Preneste fu signora del Lazio sino al giorno in cui i Romani la sottomisero. Più tardi la si trova spesso menzionata nella storia; Pirro la conquistò e vi si arrestò prima di muovere contro Roma; maggiore importanza ebbe ai tempi di Silla, quando il giovane Mario cercò di sottometterla; e allorchè Silla divenne padrone della città, dopo un lungo e faticoso assedio, vi fece trucidare tutti gli abitanti maschi, li rimpiazzò con i suoi veterani ed ingrandì talmente il tempio della Fortuna, uno dei più famosi santuari del Lazio, da comprendere quasi tutto lo spazio dell'odierna città che venne innalzata sulle fondazioni del tempio di Silla. Augusto portò nuovi coloni a Preneste, e tanto lui quanto Tiberio suo successore si recarono di frequente e volentieri a villeggiare nella villa imperiale che possedevano in quella città, dove trovavano pura e salubre l'aria. La villa Claudia fu anche nei secoli seguenti, durante l'estate, dimora prediletta degli imperatori, e la città si mantenne florida per lungo tempo ancora e non perdette il suo splendore che all'epoca delle invasioni barbariche, in cui prese il nome di Palestrina.

Secondo un atto del 970, che esiste tuttora, papa Giovanni XIII fece donazione del feudo di Palestrina alla senatoressa Stefania. La nipote di questa, Emilia (Imilia nobilissima comitissa), sposò verso il 1050 il padrone di Colonna e, a quanto pare, il loro figlio, Pietro de Colonna, inaugurò la dominazione della sua gente sulla città di Palestrina. Ciò che è incontestato si è che dal xii secolo questa famiglia cominciò a diventare potente in quel territorio e ad estendere a poco a poco il suo dominio dai monti Latini a quelli dei Volsci, degli Equi e degli Ernici. Palestrina fu tolta nel 1298 ai Colonna da Bonifacio VIII, loro acerrimo nemico, o con un assedio, o in seguito ad una capitolazione accettata dai due cardinali della famiglia, Iacopo e Pietro, e dai loro congiunti, che vi si erano rinchiusi; il papa, divenuto padrone della città, furiosamente ne fece abbattere le mura e le case, ad eccezione della cattedrale di S. Agapito, e, dopo aver sparso di sale le rovine, vi fece passare sopra l'aratro. Tuttavia Palestrina risorse, ma per essere distrutta di nuovo, nel 1436, dal patriarca Vitelleschi. Venuto questi in guerra con i Colonna, s'impadronì della sfortunata città e tutta la distrusse, non facendo eccezione neppure per la cattedrale. Due anni appresso anche il castello, che sorgeva in cima al monte, fu atterrato.

Sorvolo su i saccheggi che in seguito rovinarono di nuovo Palestrina. La città, tale e quale è oggi, non rimonta oltre il secolo xv. I Colonna continuarono a considerarla come loro principale residenza, con Paliano, ed ottennero anzi, nel 1571, da Pio V, il titolo di principi di Palestrina, finchè, per i debiti, nel 1630 dovettero vendere la città a Carlo Barberini, fratello di Urbano VIII, per la somma di 775,000 scudi romani. L'ultimo Colonna signore di Palestrina fu Francesco, morto nel 1636.

L'attuale città si stende a forma di terrazze sul pendio del monte, ed è di aspetto cupo, eccezione fatta della lunga via principale, dove sono parecchi palazzi. Nel punto più elevato sorge il palazzo Barberini, magnifica costruzione nello stile del secolo xvii, oggi completamente abbandonata. Per la sua forma semicircolare ricorda la pianta dell'antico tempio della Fortuna di Silla, sulla cui area fu appunto costruito. Questo palazzo baronale che risale al periodo del maggior lusso della vita romana moderna, ha gran numero di sale, di camere, di logge, ma non offre nulla che meriti veramente di esser visto, eccettuato un grande mosaico, paragonabile a quello scoperto a Pompei e conosciuto sotto il nome di battaglia di Alessandro. Rappresenta scene campestri e religiose dell'Egitto, con gruppi di sacerdoti, di sacerdotesse, di sacrificatori, di guerrieri, di pescatori, di pastori e di cacciatori, con templi, case rustiche, animali, il tutto eseguito con somma maestria. Pare che non risalga ai tempi di Silla, come è stato affermato; è senza dubbio di un'epoca posteriore, forse di quella dell'imperatore Adriano. Questo capolavoro artistico fu scoperto nel 1638 fra le rovine del tempio della Fortuna, dove ornava probabilmente una nicchia. La famiglia Barberini lo aveva da prima posto nel suo palazzo a Roma, ma più tardi lo restituì a Palestrina, per aderire alle preghiere degli abitanti, i quali si dolevano che la loro città fosse stata privata della sua più bella rarità.

Ma ciò che è più pregevole nel palazzo di Palestrina, non è la sua antichità, ma la sua posizione, in cima all'altura, dove spira un'aria sempre fresca, pura e balsamica, e dalle cui finestre si gode una vista d'una grandiosità e d'una bellezza veramente uniche. L'occhio di lassù abbraccia la maggior parte del Lazio da un lato e dall'altro una parte dell'antico paese dei Tusci (Etruria), ora patrimonio di S. Pietro; la vasta pianura, di aspetto classico, è limitata dai monti Latini e Volsci, in mezzo ad essa si apre una larga strada in fondo alla quale si scorge luminoso il mare. All'orizzonte si scorgono le linee di Roma, la città eterna, nei vapori turchini, il monte Soratte isolato e solitario, e la catena degli Appennini, e più in là i monti della Sabina, ed a sinistra poi l'ampia e bella valle del Sacco, dominata dalle cime di Montefortino e di Segni; e più lontano le alture della Serra e tutte quelle vette dei monti di Anagni e di Ferentino, che si perdono nell'azzurro vivo del cielo. Se poi ci figuriamo quelle pianure e quelle colline seminate di città, di ville e di villaggi così ricchi di ricordi storici, che richiamano alla memoria i tempi di Roma antica, dell'impero e del medio evo, se si pensa che di lassù si possono contemplare l'Umbria, la Sabina, il Lazio, il paese degli Equi e degli Ernici, l'Etruria, i monti Volsci ed Albani, ed infine il mare, tutto questo riunito in un solo e grandioso panorama, ci si potrà fare allora un'idea della grandiosità ed imponenza dello spettacolo che Palestrina offre. Quando i Colonna, nel medio evo, dalle finestre del loro palazzo o castello miravano i loro possessi, potevano orgogliosamente ben dirsi i più ricchi ed i più potenti signori del Lazio.

Dinanzi a questo quadro meraviglioso, sotto l'azzurro di quel cielo, in quell'aria sì pura, si prova quasi una voluttà nel ricordarsi che Palestrina ha dato i natali ad uno dei geni più grandi della musica sacra, che assunse ed illustrò il nome della sua città natale.

Più ampio orizzonte ancora si scorge, salendo dal palazzo all'antica rocca: questa sorge proprio sulla vetta del monte Preneste; vi si arriva faticosamente in meno di un'ora, per un ripido sentiero scavato nella pietra calcare. Era un dopo mezzogiorno di agosto, quando io mi ci recai, e sebbene il sole fosse ardentissimo, mi sentivo fresco e leggero, poichè l'aria fresca di quell'altura non lascia sentire la fatica. Su questa cima è un piccolo borgo, S. Pietro, che risale a tempi antichissimi, poichè si fa menzione di un convento o monastero in quel punto sin dal secolo vi. Vicino a quello rimangono le belle rovine del castello medioevale, dei muri quasi abbattuti, delle torri cadenti, invase dalla ginestra selvatica e quasi coperte di edera lussureggiante. Qui fu rinchiuso lo sfortunato Corradino, dopo la battaglia di Tagliacozzo, e di qui egli fu condotto al patibolo a Napoli.

Bonifacio VIII fece distruggere questo Castrum Montis Prenestini, antica rocca dei Colonna e centro della loro signoria nella Campagna. Si possono leggere anche oggi le lagnanze dei Colonna al papa, in un documento del 1304, dove è scritto: «Egli ha anche demolito la rocca dell'antico monte Prenestino, Rocca nobilissima, che comprendeva splendidi palazzi e mura antichissime costruite dai Saraceni (Saracenico opere), con grandi macigni, al pari delle mura delle città, ed inoltre l'importantissima chiesa di S. Pietro, edificata sull'area di un monastero. Egli ha atterrato tutto ciò, insieme ad altri palazzi ed alle case, in numero di circa duecento». Il celebre Stefano Colonna però fece ricostruire la città e la rocca, ed oggi ancora si può leggere sopra la porta della rocca rovinata e sotto lo stemma dei Colonna, la seguente iscrizione:

MAGNIFICVS DNS STEFAN DE COLVMNA REDIFICAVIT
CIVITATEM PENESTRE CV MONTE ET ARCE
ANNO 1332

Preneste fu del resto uno dei paesi storici più antichi del Lazio, e pare sia stato dimora attribuita al favoloso re Cecolo, nome che sembra una trasformazione dell'antico re Cocalo di Agrigento, famoso per il mito di Dedalo. La veduta da questo punto dei monti Sabini, che si levano severi e maestosi, è grandiosa ed imponente.