Reynaud recentemente ha dato questa traduzione dell'iscrizione araba ricamata sul manto di re Ruggero: «Tessuto nella fabbrica reale, nella sede della felicità, della nobiltà, della gloria, del conseguimento duraturo del benessere, della buona accoglienza, della fortuna, dello splendore, della reputazione, della bellezza, del compimento di ogni desiderio, di ogni speranza; del piacere del giorno e della notte, senza tregua, della devozione, della conservazione, della simpatia, della felicità, della salute, dell'aiuto, della soddisfazione, nella città di Sicilia nell'anno 528» (1133 dell'èra volgare). Questa orgogliosa ed ampollosa iscrizione in stile orientale, sul manto solenne di un re normanno, basta a provare quanto i Normanni si compiacessero di conformarsi agli usi ed ai costumi arabi.
Di quei tempi ci rimane una delle più antiche descrizioni di Palermo, quella del normanno Ugo Falcando, che visse in quella città durante il regno di Guglielmo il Malo, e che poi fece ritorno nella sua patria. Mentre la dinastia di Ruggero stava per estinguersi, egli scrisse un'epistola a Pietro, tesoriere della cattedrale di Palermo, lamentando i mali che stavano per cadere sopra la città e dando un'idea della sua bellezza. La sua lettera rivela un odio feroce contro i Tedeschi. Dopo aver rivolto apostrofi piene di entusiasmo verso i Normanni che a Messina ed a Catania stavano allora lottando coi barbari, si rivolge a Siracusa, esclamando: «Dovrà dunque ridursi a servire i barbari l'antica nobiltà di Corinto che, abbandonata la propria patria, venne in Sicilia per edificare una città, e finì per stabilirsi sulla costa più amena dell'isola ed ivi innalzò una città, fra porti che non hanno gli eguali? A che ti vale ora l'antico splendore de' tuoi filosofi, dei poeti che s'inspirarono alla tua fonte profetica? A che ti vale avere scosso il giogo del tiranno Dionigi e de' suoi eguali? Minor danno sarebbe per te stato sopportare il furore dei despoti siciliani, piuttosto che la tirannia di un popolo barbaro e crudele. Guai a te, guai a te, Aretusa, fonte cantata da uomini illustri che, dopo aver offerto ai vati l'ispirazione, devi saziare l'ebbrezza dei Tedeschi e soffrire le loro turpitudini!»
La lettera di Falcando è un documento importantissimo per la conoscenza delle condizioni di Palermo al tempo dei Normanni. A questo proposito, l'autore ad un certo punto esclama: «Chi potrà mai bastantemente esaltare la bellezza degli edifici di questa nobile città? Chi l'abbondanza delle fontane sgorganti d'ogni parte? Chi lo splendore della lussureggiante vegetazione? Chi gli acquedotti, che in tanta abbondanza forniscono alla città il salutare elemento?»
Ancora prima di Falcando, Ibn-Hankal di Bagdad, verso la metà del secolo X, aveva dato una descrizione di Palermo in un'opera geografica, descrizione che venne pubblicata, tradotta in francese da Michele Amari, a Parigi nel 1845. Il lavoro non è di gran mole, ma ha un certo valore. L'autore divide Palermo in cinque quartieri, e nell'Alcazar (la Paleopoli di Polibio) fa menzione della grandiosa moschea, l'antica cattedrale dei cristiani, nella quale eravi una cappella in cui stava sospesa per aria la tomba di Aristotile. Ivi, nei tempi anteriori, venivano i cristiani a pregare per implorare la pioggia.
Nel Khalessah stava la dimora dell'emiro; nel Sakalibah (secondo l'Amari, quartiere degli Schiavoni) c'era il porto; il quarto quartiere era quello della moschea di Ibn-Saktab; a mezzogiorno della città si stendeva il quartiere di El-Jadid, l'attuale Albergaria.
Ibn-Hankal accenna anche ai mercanti, alle loro botteghe, specie quella dei macellai, alla preparazione dei papiri, ed ancor più descrive le fontane, sopratutto quella di Favara.
Ho già ricordato il viaggio di Mohamed-Ibn-Djobair, che contiene pure una pregevole descrizione della città sotto i Normanni: egli paragona Palermo, specialmente la città antica, l'Alcazar, per i suoi bei palazzi e le sue torri, a Cordova. «La città, egli scrive, è fabbricata mirabilmente sullo stesso tipo di Cordova, tutta in pietra lavorata, della cosidetta El-Kiddan. I palazzi reali stanno all'intorno e la circondano come una collana posta sul bel collo di una fanciulla».
Le notizie di questi due Arabi e dell'ebreo Beniamino di Tudela completano la breve descrizione del normanno Falcando, il quale descrive pure i principali edifici di Palermo ed afferma che la città al suo tempo si era mantenuta divisa in quartieri, come sotto la dominazione araba, e che parecchie piazze e strade e porte avevano conservato i loro antichi nomi arabi. Da quanto egli narra si arguisce che la città a quel tempo si trovava nel suo massimo splendore. Per la ricchezza e la bellezza dell'architettura indubbiamente il periodo normanno fu il più felice e normanni sono difatti i monumenti più notevoli che ancora rimangono. Gli Svevi, compreso Federico, non hanno lasciato alcun ricordo architettonico. Per varie ragioni essi dimorarono sempre fuori dell'isola, mentre i principi normanni stabilirono colà la loro dimora e cercarono di dare alla città lo splendore necessario alla capitale di una nuova e possente monarchia.
Ci resta ora da parlare dei principali monumenti dell'epoca normanna, primo fra tutti il palazzo reale. Questo castello, così straordinariamente interessante in special modo pei Tedeschi, poichè fra le sue mura trascorse la poetica giovinezza uno dei più grandi imperatori di Germania, e del pari interessante per gl'Italiani, che lo considerano quale culla della poesia nazionale,—sorge in fondo alla via detta Cassero, sulla piazza da cui si domina tutta la città. A quanto pare, è l'edificio più antico di Palermo, non risalendo soltanto ai Saraceni, ma ai Cartaginesi, ai Romani ed ai Goti, che vi stabilirono la loro sede principale. Ivi sorgeva indubbiamente il palazzo degli emiri, da cui si farebbe derivare il nome di Cassero, che fui poi esteso a tutta la città e finì per rimanere alla strada principale. Si vuole che il palazzo sia stato costruito dal saraceno Adelkam. Ruggero I e il suo successore lo ampliarono; ivi vissero Federico, Manfredi e i suoi successori, che lo resero sempre più vasto, riducendolo nella forma irregolare di palazzo e di fortezza che attualmente presenta.
Falcando così ce lo descrive ai tempi di Guglielmo il Malo: «Lo stupendo edificio è costruito con pietre lavorate con grande cura ed arte squisita; è circondato da solide mura ed è pieno di ori e di argenti. Alle estremità sorgono due torri, la Pisana, destinata a custodire i tesori regali, e la Greca, dominante la parte della città chiamata Khemonia. Nel centro sorge una sala straordinariamente decorata, per nome Ioaria, in cui si trattengono in udienze segrete il re e i suoi confidenti, ed in cui il re concede udienza ai baroni, per discutere degli affari più importanti del regno».