Il luogo dove gli ebrei si presentavano al papa non fu sempre lo stesso. Ai primi del medio evo era nel rione detto «Parione» che gli ebrei attendevano il pontefice che si recava al Laterano. Il vecchio poema latino del cardinale Giacomo Stefaneschi, ci descrive l'omaggio degli israeliti reso a Bonifacio VIII nel 1295:
«Ecce, super Tiberim positum de marmore pontem
Transierat, provectus equo, turrique relicta
De campo Iudaea canens, quae caecula corde est,
Occurrit vesana duci Parione sub ipso,
Quae Christo gravidam legem plenamque sub umbra
Exhibuit Moysi, Veneratus et ille figuram.
Hanc post terga dedit, cauto sermone locutus.
Ignotus Iudaea deus, sibi cognitus olim.
Qui quondam populus, nunc hostis; qui deus et rex
Obnubi patitur, praesentem temnere mavis,
Quem fragilem reputas hominem, sperasque futurum,
Et latet ipse deus».
Di qui si scorge che fino da allora la cerimonia dell'omaggio aveva luogo con quelle forme che furon conservate anche in seguito; gli ebrei attendevano al suo ritorno il nuovo papa, cantandone le lodi; presentavano al pontefice il libro della Legge; questi lo prendeva, faceva le viste di leggerne qualche parola, poi lo restituiva agli ebrei dicendo: «Confermiamo la Legge, ma condanniamo il popolo ebreo e la sua interpretazione». Quindi procedeva oltre e gli ebrei facevano ritorno alle loro dimore, amareggiati dal dolore o confortati dalla speranza, secondo quello che avevano creduto leggere negli occhi del nuovo papa.
Spesso si collocavano anche al di là del Ponte di Adriano e talvolta a Monte Giordano. Sebbene questa collinetta formata di rovine e di rottami, dovesse il suo nome a Giordano Orsini, membro dell'antica famiglia patrizia che vi aveva costruito il suo palazzo, forse fu scelta dagli ebrei per la fortuita coincidenza del nome con quello del biblico fiume della Giudea. Ivi stavano i discendenti d'Israele, portando un Pentateuco riccamente legato in oro e ricoperto di un velo, circondati dal popolo che li insultava e li derideva, finchè non appariva il papa; allora s'inginocchiavano e gli presentavano il volume della Legge.
Le ingiurie e i cattivi trattamenti, a cui in queste circostanze gli ebrei venivano sottoposti crebbero tanto col tempo, che Innocenzo VIII, nel 1484, cedendo alle loro vive preghiere, consentì che si presentassero a lui nel cortile di Castel Sant'Angelo. Il maestro delle cerimonie, Burcardo, così descrive la cerimonia: «Allorchè il papa fu giunto, dinanzi a Castel Sant'Angiolo si arrestò, e gli ebrei che si erano fermati presso le fortificazioni inferiori, comparvero col libro della Legge, che porsero al Santo Padre, rivolgendogli delle frasi in ebraico che ad un dipresso significavano questo:—Noi, uomini ebrei, in nome della nostra Sinagoga, preghiamo Vostra Santità di volervi degnare di accogliere e sanzionare la legge mosaica, che l'onnipotente Dio diede a Mosè, nostro sacerdote, sul monte Sinai, nella stessa guisa che si degnarono accettarla e confermarla i venerati pontefici predecessori di Vostra Santità.—Il papa rispose:—Noi confermiamo la Legge, ma condanniamo la vostra credenza e la vostra dottrina, imperocchè colui che voi dite dover venire in terra, già venne e fu nostro Signore Gesù Cristo, come la Chiesa insegna.—Terminata la cerimonia, gli ebrei si ritirarono».
E quando si pensi che questo Castel S. Angelo non era altro che il mausoleo di Adriano, il quale aveva distrutta da cima a fondo Gerusalemme per ben due volte, e condotti gli ebrei in schiavitù, sarà facile comprendere come anche questa stessa località dovesse riuscire invisa agli ebrei, che non odiavano meno la memoria di Adriano di quella di Tito.
Per una eccezione Pio III, nel 1503, trovandosi infermo, ricevette gli ebrei in una delle sale del Vaticano stesso. Giulio II li ricevette di bel nuovo alla Mole Adriana, dove gli diressero un lungo sermone, e dove specialmente parlò con singolare eloquenza il rabbino spagnolo Samuele, medico del papa. Questi rispose prout in libello, vale a dire secondo la forma stabilita dal libro dei cerimoniali.
Anche Leone X, Medici, in occasione della elezione del quale, nel 1513, si fecero le feste più splendide che abbiano mai avuto luogo per un papa, ricevette gli ebrei in Castel S. Angelo. La scena è stata descritta dal maestro di cerimonie Paride de' Grassi. Gli ebrei stavano alla porta del Castello, sopra un palco di legno ricoperto di ricchi tappeti e di broccati lavorati in oro, e dove ardevano otto grandi torcie in cera, ed ivi tenevano le tavole della Legge. Allorquando fu giunto il papa che cavalcava una chinea bianca, gli ebrei lo pregarono, secondo il solito, di confermare la legge. Il papa prese il libro aperto dalle loro mani, lesse alcune parole e disse:
«Noi confermiamo ma non approviamo» dopo di che lasciò cadere a terra il libro, e proseguì la sua strada.