Strettamente connesso a questo lavoro sta l'opera più pregevole d'incisione in rame di Firenze, che fu cominciata sotto la direzione del Perfetti: «S. Marco, il convento dell'ordine dei predicatori di Firenze, illustrato ed inciso principalmente secondo le pitture del beato Giovanni Angelico, colla vita dello stesso maestro ed un compendio storico di detto convento», opera del padre Vincenzo Marchese (Firenze, edito a spese dell'Associazione Artistica, 1850).

In questo studio il Marchese magnifica Fra' Angelico con troppa esagerazione, paragonandolo ad un profeta, a cui fosse stata affidata la missione di rinnovare la morente pittura religiosa. Colle sue pitture egli doveva conseguire la stessa riforma morale del genere umano che avevano raggiunta Antonino e Savonarola per mezzo dei loro scritti e delle loro pubbliche azioni.

Non si sa esattamente dove Fra' Angelico nacque. Il Marchese ritiene che egli provenga da Castel di Vicchio nel Mugello, distante alcune miglia da Colle di Vespignano, la patria di Giotto. L'anno di nascita sarebbe il 1387; il suo nome era Guido. Dapprima imparò a Firenze a dipingere in miniatura, come suo fratello Benedetto che era abilissimo in quest'arte. Presto si sviluppò in lui una schietta inclinazione in senso religioso, che si delineò sempre più, in contrasto colle tendenze decisamente realistiche dell'arte fiorentina. Il Marchese paragona arditamente quest'artista geniale con Talete che coll'ispirazione dei suoi versi e dei suoi ritmi spianò a Licurgo la via per la sua legislazione, poichè nello stesso modo Fiesole ha appianato al suo amico Antonino, co' suoi quadri, la strada per la riforma.

Nell'anno 1407 i due fratelli entrarono nell'ordine dei domenicani di Fiesole ed ivi vissero qualche tempo, sino a che la discordia papale non raggiunse anche questo. Guido, ossia Fra' Giovanni, come ormai era chiamato, peregrinò allora da Foligno a Cortona, ove dipinse molto secondo la maniera di Giotto, Spinello e Simone da Siena; e, dopo un'assenza di circa 4 anni, tornò a Fiesole. In seguito fu chiamato, nel 1436, al convento di San Marco, fondato da poco, per ornarlo di pitture. Ciò avveniva nello stesso tempo che Masaccio dipingeva le cappelle della chiesa del Carmine, Brunelleschi edificava la cupola del Duomo, Ghiberti approntava le porte del Battistero e Donatello e Luca della Robbia gareggiavano nella scultura.

Poichè a Fra' Giovanni, benchè avesse gran finezza nel dipingere, mancava ancora il disegno, la prospettiva ed il perfezionamento nei chiaroscuri, egli pure studiò dapprima le pitture del Masaccio e molto imparò da questo artista geniale, che di lui era assai più giovane.

A quest'epoca appartiene la grande pittura della sala del capitolo, che egli compì in S. Marco e che è una delle più belle che siano state fatte nel secolo XV, il suo capolavoro, l'ultimo fiore della scuola di Giotto; il soggetto ne è la passione, con santi in adorazione da ambo i lati. Il carattere dei due ladroni vi è riprodotto con molta perfezione. La testa del Cristo ha sofferto; i suoi tratti non son più precisamente riconoscibili. Ai piedi della croce sta, a sinistra, un gruppo di sorprendente eloquenza: la madre che sta per cadere in deliquio, abbandonando la testa e le braccia; la Maddalena, in ginocchio a lei dinanzi, la stringe al petto con ambe le braccia, i biondi capelli sciolti le cadono sulle spalle. Giovanni ed una delle donne sostengono Maria. Difficile sarebbe raffigurare più semplicemente l'altissimo effetto tragico; la sublimità agisce qui direttamente per la grandezza della natura interna. Non si trova nè nel Perugino, nè nel Francia, che pur furon maestri nell'arte di commuovere, una tale elevatezza.

Gli antichi non sono in genere più perfetti in questo senso. La loro grande e sicura concezione della vita spirituale è la loro gloria indistruttibile; essi sono epici e popolari, quelli di poi musicali e drammatici. L'immagine del dolore diviene più tardi sempre più ricca, ma anche più violenta ed unilaterale. Anche le altre figure sono importanti; messe del tutto naturalmente e senza legami da ambo i lati, agiscono solamente per la loro singola espressione. Esse rappresentano santi, ecclesiastici, vescovi o fondatori d'ordini, come Domenico, Bernardo, Francesco, Ambrogio, Tommaso d'Aquino, Agostino. Il colorito è molto spirituale, secondo la maniera di Fra' Angelico.

Quantunque egli abbia dipinto ancora molti altri quadri eccellenti, in nessuno ha tuttavia raggiunto una tale grandezza ed una tale forza, poichè questa manca talvolta nelle sue impressioni che divengono deboli causa appunto la loro soverchia delicatezza. Nell'Accademia delle Belle Arti, che possiede un gran numero di quadri del Fiesole, due vengono considerati quali i più eccellenti: la Deposizione dalla Croce e l'Estremo Giudizio. Quella è squisita per la profondità dei sentimenti e la soavità dei colori, questo non è invece una composizione di grande rilievo.

Fra' Angelico è più debole di tutto nella raffigurazione dell'inferno; la sua natura è troppo fanciullesca, per aver potuto creare delle figure diaboliche. I suoi diavoli eccitano solo il riso, non incutono spavento, egli rappresentò l'inferno in sette compartimenti, secondo Dante, ed in fondo vi dipinse pure Lucifero, che dilania con le sue tre fauci Giuda, Bruto e Cassio. Anche Angelico dipinse sotto l'influsso di Dante che era il compagno di Giotto, ed il Giotto della poesia.

La «Divina Commedia» ha d'altronde ispirato tutti i pittori, a cominciare da Giotto. Essa infiammò la fantasia degli artisti e la riempì di visioni sublimi e di idee poetiche; i loro quadri erano già stati abbozzati nelle composizioni dei versi di Dante; e molte scene dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso attendevano solo di essere tradotte in colori, per divenire quadri viventi. Io credo, in generale, che, senza Dante, la pittura religiosa d'Italia non avrebbe potuto svilupparsi così presto e raggiungere tale altezza.