I Romani mandarono un'ambasceria a Clemente VI per sollecitarlo a voler far ritorno a Roma; trovavasi fra i legati Cola. Fu appunto in Avignone che Petrarca lo conobbe. Fra gli ambasciatori c'era pure Stefano Colonna, capo della prima famiglia di Roma, amico del Petrarca, il quale per certo non nudriva allora il sospetto che fra pochi anni il giovine notaio avrebbe fatto uccidere i suoi figliuoli ed i suoi nipoti.

Nell'aggirarsi oggidì entro le squallide stanze del castello di Avignone, sorgono davanti agli occhi Petrarca, madonna Laura, non che la figura romantica dell'ultimo tribuno dei Romani, e rallegrano così la tristezza che regna entro a quelle mura. Se non che i soldati dai calzoni rossi di Napoleone, i quali, tornati appena dai campi di battaglia sanguinosi di Magenta e di Solferino, si andavano preparando in questo palazzo dei Papi a partire in guarnigione in quella stessa Roma papale, la quale trovasi ora in condizioni ben più critiche di quanto fosse ai tempi di Cola di Rienzo; quei soldati si frapponevano di continuo fra me e le immagini del passato. Essi non avevano idea veruna nè di Petrarca, nè di madonna Laura, nè di Cola di Rienzo, nè di Giovanna di Napoli; sapevano però che quelle mura avevano albergato Papi e potevano credere che anche attualmente un Papa era in certo modo prigioniero della Francia, e che si andava dicendo potesse venire condotto in Avignone. Sì, molte considerazioni mi facevano ricollegare, in quel castello dei Papi, il tempo dell'esilio avignonese col tempo presente.

Fu, pertanto, fra queste mura, ed in principio del 1344, che Cola di Rienzo tenne discorso a Clemente VI. Il momento era splendido, adatto ad un Demostene, o ad un Cicerone; il giovane oratore aveva posto tutto il suo impegno per arrivare a commuovere il Papa e quella nobile assemblea, acquistando contemporaneamente a sè fama non peritura. Fece una pittura vivace della miseria in cui era caduta Roma, e descrisse in particolar modo i soprusi, e la prepotenza dei baroni. Questa fu la causa della sua rovina. I Colonna, fra i quali il cardinale Giovanni ch'era presente, posero il Papa in guardia contro l'ardito demagogo, e Cola rimase un certo tempo in Avignone in povero stato, oggetto di scherno da parte dei cardinali e dei grandi. Allora Clemente VI si trovò costretto a rimandarlo a Roma, nella qualità di notaro della Camera municipale. Da quel momento ebbe principio la sua carriera fantastica in Roma, nella quale si propose non solo di richiamare la città all'antica grandezza, ma ancora di fondare l'unità d'Italia.

Il grande tribuno ricomparve ancora una volta nello stesso palazzo di Avignone. Il primo atto del meraviglioso suo dramma aveva avuto luogo in Roma. Venne nel 1351 quale prigioniero da Praga, consegnato dall'imperatore Carlo VI. Allorquando giunse in città, scortato da uomini armati, tutto il popolo si mosse per vedere l'uomo singolare, che avea operato cose cotanto straordinarie in Roma. Cola fu condotto nel palazzo, trattenuto ivi in carcere, dove gli si somministrava vitto scarso; gli venne fatto processo, al quale prese viva parte non solo Avignone, ma tutto il mondo. Era grande il prestigio del suo nome, de' suoi atti; la gloria classica di Roma circondava il singolare nipote che aveva osato vestire la toga e presentarsi qual tribuno del popolo che egli aveva incantato con uno spettacolo romano. Petrarca scrisse epistole ai Romani, richiedendoli di tentare, per mezzo di un'ambasciata, la salvezza del suo infelice amico. Intanto Cola se ne stava rinchiuso, fantasticando, in una torre del castello, forse in quella terribile Trouillas che esiste ancora. Veramente non si sa con precisione il luogo dove venisse rinchiuso, ma la tradizione accenna quella torre quale sua prigione. La sua prigionìa però si andò facendo meno severa; gli si mandavano cibi dalla tavola del Papa, gli si permise di avere dei libri, ed egli si immerse nella lettura assidua di Tito Livio, nel quale trovava descritta la grandezza antica dei Romani, ed in cui poteva ravvisare l'imagine tanto delle sue geste, quanto della sorte che lo attendeva. Visse colà fino all'agosto del 1353, nel quale anno il successore di Clemente VI non solo gli permise di ritornare a Roma, ma colà lo spedì in qualità di suo vicario. Lo strano capriccio della sorte permise al già caduto tribuno d'innalzarsi ancora una volta con splendore; furono quelli i suoi cento giorni di Roma; poi cadde trafitto da una spada, ai piedi del Campidoglio.

Domandai se per avventura esisteva nel palazzo qualche ricordo della presenza di quest'uomo singolare, ed il custode mi fece vedere un ritratto di Cola, che teneva nella sua stanza. Questo ritratto, dipinto ad olio, lo rappresentava in abito di senatore, con la testa dai riccioli neri, coperta da un berretto rosso. La sua testa grande e molto espressiva, il viso nobile, senza barba, presentava la fisonomia larga e grassa che si dice che Cola avesse avuto nell'ultimo periodo di sua vita. Il naso aquilino, di profilo prettamente romano, rivelava energia; lo sguardo era tranquillo e imperioso. Sotto il ritratto lessi queste parole: Nicolas Calabrini dit De Rienzi, tyran de Rome en 1347. Questo ritratto non aveva, a dire il vero, verun carattere di autenticità, ed apparteneva fuor di dubbio al tempo in cui il gesuita Cerceau pubblicò l'opera, senza valore: Conjuration de Nicolas Gabrini dit De Rienzi, tyran de Rome, venuta alla luce in Amsterdam nel 1734.

Un'altra figura storica del tempo di Rienzi e Petrarca aleggia nel palazzo di Avignone, quella di una bella e giovine principessa, accusata dell'uccisione del marito ed assolta dal Pontefice; Giovanna I regina di Napoli e signora di Avignone e della Provenza. Quale erede del regno, era stata fin dalla fanciullezza fidanzata dal suo avo Roberto I al giovane principe Andrea d'Ungheria. Questo re morì il 19 gennaio 1343, dopo aver stabilito un consiglio di reggenza per la durata della minorità di Giovanna. La principessa, giovane di sedici anni, punto non amava il suo consorte, di cui probabilmente non hanno gli storici napoletani esagerati i modi rozzi e la inettitudine. I baroni napoletani mormoravano contro la tracotanza degli Ungheresi che circondavano la giovane corte; decisero di sbarazzarsi di Andrea, tanto più che Clemente VI aveva di già pubblicata la bolla che prescriveva l'incoronazione anticipata del minorenne Andrea.

Giovanna trovavasi, il 18 settembre 1345, in Aversa col re suo consorte; nella notte Andrea venne chiamato fuori dei suoi appartamenti col pretesto di ricevere dispacci importanti, e, non appena l'infelice giovane apparve al balcone, fu afferrato da persone mascherate, le quali gli gettarono un laccio al collo e lo precipitarono, senza far rumore, nel giardino, dove si trovò al mattino il suo cadavere appeso ad una fune. Il popolo si commosse; la regina fuggì in tutta fretta a Napoli, dove si rinchiuse nel suo palazzo; la voce pubblica l'accusò di aver ucciso il marito, o, per lo meno, di essere complice dell'assassinio di questo. Ebbero luogo processi ed esecuzioni per ordine tanto di Giovanna, quanto del legato pontificio, che non si tardò a spedire da Avignone.

Intanto Ludovico di Ungheria, fratello dell'ucciso, preparava un esercito per muovere contro Napoli e vendicare la morte di Andrea; nel che riuscì completamente. Giovanna, giovane, bella, voluttuosa, come in tempi posteriori Maria Stuarda, e intelligente al punto che si diceva aver ereditate le splendide doti d'ingegno del suo grande avo, non sapeva in qual modo sottrarsi al pericolo imminente che la minacciava. Tolse a marito Ludovico di Taranto, suo cugino, per il quale nudriva una tenera passione già prima della morte del marito. Intanto il mondo risuonava delle accuse del re di Ungheria e delle proteste d'innocenza di Giovanna; le opinioni erano divise.

Comparvero gl'inviati di Ludovico e di Giovanna a Roma, davanti a Cola di Rienzo, e la regina si abbassò innanzi al tribuno del popolo, allora padrone di Roma e nello splendore della sua possanza, protestando la sua innocenza, con umili e lusinghiere epistole, accompagnate da ricchi doni. Sottraendosi però alla collera dell'ungherese il quale si avvicinava, si avviò, nel gennaio del 1348, in Provenza, sua proprietà, in compagnia del novello marito, e si presentò in Avignone a Clemente VI, il quale, feudatario di Napoli ed iniziatore del processo aperto contro di lei, era ad un tempo suo giudice e suo signore.

Il Papa le assegnò a stanza Villeneuve, sopra la sponda opposta del Rodano; convalidò il secondo matrimonio di lei, che non era conforme alle leggi canoniche, e fece istruire il processo, invitandola poi a comparire nel proprio palazzo, davanti ai cardinali ed ai baroni di Provenza. Giovanna pronunciò davanti all'assemblea una orazione latina a sua difesa, con tanto spirito, con tanta tranquillità, con tanta sicurezza, che tutti rimasero compresi di stupore. Il suo comparire in attitudine di accusata, di esule, la memoria del suo grande avo Roberto, protettore illustre della Chiesa e, più di tutto, la sua gioventù, la sua bellezza, la sua grazia, commossero tutti gli animi, e la giovane regina fu assolta dall'accusa di uxoricidio.