La signoria dei Normanni in Sicilia fu di breve durata; brillò appena un secolo e ne furono caratteri distintivi l'intelligenza, la costanza, l'audacia quasi feroce, una politica vasta e intraprendente, una grande vastità di disegni e di imprese. Tutto ciò soggiacque al contatto della vita voluttuosa dei Saraceni, al clima, alla libidine sfrenata delle partigianerie.

Nel 1038 Giorgio Maniace era stato invitato in Sicilia dall'Imperatore greco per cacciarne i Saraceni. Egli si rivolse a Guaimaro perchè gli concedesse una piccola schiera di Normanni che teneva al suo servizio; Guaimaro gli mandò circa trecento uomini al comando di Guglielmo dal braccio di ferro, di Dragone e di Umfrido. Greci e Normanni si precipitarono sull'isola, posero in fuga gli Arabi, s'impadronirono di Messina, Siracusa e altre città; ma l'avidità del bottino portò fra loro la discordia; i Greci rapaci volevano tutto per sè; allora i Normanni, offesi, partirono, passarono in Italia e cercarono quivi qualche altro compenso. Sorpresero Melfi ed altri paesi delle Puglie, cominciarono per questa via a stabilire la propria indipendenza. Ma non appena i Greci seppero questo, abbandonarono la Sicilia per cacciarli dalle Puglie, ma non vi riuscirono, e le città da loro conquistate in breve tornarono in potere dei Saraceni.

Trascorsero così varî anni senza speciali avvenimenti; i Normanni riaffermarono il loro prestigio nelle Puglie, Guglielmo ne divenne conte, più tardi Drogone ne ereditò i possessi, e Umfrido, dopo la morte di quest'ultimo, costrinse papa Leone IX a concedergli l'investitura della provincia. Novelle schiere vennero dalla Normandia, sotto il comando di Ruggero Guiscardo, il quale, dopo la morte di Umfrido, avvenuta nel 1056, si fece proclamare duca delle Puglie e delle Calabrie. Più tardi discese anche suo fratello minore, Roberto, per dividerne le sorti. I due valorosi fratelli nel 1060 occuparono Reggio ed una notte, Ruggero, accompagnato da soli sessanta soldati, mosse alla volta di Messina, per conoscere le condizioni del paese; attaccò audacemente sulla spiaggia i Saraceni, quindi s'imbarcò di nuovo e fece ritorno a Reggio. Poco dopo, la fortuna volle favorirlo ed egli si accinse seriamente all'arrischiata impresa. A lui si presentò l'emiro di Siracusa, Bencumen, scacciato dal fratello Belcamend, e lo informò delle lotte che travagliavano l'isola e lo persuase di tôrre agli Arabi il possesso della Sicilia.

L'impresa non fu certo facile. I Saraceni opposero la più viva resistenza e nuove truppe vennero dall'Africa per respingere Ruggero, che, dopo una sanguinosa battaglia, si era impadronito di Messina. Roberto lo raggiunse allora a Castrogiovanni; l'esercito principale dei Saraceni fu posto in fuga, dopo di che i Normanni fecero ritorno nelle Calabrie per rafforzare le proprie file e prepararsi ad una più seria lotta. Almocz, califfo d'Egitto, aveva frattanto spedito in Sicilia una flotta, la quale però fu dispersa da una tempesta e distrutta presso l'isola di Pantelleria. La fortuna aveva arriso agli arditi avventurieri, ma la discordia minacciò di rovinarli. Roberto Guiscardo cominciò ad avere invidia dei successi del fratello Ruggero, pretendendo il possesso di metà delle Calabrie e dell'intera Sicilia; l'altro non volle aderirvi e i due eroi ricorsero alle armi, e, senza curarsi dei Greci e dei Saraceni, nè della poca stabilità delle recenti conquiste, presero a straziarsi fra loro in una guerra feroce. Ruggero cadde nelle mani di suo fratello, che, però, cedendo all'influenza di quell'uomo straordinario, lo lasciò libero. Allora, riconciliati, i due fratelli si rivolsero verso la Sicilia e due volte si spinsero sino a Palermo, ma dovettero quindi far ritorno nelle Calabrie per sistemare la loro posizione in quel dominio. Soltanto nel 1071 poterono stringere di regolare assedio la capitale dell'isola. A quell'epoca Palermo era forse la città più popolosa d'Italia, senza dubbio la più florida, la più ricca: in essa era tutto lo splendore della vita orientale. Gli Arabi opposero fiera resistenza e narra la tradizione che, per dimostrare la loro fiducia nell'esito della lotta, essi non chiudessero neppure le porte della città e che un ardito cavaliere normanno l'attraversasse un giorno da solo, di galoppo, con la lancia in resta. Finalmente Roberto penetrò per la porta di mezzogiorno, mentre Ruggero entrava per quella di ponente. I Saraceni, ritiratisi nel centro della città, capitolarono, cedendo Palermo al fortunato vincitore, a condizione che fosse loro garantita salva la vita e libero l'esercizio del loro culto.

Venti anni appresso i cristiani entrarono in Gerusalemme, conquistata pure a forza, e si portarono quali orde selvagge. I Normanni, invece, essi pure valorosi crociati, furono più clementi e risparmiarono Palermo maomettana. Presero possesso della splendida città senza versare sangue, senza commettere devastazioni, quali vincitori soddisfatti, che non avevano altro scopo che cacciare il nemico dalle sue voluttuose dimore per alloggiarvisi. Nessuno di quegli scoppi d'odio di cui diedero prova più tardi i cristiani contro i maomettani avvenne; i Saraceni furono lasciati liberi di vivere come volevano e di esercitare la loro religione. Il cristianesimo, languente, riprese forza e in breve si sostituì all'islamismo, che soltanto sopravvisse, per quasi centocinquant'anni ancora, fra i monti.

I Normanni furono per ragioni politiche tolleranti verso i Saraceni e vissero con questi in perfetto accordo; i conquistatori, in picciol numero, presto scomparvero quasi in mezzo alla popolazione saracena, che seppero guadagnare a sè, trattandola con dolcezza. Accettarono le arti e le scienze degli Arabi; nei loro edifici usarono lo stile arabo e la stessa corte cristiana prese un carattere arabo, circondandosi di guardie saracene, di eunuchi, ed adottando pure la foggia turca di vestire. Allorquando Mohamed-Ibn-Djobair di Valenza visitò la Sicilia, sullo scorcio del secolo XII, lodò re Guglielmo pel suo amore verso l'islamismo. «Il re—scrisse—legge e scrive l'arabo, e il suo harem è composto di donne mussulmane, e mussulmani sono i suoi paggi e i suoi eunuchi». Il visitatore trovò le donne di Palermo belle, voluttuose, vestite completamente alla turca, e nel vederle, nei giorni di festa, in chiesa, con abiti di seta gialla, con veli dai vivaci colori, con catenelle d'oro e grandi orecchini, dipinte e profumate come le femmine orientali, ricordò i versi del poeta: «In verità, quando si entra in un giorno di festa nella moschea, vi si trovano gazzelle ed antilopi».

La lingua araba continuò ad essere insegnata, ed usata anche negli atti governativi; ed anche le iscrizioni arabe, visibili tuttora nei mosaici delle chiese cristiane, furono dai re e dai vescovi cristiani dettate. I Normanni in Sicilia trovarono la lingua greca degli antichi Elleni, dei Bizantini e la lingua latina degli antichi Romani; nella bocca del popolo il linguaggio volgare, che divenne poi l'italiano; ed infine, gli idiomi arabo ed ebraico, tutti contemporaneamente in uso e tutti usati nei diplomi, in sulle prime scritti in greco con la traduzione araba.

Caduta Palermo, l'isola fu suddivisa: Roberto Guiscardo prese per sè la capitale e metà della Sicilia; Ruggero ebbe l'altra metà; al prode nipote Serlo furon date grandi baronie e l'altro nipote Tancredi fu creato conte di Siracusa. Roberto prese il titolo di duca di Sicilia, Ruggero quello di conte. Ma l'isola non era ancora tutta soggiogata; Siracusa, difatti, si arrese solo nel 1088, Agrigento nel 1091, e più tardi anche Castrogiovanni, Noto e Butera. Fino al 1127 i ducati delle Puglie e di Sicilia si mantennero in questo stato di cose; ma nel 1127, estintosi il ramo di Roberto Guiscardo, il figlio di Ruggero ereditò pure gli Stati al di là del Faro. Fu questi Ruggero II, il principe più insigne della stirpe normanna. Suo padre, che valorosamente aveva conquistato la Sicilia, era morto nel 1011; gli era succeduto il figlio maggiore Simone per cinque anni; poi, ancora minorenne, sotto la tutela della madre Adelasia e dell'ammiraglio Giorgio Antiocheno, Ruggero era salito sul trono.

Ruggero, possessore di tutte le virtù necessarie in un fondatore di dinastia, sollevò il regno normanno a grande splendore. Nel 1127 ereditò il ducato delle Puglie, come abbiamo detto, e ciò spaventò il papa, l'imperatore tedesco e quello bizantino; ma Ruggero combattè con fortuna contro tutti e tre, e poi contro i principi di Salerno, di Capua, di Napoli, di Avellino e costrinse il papa a concedergli l'investitura delle Puglie ed infine si cinse della corona reale. Non potè però far questo senza il consenso del Parlamento, dei baroni e dell'alto clero, poichè, seguendo l'usanza dei conquistatori normanni, per creare una nobiltà novella era stata stabilita una certa forma di costituzione aristocratica. Il Parlamento, convocato a Salerno, decretò al principe la corona regale, che gli fu solennemente posta in testa nella cattedrale di Palermo, il dì di Natale del 1130. Così sorse il regno delle Due Sicilie.

Subito Ruggero si die' a ordinare la sua monarchia, in modo grandioso e sicuro: creò sette grandi ufficiali della corona, un connestabile, un grande ammiraglio, un cancelliere, un giudice, un ciambellano, un pronotario, un maresciallo, che formarono il suo consiglio. Si circondò di un cerimoniale orientale, affidò la custodia del palazzo ad eunuchi e a guardie saracene. Il suo regno trascorse fra continue lotte, in continua guerra; ma seppe tener fronte a tutti i suoi nemici, interni ed esterni; ispirò vivo terrore nella stessa Costantinopoli all'imperatore greco, il quale non intendeva rinunziare a' suoi diritti sulla Sicilia; s'impadronì di Corinto, di Atene e di Tebe; portò dalla Grecia a Palermo molti operai abili nel filare e nel tessere la seta, contribuendo a propagarla così nell'Occidente, e da questi fece fabbricare il pallio famoso che vestirono più tardi gl'imperatori tedeschi nell'atto della loro incoronazione; conquistò poscia Malta, inviò centocinquanta bastimenti in Africa e punì quello stesso regno di Kairewan che aveva conquistato la Sicilia. Durante la sua signoria la potenza normanna raggiunse l'apogeo. Egli morì il 26 febbraio 1154, cinquantanovenne. Fu principe di grande prudenza, valore, giustizia e ingegno: fu bello di persona, disinvolto e distinto. Verso gli Arabi si dimostrò tollerante e tenne in gran conto la loro scienza e la loro arte. Fra gli altri, accolse onorevolmente alla sua corte Edris Edscheriff, esiliato dall'Africa, che gli costruì una sfera terrestre d'argento, sulla quale erano disegnate tutte le contrade allora note, con la loro denominazione in lingua araba, e scrisse una geografia nota generalmente sotto il nome di re Ruggero, un estratto della quale, la Geografia Nubiense, venne più volte stampata a Roma, a Parigi e per ultimo a Palermo nel 1790.