetri del pensiero di Gioacchino non furono i fratelli del libero spirito, bensì i frati minori, che nel silenzio delle loro celle ne studiarono e commentarono i libri e formarono una scuola, detta gioachimita o gioachita, e crearono una completa letteratura profetica, e pseudonoma. Sarebbe interessante lo studio di questa letteratura, in parte già pubblicata nel secolo decimosesto, ed in parte sepolta nella polvere delle nostre biblioteche. Ma pel nostro compito la notizia, che ne demmo nel parlare delle opere di Gioacchino è più che bastevole. Ci restringeremo a studiare le idee direttive dei Gioachimiti, ed il modo come germogliarono tra le lotte del sodalizio francescano. Giace tuttora inedito nelle nostre biblioteche un antico racconto dei dissidii francescani, che va sotto il nome di Cronaca delle Tribolazioni.[662] Si conserva una redazione in latino, ed un'altra in italiano, ma entrambe evidentemente sono composte di frammenti di cronache più antiche, legate insieme col manifesto disegno di mostrare non pure la successione cronologica, ma l'intima connessione delle lotte, che ebbe a durare una parte dei francescani.[663] In codesto centone, come nei Fioretti di S. Francesco, composti nello stesso modo e collo stesso intendimento se non col medesimo disegno, gli errori storici e cronologici spesseggiano. Nè certo l'anonima Cronaca delle Tribolazioni può stare a petto di quella fonte preziosa, che è il Salimbene, gioachimita anche lui, ma temperato, e narratore ingenuo dei fatti accaduti sotto i suoi occhi. Ma non ostante questi gravi difetti nè la Cronaca nè i Fioretti perdono la loro importanza, e debbono essere posti da banda, come crede l'Affò.[664] Tutte e due valgono, e la Cronaca a parer mio più dei Fioretti, essendo il primo saggio di una ricostruzione della storia dell'ordine da S. Francesco ad Ubertino da Casale. Certo codesta ricostruzione, fatta con intendimento polemico in servigio d'un partito, non ha nè può avere grande esattezza e schiettezza storica, ma come manifestazione delle idee e dei sentimenti di quel partito, è certo un documento prezioso. E tale la reputava il Wadding, che se ne giovò più di quel che dovesse. Il cronista conta sei tribolazioni, alle quali bisogna aggiungere per settima quella che ei stesso soffre e di cui crede più prudente tacere. Secondo codesta partizione della storia francescana si possono bene agguagliare le tribolazioni francescane alle sette piaghe d'Egitto, alle calamità predette nell'Apocalisse. E da siffatto riscontro il pio cronista può ben trarre la speranza che la settima tribolazione sia l'ultima, nè si faccia aspettare il giorno del trionfo; ma perchè il numero torni deve mettere la prima tribolazione negli ultimi anni di S. Francesco, il che difficilmente si può ammettere da chi studii le più antiche fonti, come ci faremo a dimostrare.

Il Santo d'Assisi nel fondare un nuovo ordine religioso, ebbe in mente idee più larghe e più feconde dell'Abate di Fiore. Ei ben vide che il miglior mezzo a combattere gli eretici era quello d'imitarli nei costumi, e sulle loro orme far getto della propria fortuna, vestire ruvidi panni, e andar raminghi di città in città, predicando dappertutto la buona novella. Anche Francesco al pari di Valdez apparteneva ad un'agiata famiglia, e menava parimenti una vita frivola e spensierata; ma anche lui, tocco dalle parole del Vangelo, si tolse in un punto agli agi ed ai piaceri, e abbandonati amici e parenti, cacciossi animoso nell'ingrata via dell'apostolato.[665] E dappertutto predicava la sola via della salute essere la povertà, perchè chi non sa spogliarsi delle ricchezze, nè vende il suo per distribuirlo ai poveri, non è penetrato da quell'amore del prossimo, che Cristo mette a capo della sua legge.[666] La povertà volontaria era per Francesco come pel Valdez la fonte delle virtù, un ideale di sagrifizio e di generosità, che scaldava il cuore e commovea la fantasia.[667] Nè gli parea di averlo mai conseguito codesto ideale, al quale sempre si volgeva con novello ardore. Nulla hai a possedere, neanco il mantello che porti indosso; una rozza tonaca basta, e se logora, tanto meglio; sarà prova di umiltà rattopparla con tela da sacco, come l'ultimo mendico della via.[668]

L'umiltà è un altro tratto che compie l'ideale della vita mendica. S. Francesco non è nè un cinico, nè uno stoico, odia le ricchezze, ma non disprezza i ricchi, nè li tiene da meno di sè. Abborrisce le mollezze e gli agi, indura il suo corpo alle fatiche, ma non sente l'orgoglio di chi sapendo di bastare a sè medesimo, sfida superbamente i colpi della fortuna. Questa fiera coscienza di sè medesimo e del proprio valore sarebbe troppo ripugnante alle massime cristiane, che rintuzzano l'orgoglio inspirando una salutare diffidenza delle proprie forze. E conforme a questa massima raccomanda ai suoi fratelli l'umiltà, insiste perchè secondo il precetto evangelico cedano alla violenza, nè ammette che l'uno si faccia o si tenga superiore dell'altro. Non ci debbono essere priori nel nuovo sodalizio, ma ministri, servi della comunità, scelti democraticamente col suffragio di tutti, e revocabili.[669] Anche i Valdesi in opposizione al fasto del clero secolare avean levata la bandiera dell'umiltà, nè solo poveri, ma umiliati si solevan chiamare. E in prova d'umiltà curvavan la fronte, e stendeano la mano elemosinando. S. Francesco non esclude il precetto dei benedettini, adottato dai Catari, che debbasi procacciare il vitto col lavoro delle proprie mani;[670] ma ove non basti, anche lui raccomanda ed esalta l'accattare di casa in casa.[671]

Questo spirito di sagrifizio e di umiltà dovea eliminare le lotte tra gli uomini, che non avrebbero potuto avere luogo nè per rivendicare i diritti, nè per respingere le offese. Ed il regno di Dio sarebbe finalmente stabilito, e la legge dell'amore avrebbe avuta la sua piena attuazione. S. Francesco non poteva comprendere la grande efficacia morale della lotta pel diritto, egli avea sortita una natura così larga ed espansiva da comprendere nell'amor suo non pure gli uomini, ma gli esseri tutti, che ei chiama fratelli a cominciare dal sole cui volge un canto,[672] agli agnelli, che riscatta dal macello, ai lupi che ammansisce col fascino della parola. Pochi uomini si conoscono nella storia così riboccanti d'affetto, come il Santo d'Assisi, che a mal grado le sue ripugnanze stende la mano ai lebbrosi, diventa l'amico ed il compagno dei poveri e degli abbietti, e si stima felice se possa col danno suo soccorrere alle altrui miserie.[673] Il sacrificio era per lui più che un obbligo morale, un bisogno del cuore e tale desiderava che diventasse pei suoi fidi, sicchè non si desse contrasto nel loro animo, e il loro dovere si confondesse coll'amor loro, e dell'interna serenità fosse specchio il volto sempre ilare e composto.[674]

Ma se il francescano a differenza del valdese non dovea atteggiare il suo volto a mestizia, non per questo la sua vita era men dura e faticosa. Ei non si dovea chiudere, come l'antico anacoreta nel silenzio del cenobio e assorbirsi nella contemplazione. I tempi non consentivano più questi ozii speculativi, e facea d'uopo operare energicamente, incessantemente per riguadagnare l'affetto dei popoli. E se gli eretici sull'esempio degli apostoli non perdonavano a fatiche e disagi per diffondere la loro fede, certo non si poteva far da meno di loro. Per queste ragioni, benchè l'istituto della predicazione non fosse proprio dei francescani, ma dell'altro sodalizio istituito nello stesso torno da S. Domenico, pure non era estraneo neanche a loro.[675] Chè anzi i francescani si possono ben dire i frati vaganti. La necessità di accattare la vita li facea andare di porta in porta, di borgata in borgata; oltrechè la loro stessa regola non consentiva riposo, chè alla santa milizia facea d'uopo mutar guarnigione soventi, per non poltrire nell'immobilità, come era uso dei cenobiti. A questo fine Francesco raccomanda ai suoi compagni di andare due a due pellegrini pel mondo a piedi nudi.[676] Non si vincono le battaglie senza indurare il soldato alle marce faticose, ed il milite di Cristo, come il legionario di Cesare, non ha da conoscere stanchezza.

Queste erano le ardite innovazioni che Francesco portava alla vita cenobitica, e quanto ei ben s'apponesse lo mostrarono i fatti; chè nessuno istituto religioso si è mai diffuso con tanta rapidità, come il francescano. Parevan tornati i tempi degli antichi apostoli, e come allora si fondava una chiesa dopo l'altra, così ora a convento s'aggiungeva convento, e ben presto il novo sodalizio si sparse per tutto l'orbe. Ma senza dubbio la regola di S. Francesco era tale, che nessun uomo poteva adattarvisi senza restarne schiacciato dal grave peso. Innocenzo III, che pure avea approvato l'istituto di Durando di Osca, non sapeva dare la sua sanzione alla regola di S. Francesco, informata ad un ideale di povertà ed umiltà mal rispondente agli splendori ed alle smodate pretensioni della Corte romana.[677] Certo non potea respingere queste nuove forze, che gli venivano inaspettatamente in ajuto per combattere l'eresia, nè si può dubitare che benedicesse il mendico d'Assisi, senza vietargli di seguitare nell'opera sua; ma non smise mai i suoi dubbî sulla regola, che a lui pareva non facesse il debito conto dei reali bisogni e tendenze della natura umana, nè volle concedere una bolla d'approvazione.[678] Non smise per questo S. Francesco, ma il disegno presentato ad Innocenzo colorì nei suoi particolari, e le sue idee giustificò con ragionamenti e citazioni bibliche. E questa nova regola molti anni dopo presentò al successore d'Innocenzo Onorio III, e ne ottenne finalmente la desiderata sanzione con bolla del 1223.[679] Se non che l'approvazione del papa non rimoveva le difficoltà, e il santo non se le dissimulava. Pare anzi temesse non poco che morto lui sarebbero nate dispute e commenti sulla regola, per trarne un senso ben lontano dai suoi intendimenti. Talchè credette bene restringerla in brevi e succosi capitoli[680] e con solenne testamento raccomandò ai suoi fratelli, che codesta regola dovessero mandare a mente, codesta osservare alla lettera, vietando recisamente qualunque commento, che sotto pretesto d'interpetrarla, l'avrebbe distrutta.[681] Queste inquietezze di S. Francesco, attestate da documenti autentici, rendono molto probabile il sospetto che tra i compagni stessi del Patriarca non mancasse chi la pensava al modo d'Innocenzo, e credendo la regola molto rigida fosse ben disposto a tollerarne qualche attenuazione.

Ma questi discorsi erano forse segno di un'aperta opposizione alle idee del Patriarca? Parrebbe certo se s'avesse a prestar fede alla Cronaca delle Tribolazioni, che ci narra di violente dispute tra S. Francesco e frate Elia, il quale mal tollerando la pubblicazione della regola succinta, alla testa di molti frati si sarebbe presentato a S. Francesco, come un tempo gli Ebrei a Mosè. E d'altro canto il nuovo legislatore, scendendo anche lui dal monte come l'antico, avrebbe rinfacciati i protervi suoi compagni, ben ribadendo che alla regola, datagli direttamente da Dio, tutti fosser tenuti di prestare cieca ed intera obbedienza.[682] E d'accordo con questo racconto la cronaca narra ancora, che S. Francesco, stanco forse di combattere contro l'ostinatezza dei frati, si ritirò sdegnoso dal governo dell'ordine, lasciando pure che fosse assunto dal suo oppositore Elia.[683] Se non che codesta narrazione, ripetuta dal Wadding, è falsa di pianta, come ben dimostra l'Affò.[684] Perchè le fonti più antiche, come la Vita di Tommaso da Celano, non solo non dicono nulla di codesta opposizione tra Francesco ed Elia; ma ci parlano per lo contrario del loro vicendevole affetto, talchè il Patriarca solo per non dispiacere all'amico suo, acconsentì ad aversi riguardi nell'ultima e mortale malattia.[685] E ponendo mente alla grande venerazione in cui i frati tenevano il fondatore del loro ordine, non par verisimile che scegliessero a farne le veci chi sarebbe stato a capo degli oppositori. È molto più probabile invece che Francesco, premuto dai molti mali che avean logorata la sua fibra, nè più gli consentivano le aspre fatiche dell'apostolato, avesse chiesto e forse scelto lui stesso come suo vicario prima fra Pietro, e alla morte di costui Elia, uomini di sua fiducia.[686] Che invece d'Elia avesse indicato a suo successore fra Bernardo raccontano concordemente e la Cronaca delle Tribolazioni e i Fioretti di S. Francesco.[687] Ma codesto racconto, foggiato sul biblico del patriarca Giacobbe, non è più vero dei precedenti, perchè della pietà di Elia, e delle cure che prestò al suo venerato maestro abbiamo un documento autentico, la lettera che egli stesso scrisse ai ministri e frati della provincia annunziando la morte di lui.[688] È certo altresì, che mancato Francesco non Bernardo, ma Elia resse l'ordine francescano seguitando nel suo ufficio di vicario. Possiamo dunque conchiudere che finchè visse S. Francesco, e nei primi anni dopo la morte di lui, non scoppiarono le discordie nel nuovo sodalizio. Gli animi e le menti occupava un sol pensiero, rendere onore alla memoria del fondatore, la cui vita fu un lungo e non interrotto sagrifizio, e la cui parola infocata sonava sempre pace e carità. E forse per attendere indisturbato a codeste onoranze, ed alla costruzione del tempio, che per ordine di Gregorio IX si doveva innalzare al santo mendico, il Vicario di S. Francesco non volle succedergli nel generalato, e in luogo suo venne scelto Giovanni Parenti.[689]