Eravamo appena entrati nella nostra camera, che un canto, giù nella strada, ci chiamò alla finestra. Era di domenica: una processione strana, caratteristica attraversava il paese. Seguivano la croce uomini e donne, quelli con cappucci bianchi, queste con bianchi veli. I cappucci erano circondati di una corona formata di foglie di roveto spinoso. Gli uomini ai fianchi portavano una fune, certo in segno di penitenza. La processione era dedicata alla crittogama. Tutte quelle teste coronate di frondi offrivano un quadro pagano: si sarebbe detta una processione di sacerdoti di Bacco coronati di pampini e diretti ad un tempio di Dionisio. Quasi tutti gli uomini portavano la corona di spine, compresi quelli che non rivestivano l'abito della confraternita. Mi colpì in modo particolare la figura di un vecchio invalido, canuto di capelli e di barba, il quale, con quella corona, aveva davvero l'aspetto di un satiro. Dopo gli uomini venivano le donne e le fanciulle con bianchi veli. Le strade essendo tanto strette da dare il passaggio a stento a due persone per volta, erano stipate da un muro all'altro.

Questa processione fu la prima cosa che vidi a Capri. Siccome poi vissi colà felicissimi giorni e nessuna località al mondo così completamente visitai, perlustrando ogni suo angolo più remoto, ogni sua grotta accessibile, e posi affetto a Capri e ai suoi abitanti, voglio usare a quest'isoletta il trattamento di quei navigatori riconoscenti, che appendevano una tabella votiva e sotto vi scrivevano: Votum fecit; gratiam recepit.

Il nome dell'isola, presso i Greci ed i Romani, era Caprea. Spiegando la parola latinamente, significherebbe isola delle capre; ma altri la derivarono dalla lingua fenicia, nella quale Caprain significa due città. I Greci la considerarono quale isola delle sirene, e tuttora un punto della spiaggia si chiama la Sirena. Se non che, le isole delle Sirene di Omero giacevano di fronte a Capri, verso Amalfi ed il Capo Minerva; e quella denominata oggi Capo di Campanella, è ritenuta per l'isola di Circe. Tuttavia, tutto il tratto di mare all'intorno è mitologico e ricorda l'Odissea ed il canto delle sirene, le quali traevano alla rovina i naviganti, allorquando dal golfo di Posidonia si accostavano a questi ripidi scogli, sorgenti appena sulle onde. S'ignora di dove vennero i primi abitatori dell'isola, ma molto probabilmente dalla terra ferma e furono i vicini Osci. Si ritiene pure che vi approdassero i Fenici, e ad essi si è attribuita la fondazione delle due città, imperocchè l'isola, parte piana e parte montuosa, dovette di necessità avere due centri di popolazione. Strabone ha difatti lasciato scritto: «Capri ebbe anticamente due città, ma ora non ne possiede che una». Più tardi vennero i Greci nel bel golfo di Napoli, nel cratere, come lo chiamano gli antichi geografi, e presero stanza lungo le coste e nelle isole. Secondo quanto asseriscono poi Tacito e Virgilio, si stabilirono in seguito a Capri i Telebori, gente di stirpe arcanica. Il primo Greco signore dell'isola si chiamava Telone.

In quel periodo, circa otto secoli prima della nascita di Cristo, i Greci si stabilirono nei due golfi di Posidonia e di Napoli, edificarono Cuma e Napoli, s'impossessarono delle isole di questo stupendo mare, e imposero all'alto abitato di Capri il nome che ancor oggi conserva di Anacapri, che è quanto dire Capri superiore. Prestando attenzione al linguaggio che oggi parlano quei di Capri, si ritrovano parole di origine greca, e di tipo greco sono le fisonomie distinte e nobili delle donne, di foggia greca i paramenti, l'acconciatura dei loro capelli, ed il modo con cui dispongono il mucadore, sorta di velo col quale sogliono ricoprirsi il capo. Sebbene più tardi i Romani abbiano essi pure posseduta l'isola, tuttora, come a Napoli, in gran parte è sangue greco quello che scorre nelle vene de' suoi abitatori e dei Greci; essi hanno la grazia e la dolcezza che li rendono accetti allo straniero e che rendono idilliache persino le loro nude rocce e fanno dimenticare anche quel demone che fu Tiberio. In quell'epoca i Greci costrussero nell'isola dei templi, dei quali rimangono parecchie vestigia. Si e detto pure che la gioventù di Capri fosse valentissima nei ludi ginnastici che allora si praticavano nella palestra greca.

Augusto s'innamorò di Capri, diede ai Napoletani l'isola fiorita d'Ischia e prese possesso del classico scoglio. Narrasi che sbarcando la prima volta su questa spiaggia, gli si annunciasse, quale felice presagio, che un vecchio elce disseccato avesse preso tutto ad un tratto a rinverdire, e che l'imperatore ne avesse provato cotanto piacere da decidersi al cambio dell'isola.

Augusto, quando per gli anni gli venne meno la salute, si recava a respirare l'aria pura della Campania. Il clima balsamico della fresca isola, la rara bellezza naturale delle sue rupi, il carattere tutto greco degli abitanti, gli andarono a genio ed egli si fece costruire a Capri una villa con magnifici giardini. Sorgeva questa, secondo le ricerche degli archeologi, in quel punto dove si trovano attualmente i ruderi grandiosi della villa di Giove, ai quali il popolo dà di preferenza il nome di «villa di Tiberio». La località è stupenda. Situata nel punto più elevato della spiaggia orientale, vi si gode la vista dei due golfi e dell'ampio mare di Sicilia. I ricordi spaventosi di Tiberio hanno però spento nell'isola la memoria di Augusto, e non si sa più nè dove abbia questi abitato, nè dove sia stato, nè che cosa vi abbia fatto. Fu senza dubbio negli ultimi anni che soleva venire a Capri. Poco tempo prima di morire, vi trascorse quattro giorni in compagnia di Tiberio e dell'astronomo Trasillo, abbandonandosi interamente al riposo e acquistandovi un ottimo umore, secondo quanto narra Svetonio: «Allorquando approdò nel golfo di Pozzuoli, era giunto pure colà un legno di Alessandria d'Egitto. I passeggeri e la ciurma indossarono abiti candidi, offrirono sacrifici, cantarono le lodi dell'imperatore, augurandogli lunga vita, commercio, libertà e benessere. Questa cosa gli procurò tanta soddisfazione da fargli distribuire alle persone del suo seguito quattrocento monete d'oro, dopo essersi fatto promettere d'impiegarle unicamente nel fare acquisto di merci provenienti da Alessandria. Anche nei giorni seguenti continuò a far loro doni, particolarmente di toghe e di palli, e ordinò che i Romani parlassero greco e vestissero alla foggia greca ed i Greci alla romana e parlassero latino. Volle assistere pure ai riti degli Efebi e diede loro un banchetto, cui assistè. Accordò loro facoltà infine di portar via pomi, altre frutta ed ogni specie di doni. Si prese in una parola ogni ameno sollazzo. Diede ad un isola vicina a Capri il nome di Agrapopoli, a motivo dell'ozio in cui vivevano le persone del suo seguito che colà si recavano e si compiacque di dare ad un suo favorito, Masgaba, il nome di Ktiste, quasi lo ritenesse il fondatore dell'isola, e nel vedere, al sorgere delle mense, circondata da una folla di lumi la tomba di quel Masgaba, il quale era morto un anno prima, improvvisò ad alta voce un verso greco che diceva:

Veggo in fiamme la tomba del fondatore.

Domandò di poi a Trasillo, compagno di Tiberio, che gli stava di fronte, se sapesse di qual poeta fosse il verso; e non avendo questi saputo dirlo, improvvisò un secondo verso dicendo:

Non vedi Masgaba onorato di fiaccole?

e domandò del pari di chi fosse. Ed avendo Trasillo risposto che di chiunque fossero, i due versi erano eccellenti, l'imperatore proruppe in uno scoppio di risa, e non cessò dallo scherzare. Poco dopo si portò a Napoli, quindi a Nola, dove morì».