V.

Una sera, mentre stavo seduto sulle rovine della villa e contemplavo il magico panorama, il mio sguardo cadde sulla testa argentea di una serpe, che doveva avere mutata di recente la pelle e che stava ai miei piedi. La considerai quale un felice presagio, riferendosi a qualche mia memoria dei giorni trascorsi, e ricordai che Tiberio pure possedeva una serpe favorita, a cui porgeva il cibo di sua mano e con la quale soleva scherzare. Scesi dal monte con la lucente bestia e per istrada incontrai il mio Mefistofele che saliva a cavalcioni di un asinello. Gli feci vedere la mia piccola serpe, ed allora egli mi disse di essere un grande incantatore di serpenti. Mi narrò anzi che prendeva e maneggiava a sua volontà qualsiasi specie di rettile, ed avendogli domandato in qual modo facesse ciò, mi rispose: «Li prendo dopo aver loro comandato di stare tranquilli, li attorciglio intorno al mio braccio, e poi li chiudo in un vaso e li mando a Napoli a dei farmacisti».—«Ma come mai voi potete comandar loro di rimanere tranquilli?» Mi rispose subito con un sorriso diabolico: «Dico loro una parola, ed il nome di S. Paolo, ed allora non si muovono più!»—«Non potreste insegnarmi quella parola?» gli chiesi.—«Impossibile—mi rispose-; io l'ho appresa da un altro eremita, ed ho giurato solennemente di non rivelarla a nessuno». Quando gli domandai perchè aggiungesse alla parola il nome di S. Paolo, mi rispose che S. Paolo era il patrono dei serpenti, e che tutti gli animali avevano il loro protettore. Gli domandai ancora quali fossero i patroni di alcuni altri animali, ed appresi che S. Geltrude è la protettrice delle lucertole, e S. Antonio è patrono dei pesci, S. Agata dei leoni e S. Agnese degli agnelli. Non mi era affatto ingannato nel ritenere a prima vista quel frate per una specie di negromante, e chi sa che non praticasse ancora altre arti occulte, di notte, al lume di luna in mezzo alle rovine, con erbe, radici e animali velenosi.

Ho dimenticato fino ad ora di accennare che nell'isola vi è un'altra piccola città, Anacapri, e la cosa non è strana, perchè vivendo in Capri inferiore non si vede e non se ne sente neanche parlare a cagione della sua posizione solitaria e appartata. Si scorgono, è vero, i molti gradini tagliati nella roccia che bisogna salire per giungervi, ma la loro ripidezza non invita davvero il visitatore a salire.

È singolarissimo trovare in una stessa piccola isola, alla distanza di poco più di un quarto d'ora, due paesi tanto estranei l'uno dall'altro, e i cui abitanti abbiano così scarsi rapporti e non prendano parte gli uni alle feste degli altri, e parlino perfino un dialetto diverso.

Secondo la tradizione, Anacapri deve la sua origine all'amore. Nei tempi antichi un'amorosa coppia fuggì dalla città inferiore, si arrampicò su per gli scogli e si costruì una capanna in mezzo ai cespugli, alla base del monte Solaro. Altri innamorati, col tempo, li seguirono e ne nacque quella colonia di amanti, che oggi porta il nome di Anacapri. Ancor oggi, Amore alato vola come un falco di montagna su e giù da Capri ad Anacapri, e dà le sue ali in prestito al giovanetto della città inferiore, il quale ama una di quelle belle e ritrose ragazze che lassù, nella loro casetta circondata da tralci di viti, siedono al telaio e tesseno nastri, cantando canzoni d'amore, come Circe nell'Odissea. Anacapri si trova talmente lontana da tutto il rimanente dell'isola, che non v'è altra strada per giungervi all'infuori dei cinquecento sessanta gradini di quell'eterna scala di Giacobbe. Gli scogli scendono a picco, verticali, quasi un muro di cinta sulla città inferiore, avendo alla loro sommità, simile al tetto di una basilica, il monte Solaro. La scala, scavata nel vivo della roccia, sale in ripidissimo zig-zag.

Si attribuisce quest'opera singolare ai tempi remoti, allorquando i Fenici ed i Greci costrussero la città superiore, allora in comunicazione con l'inferiore solamente per questa via. Si vedono ancora tracce di più antica salita: a metà della strada s'incontra una piccola cappella di forma bizzarra, dedicata a S. Antonio, dove uno può fermarsi a prender fiato; quindi si sale di bel nuovo e si arriva spossati alla sommità. Giunti al piano denominato Capo di Monte, si trova ampia ricompensa della fatica sofferta nella vista di quell'altura coltivata, la quale ricorda gli orti pensili di Semiramide, della parte sottostante, dell'isola e dell'immensità del mare. Sulla pianura s'innalza ancora d'alcune centinaia di piedi il monte Solaro, che è d'aspetto bruno e selvaggio e presenta in cima a uno de' suoi picchi le belle rovine del castello di Barbarossa, così nomato dal famoso corsaro che sorprese un giorno Capri.

Fatti appena pochi passi sul piano, si apre davanti agli occhi una novella vista. Non si vede più Capri in basso e si entra in una solitudine di bellezza inarrivabile. Sorge di fronte il monte Solaro, della stessa forma del monte Pellegrino di Palermo, nudo, nero, cosparso di massi staccati. Verso ponente e settentrione, scende alla pianura più ampia di tutta l'isola; e su quella ripida pendice, ad altezza notevole sopra il mare, fra le piante verdeggianti ed i cespugli, giace Anacapri. La piccola città può dirsi un complesso di eremi, imperocchè le case piccoline, di costruzione originale, sorgono sparse in mezzo ai giardini, la cui vegetazione è più rigogliosa di quella di Capri, particolarmente per gli olivi e per le vigne che pendono in festoni dagli alberi, come nelle pianure della Campania. Nel contemplare la pittoresca cittadina, la profonda solitudine, non che la vista del mare ceruleo, nasce il desiderio di deporre il bastone di pellegrino, dare un addio al mondo, e costruire lassù una cella.

La tranquillità regna ancor più solenne che a Capri; non si vedono altro che uomini seduti sulla porta delle loro case, i quali cantano davanti al telaio od all'arcolaio, da cui dipanano una seta color dell'oro, ovvero intenti nei giardini a vangare e a raccogliere la foglia dei gelsi per i bachi, o diretti alla fonte, con le loro brocche sul capo. Siccome quando io mi recai lassù tutti gli uomini stavano in campagna e molti giovani erano partiti per la pesca del corallo, non vidi in paese che donne; sembrava di essere a Lemno, dove le femmine sole, sedute sulle rupi, lavorano indefessamente davanti ai loro telai.

Nei giorni e nelle ore in cui sogliono arrivare da Napoli le barche, trovai spesse volte sedute sulla lunga gradinata più di trenta fanciulle, alcune delle quali di rara bellezza; cinguettavano fra loro ed aspettavano che comparissero le vele per scendere sulla spiaggia. Sedevo in mezzo ad esse, ed io pure aspettavo con non minore desiderio la barca, che doveva recarmi la posta. Quelle fanciulle avevano in mano quasi tutte un mazzolino di fiori od un ramo di maggiorana, che offrivano ai visitatori. Antonietta aveva uno stupendo mazzo di garofani, di rose, di maggiorana e di mirto legato con un bel nastro. Questo mazzo fu l'intermediario della nostra amicizia; esso m'introdusse in una delle più linde e graziose casette di Anacapri, dove trascorsi molte ore simpatiche. Antonietta tesseva in giardino, sotto un pergolato, fra le viti e i leandri, nastri di molteplici colori: era una tessitrice disinvolta quanto Aracne; sua sorella maggiore non tesseva che nastri di un colore solo. Essa non suonava lo scacciapensieri, ma era abilissima nel battere il tamburello. I fratelli delle due ragazze si trovavano in mare. L'attività di quelle donne, che attendono inoltre a tutte le cure di casa, è sorprendente, imperocchè fin dal levare del sole seggono al loro telaio, e vi rimangono con brevi interruzioni fino a sera, e questo dura tutto l'anno. Per vero dire, non sono condannate alle dure e gravose fatiche delle sorelle di Capri, ad eccezione di quando viene a mancare l'acqua nelle cisterne; allora sono costrette a scendere a Capri, dove esistono quattro povere fonti, e recar l'acqua nelle brocche su per la lunga gradinata. Portano quasi tutte un qualche gioiello d'oro o di corallo, spilloni d'argento nelle trecce.

La città possiede un bel cimitero, piantato di cipressi e popolato di fiori; ma il più grande orgoglio gli Anacapresi lo ripongono nel cosiddetto paradiso terrestre, vale a dire nel pavimento della loro chiesa, sui quadrelli del quale è rappresentato in ismalto il Paradiso, opera di buon disegno del Chiaese, e che risale al secolo XVII. Anche in Anacapri l'architettura moresca è bizzarra ed originale, e vi sono case col loro pergolato, veramente belle a vedersi. Sono poche nel paese le rovine di Tiberio; i coltivatori di vigne le hanno quasi tutte distrutte; del resto, gli edifici romani erano qui in minor numero che a Capri. I ruderi romani di maggior momento si rinvengono nella pianura di Damecuta, fertile regione che scende dolcemente al mare, e sulla cui riva trovasi la Grotta Azzurra. Capri superiore, nonostante la sua altezza, possiede coste più basse che Capri inferiore, imperocchè la montagna degrada dolcemente verso il mare, quantunque la spiaggia non sia accessibile nè alle barche, nè alle persone, e si trovi senza sabbie, senza porto, ed irta di scogli.