Uno sguardo ad una iscrizione romana vicino a me bastò a richiamarmi alla realtà ricordandomi l'intenzione che avevo di visitare le antiche mura di Ferentino. Come molte città del Lazio essa era in origine circondata da mura ciclopiche e sul punto più alto della collina sorgeva la rocca ugualmente fortificata. Non fa meraviglia che sussistano ancora notevoli avanzi di quelle opere gigantesche, frutto di una civiltà, della quale non si hanno altri ricordi, ma che dovette essere straordinariamente avanzata; reca piuttosto stupore che costruzioni di tal fatta abbiano potuto essere in parte rovinate. In molti punti quegli enormi massi sono spostati, in altri furono sostituiti con muri romani, ed in altri infine si riconoscono costruzioni del medio evo, nel così detto stile «saracinesco», in modo che con un solo sguardo si vedono riuniti su di un piccolo tratto di muro i caratteri di tre diversi periodi di civiltà, gli uni dagli altri tanto diversi. Meglio che in qualunque altro luogo si può fare questa osservazione presso la porta di Frosinone e presso la meravigliosa porta Sanguinaria, di struttura ciclopica, che fu da prima ridotta ad arco dai Romani, quindi deturpata da misere costruzioni medioevali. Le fondamenta però, sino ad una certa altezza, sono costituite tuttora da massi ciclopici voluminosi, irregolari, meravigliosamente congiunti fra loro.
L'antica rocca di Ferentino merita di essere visitata; essa pure è circondata di mura come la città, e sorge in cima ad una collina rocciosa e in origine era interamente cinta da mura ciclopiche. All'epoca romana vi era una fortezza turrita, le cui fondamenta costruite con grosse pietre quadrate esistono ancora. Questa rocca dovette essere inespugnabile, ed anche oggi si potrebbe con poca fatica render tale questa forte posizione. Durante l'impero romano vi dimorava il prefetto di città e nel medio evo sostenne più assedi. Si scorgono tuttora all'estremità del piano, in cima alla collina, gli avanzi del castello superiore e specialmente due torri mozze, che certo sorgevano ai due fianchi di una fortezza quadrata: esse sono di un effetto straordinariamente pittoresco.
In quasi tutte le città del Lazio si osserva che le cattedrali furono costruite là dove prima sorgevano gli antichi castelli, e non si potè trovare per esse luogo più adatto. I vescovi fabbricarono anche generalmente a fianco delle cattedrali i loro palazzi, trovandosi così situati in modo da dominare la città. Il vescovato di Ferentino è uno fra i più antichi dei dintorni, e quelli che lo fondarono, furono ben consigliati a scegliere la rocca, riducendo così ad uso di abitazione del vescovo l'antico palazzo del prefetto, mentre il duomo venne costruito con i materiali degli antichi monumenti.
Appena entrati in città da porta Romana, lavoro di meravigliosa solidità di costruzione, ci si trova vicinissimi al duomo ed al palazzo vescovile che gli sorge a lato. Siamo in pieno medio evo. La chiesa è piccola, ma ben proporzionata, ricca di iscrizioni e di frammenti di meravigliose sculture, alcune delle quali si fanno risalire al x secolo; queste sculture sono incastrate parte nel muro, parte nel pavimento. Il palazzo vescovile è un miscuglio di vari stili architettonici, e pare un piccolo castello deserto.
A Ferentino vi sono alcuni monumenti medioevali specialmente degni d'attenzione, fra gli altri ricorderò almeno la graziosa chiesa di S. Maria Maggiore. Essa si trova in fondo alla città su di una piccola piazza, ed è una delle opere più perfette nello stile gotico-romano del secolo xiv o xv che esistano nel Lazio. Le chiese di Fossanova e di Casamari, che non ho ancora visitate, devono essere simili a questa nello stile. Sebbene mi occupi particolarmente dei monumenti del medio evo, e la mia attenzione sia specialmente rivolta alle iscrizioni che appartengono a quell'epoca, non trascurai però di farmi condurre a visitare le antichità romane, sparse qua e là per il paese. Però esse non sono molto importanti. Sotto questo riguardo l'orgoglio di Ferentino è il così detto «Testamento», ed io dovetti arrampicarmi faticosamente sulle rupi, tra le siepi spinose di una vigna, per arrivare a questa meraviglia, e vidi finalmente dinanzi a me una grande lapide scolpita nella pietra viva. Una lunga iscrizione in caratteri elegantissimi informa che Aulo Quintilio, quatorviro ed edile, era stato benefattore della sua patria, avendo a questa lasciato per testamento tutto il patrimonio, e che la città riconoscente gli aveva decretata l'erezione di una statua da collocarsi nel foro.
Quando, stanco di questa gita, feci ritorno alla mia locanda, presso la porta di Frosinone trovai una grande confusione. Erano proprio in quel giorno terminati gli esami nel ginnasio e parecchie agiate famiglie delle città dei dintorni erano venute a ritirare i loro figli, per condurli a passare a casa loro le vacanze autunnali. Padri, madri, ragazzi, avevano invasa tutta la locanda, e l'impetuosa gioia dei vecchi e dei giovani era senza limiti: gli uni partivano, gli altri pranzavano, altri ancora si preparavano a passarvi la notte, di modo che con grande fatica riuscii a conservarmi la camera che avevo già fissato. Riposare fu impossibile, perchè tutta la notte le donne, i ragazzi, i servi stettero in continuo movimento. Quando poi nel cuor della notte questo chiasso infernale si fu acquietato, cominciarono nella via canti festosi e straordinariamente sonori.
Erano gruppi di pellegrini che, approfittando del fresco notturno, s'incamminavano verso non so qual santuario. Le loro litanie, echeggiando nella quiete della notte, producevano un'impressione profonda. L'udire quei canti nel silenzio solenne della notte invita a pensare, poichè la fantasia segue i passanti che non vediamo e di cui non sappiamo nemmeno donde vengano e dove siano diretti. Era appena passata una compagnia, che in lontananza si udivano gli Ora pro nobis di un'altra, che passando davanti alla casa si allontanava per esser seguita ancora da un'altra, e così trascorse tutta la notte.
Finalmente fui felice di veder spuntare il giorno, ed il sole era ancora nascosto dietro ai monti che attraversavo a cavallo la città per recarmi ad Alatri. La strada era magnifica: prima passava in mezzo a vigneti, poi si faceva più aspra e selvatica traversando una regione montuosa, ombreggiata da annosi castagni e rallegrata da parecchi ruscelli. Ma avanzando, la strada si faceva più cattiva ed il paesaggio più deserto, finchè arrivai ai piedi di una collina a forma di cono, in cima alla quale in un luogo cupo e malinconico sorgevano alcune torri sgretolate e mura cadenti. La vista inaspettata di questo castello mi sorprese piacevolmente; l'avevo già contemplato con desiderio ad Anagni e non sapevo che andando ad Alatri vi sarei passato così vicino. E' l'antico Fumone, il carcere di Celestino V. Qui egli morì il 19 maggio 1296, dopo una penosa prigionia di dieci mesi, nella tarda età di 81 anno.
Nel contemplare Fumone pensai che non sarebbe stato facile davvero trovare un luogo di esiglio più triste di questo. Non fu certo però la solitudine che maggiormente addolorò quel prigioniero, che aveva passato la sua vita fra le spelonche in luoghi selvaggi.
Dovetti contentarmi di guardare questo castello sospeso sulla mia via, simile ad un nido di briganti. Proseguii la strada ai lati della quale si ergevano due alti monti ed una terza altura chiudeva l'orizzonte. Giunto in cima a questa mi si presentò dinanzi un panorama sublime. Di lassù si scorgeva il più splendido paesaggio degli Appennini; colline e pianure si alternavano e dietro si stendevano catene di alti monti su cui, in lontananza, si scorgevano borghi e città, fra le quali Vico e Guarcino.