Il torrente delle apologie, fatto oramai fiumana, produsse in Francia una delle più architettate manipolazioni che siano mai sbocciate nel campo della letteratura storica. L'Ollivier, un Domenicano, pubblicò nel 1870 la prima parte di un libro: Le pape Alexandre VI et les Borgia. È l'estremo opposto fantastico del dramma di Vittor Hugo. L'Hugo maltrattò la storia a fin di ottenere un mostruoso morale per l'effetto scenico; non la falsò meno l'Ollivier con l'intenzione contraria affatto. Se non che i tempi, in che i frati Domenicani imponevano al mondo i loro favolosi libri storici, ormai non è più possibile ripristinare. Il ridicolo romanzo dell'Ollivier fu senza tregua confutato sin da' più rigidi rappresentanti della Chiesa: primieramente dal Malagne nella Revue des questions historiques (Parigi, aprile 1871 e gennaio 1872); poi dalla Civiltà Cattolica, giornale della Compagnia di Gesù. Questa pubblicò il 15 marzo 1873 un articolo, nel quale l'autore abbandona la difesa del carattere morale di Alessandro VI, come quello che non è più dato poter salvare in presenza di documenti indubitabili.

L'articolo si fondava sul Saggio di Albero genealogico e di Memorie su la famiglia Borgia, specialmente in relazione a Ferrara, quivi pubblicato nel 1872 da L. N. Cittadella, Bibliotecario della Comunale di quella città. Il Saggio segnò notevole progresso ne' modi di schiarire la storia della famiglia Borgia, abbenchè non potesse essere scevro d'errori.

Sullo scorcio del 1872 mi posi anch'io nella serie degli scrittori enumerati. Dopochè nel 1870 fu apparso il volume della mia Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter, che comprende i tempi di Alessandro VI, volli io pure portare il mio contributo romano alla storia dei Borgia. Nelle ricerche da me fatte negli Archivii d'Italia ero già venuto in possesso di molti documenti relativi ai Borgia. Ma non tutto potei mettere a profitto nella Storia della città di Roma. Epperò mi proposi impiegare il prezioso materiale in una monografia, che poteva avere per soggetto principale Cesare o la sorella.

Mi decisi per Madonna Lucrezia per motivi varii, il primo de' quali estrinseco, e fu questo. Nella primavera del 1872 nell'Archivio de' Notai al Campidoglio mi capitò in mano il Protocollo di Camillo de Beneimbene, per moltissimi anni notaio di fiducia di Alessandro VI. In quel voluminoso manoscritto scoprii un tesoro insperato. Avevo innanzi un'intera e lunga serie di documenti autentici, sino allora sconosciuti. Vi trovai tutte le tavole nuziali di Donna Lucrezia e molti altri pubblici contratti, che si riferiscono alle più intime faccende dei Borgia. Nel novembre 1872 lessi, a proposito di questo Protocollo, una memoria nella Sezione storica della Reale Accademia di scienze di Monaco, che fu pubblicata nel Bollettino delle tornate. Il contenuto de' documenti da quello estratti gettava nuova luce sulla storia della famiglia Borgia, intorno alla quale appunto allora il Cittadella aveva pubblicato la genealogia innanzi citata.

A tali fatti s'aggiunsero anche altre ragioni per determinarmi a scrivere di Donna Lucrezia. La storia politica di Alessandro VI e di Cesare era già stata da me largamente trattata e nuovamente esposta; ma di Lucrezia non m'ero occupato che solo alla lontana. E la figura di costei m'attraeva, come qualcosa di misterioso, che portava nel seno suo una contraddizione non spiegata e che voleva essere sciolta.

Io mi posi all'opera senza intenzione preconcetta. Non intendevo scrivere un'apologia, ma in rapidi tratti una storia di Lucrezia. E a me era per di più concesso fermarmi soprattutto sul periodo della vita di quella in Roma, ch'è pure il periodo veramente importante rispetto all'enimma non ancora risoluto. Volevo vedere quale specie di figura s'andrebbe formando tra le mie mani, ove facessi di Lucrezia Borgia il soggetto di una trattazione storica nel modo più rigoroso e sicuro che mai si potesse, appoggiandomi cioè a' documenti.

Raccolsi gli altri materiali necessarii. Feci ricerche ne' luoghi, ove quella donna aveva vissuto. Andai ripetute volte a Modena e a Mantova. Gli Archivii colà esistenti sono tesori inesausti, massime per la storia della Rinascenza, e anche di lì trassi materiali copiosissimi. Come sempre, vi trovai persone amiche, pronte a prestarsi per me; e così in Mantova il signor Zucchetti, sino a poco tempo fa direttore dell'Archivio dei Gonzaga, e il signor Stefano Davari, cancelliere del medesimo.

Ma la più ricca mèsse cavai dall'Archivio di Stato degli Este in Modena. Il signor Cesare Foucard n'è direttore. L'egregio uomo s'adoperò per l'intento mio con una liberalità veramente degna di un successore del Muratori in quell'ufficio. Egli mi agevolò il lavoro in ogni maniera possibile. Da un giovane impiegato dell'Archivio, il signor Ognibene, egli fece prima ordinare il gran numero di lettere e dispacci che potevano servirmi, e me ne consegnò quindi il catalogo, e mi provvide anche di molte copie. E per questo motivo se lo scritto presente ha qualche merito, una parte non piccola ne va dovuta alla bontà del Foucard.

Anche in altri luoghi, in Nepi, Pesaro e Ferrara, ebbi schiarimenti e trovai le più amichevoli cooperazioni. Devo al signor Cesare Guasti dell'Archivio di Stato di Firenze le lunghe e faticose copie delle importanti lettere di Lorenzo Pucci, da lui fatte fare per me.

Il materiale, del quale disponevo, non poteva, come è naturale, dirsi intero e compiuto; era pur sempre abbondevole e nuovo. Una piccola parte soltanto n'ho aggiunta al libro, come Appendice di documenti. E di questi non pubblico se non quelli che erano sin qui inediti. Per mezzo di essi il lettore ha in mano le prove di ciò che dico. Essi serviranno fors'anco di preservativo contro gli assalti di tali, che, a quanto preveggo, cercheranno anticipatamente in questo scritto una intenzione odiosa. Ad interpetrazioni cosiffatte non risguarderò più che tanto, avvegnachè il libro stesso mostri a sufficienza l'intenzione mia. Questa non fu altra che quella dello storico in generale. Io ho sostituito la storia ad un romanzo.